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Trento fra i nazisti e la resa dell'Italia

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Sei giorni dopo il bombardamento della Portéla arrivò, nel giorno della resa dell'Italia, il sanguinoso assalto della Wehrmacht che portò la guerra nelle strade di Trento.
Era l'8 settembre 1943 con i tedeschi che, nella notte, piombarono sulla città da Lavis. Spararono subito e 48 soldati italiani vennero uccisi. I primi a cadere furono i militari di guardia alla caserma.

I militari della caserma di Corso degli Alpini, l'imponente edificio che ha la facciata decorata con gli elmetti della Grande Guerra. Furono falciati dalla mitraglia dei carri armati arrivati dal vicino aeroporto di Gardolo, i primi Caduti di quella che poi sarà la guerra di Resistenza. Nella garitta all'ingresso della caserma «Cesare Battisti» era di sentinella Mario Bailoni, classe 1923, dunque aveva 20 anni, da Vigolo Vattaro. Era solo quando esplose un razzo illuminante e il soldato si trovò di fronte due blindati. Forse gridò, secondo il regolamento «alto, chi va là» e venne colpito da una raffica. Certamente Mario Bailoni è il primo italiano ucciso in quella notte di terrore che segnò la resurrezione dell'Italia.

Con lui muoiono 12 commilitoni e il maggiore Alboino de Julis, Medaglia d'Oro al Valor Militare. I loro nomi sono incisi sulla lapide di quella che fu la caserma «Battisti» dove vennero fatti prigionieri Luigi Penner nato a Besenello nel 1923 che una manciata di anni fa fu fra i fondatori del Circolo Gaismayr, il famoso micologo Bruno Cetto e il calabrese Enzo Migliarini che subito dopo la guerra sposò la trentina Rosy e nel 1959 diventerà il mitico patron di Miss Italia.
Il primo assalto tedesco agli italiani si scatenò alle 2,15 del 9 settembre. Scrisse il giornalista Gian Pacher che ricordava benissimo quella notte: «I carri sfondano i recinti delle caserme, la fanteria penetra nei varchi, i soldati sono sorpresi nelle camerate e la difesa nelle caserme Madruzzo, del distretto militare, del deposito del 321 Reggimento Fanteria è sommaria».

C'è il racconto di Carmela Moser sposata Grisenti residente a Povo, infermiera al Santa Chiara che 75 anni fa era in corso Tre Novembre. «Alle due di notte si sentì sparare. Poi arrivarono i primi feriti, erano soldati italiani, erano reclute. I letti erano occupati dai superstiti del bombardamento della Portéla di sei giorni prima» e i nuovi feriti vennero sistemati alla meglio. «Il dottor Mario Pasi era molto simpatico, alla mano ed era anche un bell'uomo. Si dava molto da fare? Ma quella notte non disse una parola. Dopo qualche giorno non lo abbiamo più visto nell'ospedale. Poi qualcuno ha detto che era in montagna, con i partigiani, a combattere i tedeschi e una suora ci disse di pregare molto per lui. Noi infermiere non sapevamo chi fossero i partigiani».

Resta nella memoria anche il ricordo di Viola Manci. «Saputo dell'armistizio, mio fratello Giannantonio volle che tutti fossimo in casa, a Mesiano? ci svegliammo nella notte per le esplosioni, nel buio si vedevano le traccianti. Poi comparvero i primi soldati italiani che fuggivano, forse erano quelli di guardia al ponte dei Cavalleggeri che alla Busa avevano imboccato l'erta salita per Povo. Erano tutti disarmati, spaventati, affamati. Chiedevano vestiti civili e mio fratello diede tutto quello che aveva: camicie, pantaloni, maglie e nascose le divise».

Nei ricordi anche la testimonianza dell'ingegnere Alberto Crespi, in quegli anni ufficiale degli Alpini. Era di guardia nell'edificio oggi sede della Camera di Commercio. «Alle 2 e qualche minuto fui svegliato da un colpo di cannone sparato da un carro armato che demolì la stanza dove mi trovavo. Precipitatomi alla finestra vidi chiaramente la sagoma di un blindato con attorno soldati contro i quali sparai tre colpi di pistola ricevendo come risposta una raffica di mitragliatrice». Crespi e i quattro Alpini che erano con lui si salvarono; in piazza Vittoria, sulla scalinata del palazzo delle poste e telegrafi erano di guardia i Carabinieri Reali Domenico Capannini e Giuseppe Coclite: vennero uccisi da una raffica di mitragliatore. Invece in val Ridanna dove era dislocato con il suo reggimento di artiglieria alpina, venne catturato Mario Girardi da Povo che tornerà dalla Germania, dalla prigionia, nell'estate del 1945.
Quando arrivò l'alba del giorno 9 i tedeschi erano in piazza del Duomo - all'epoca si chiamava piazza Vittorio Emanuele III - avevano occupato la casa del fascio, la stazione. Chi si avventurò per le vie della città, ma furono in pochi a farlo, vide che la zona della Portéla dove fino al giorno prima gruppi di persone - soldati, pompieri, volontari - scavano fra le macerie, era deserta. Erano scappati tutti, il silenzio era totale. Solo, di tanto in tanto, si sentiva quell'invocazione «sono qui, aiutatemi» che dal 2 settembre tormentava i soccorritori. Era la voce di Umberto Pallanch, il ragazzo sepolto dai lastroni, dalle travi, dalle macerie della casa che gli era crollata addosso, ma vivo, incolume, ancora capace di gridare. Troveranno il suo corpo a guerra finita quando si cominciò a bonificare la zona devastata.

Chiusi gli uffici, i negozi, i caffè. La gente era corsa nei rifugi e lì era rimasta. Gli operai dei turni di notte all'Italcementi, alla Sloi, allo scalo ferroviario erano rimasti ai posti di lavoro mentre soldati tedeschi, mitragliatori in pugno, le bombe a mano infilate nei cinturoni, le tute mimetiche di nuova foggia, pattugliavano la città e il giornale «Il Brennero» annunciava a titolo cubitali su tre righe, la resa dell'Italia: «Per risparmiare alla Nazione ulteriori e più gravi sciagure - la richiesta di armistizio del Governo italiano - accolta dal comandante in capo delle forze alleate anglo-americane».

Poi il testo del comunicato datato Roma 8 settembre, trasmesso nella tarda serata dall'Agenzia Stefani, quello letto alla radio dal Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio. Che, abbandonato l'Esercito, era già fuggito da Roma con re Vittorio Emanuele. Mentre le armate tedesche dilagavano senza dover combattere - Trento, con Roma erano state le due uniche città dove si era sparato - il tenente del Primo Reggimento Granatieri Edo Benedetti, che poi diventerà sindaco di Trento negli anni Sessanta - e che era dislocato in Puglia decise da che parte doveva stare e con i suoi soldati, sfuggendo ai tedeschi, raggiunse Bari dove s'andava formando il nuovo Governo.
Si scontrerà a Monte Lungo con reparti di paracadutisti della divisione Goring fra i quali c'era Mario Iori Marmolada che a guerra finita diventerà il famoso gestore del rifugio Alla Fedaia ai piedi della Regina delle Dolomiti.

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