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Un quadro, un rifiuto, un sì

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Questa è la storia di un quadro che i proprietari - Giorgio Jellici e le sue sorelle - volevano regalare al Museo Storico di Trento, ma venne rifiutato in data 22 maggio 2006 con lettera protocollata AV1123 e restituito al donatore il 23 novembre del 2010 (protocollo III.2.2277). Un quadro importante per la storia della Grande Guerra perché l’olio su tela del pittore trentino Guido Vicentini ritrae Cesare Battisti in divisa di ufficiale degli Alpini. Testualmente, la lettera firmata dalla vice direttrice della Fondazione, la dottoressa Patrizia Marchesoni, spiega che “la Fondazione Museo Storico non è in grado di esporre l’opera nella sede permanente museale, per scelte, fortemente condizionate dalla limitatezza degli spazi a disposizione e che hanno orientato verso una modalità espositiva che non prevede l’esposizione di opere originali”.

Per fortuna le acrobazie linguistiche della Fondazione sono state rapidamente superate dai vertici della Sat e ora il quadro si trova alla sede di via Manci degli alpinisti trentini, che si dichiararono “felici di riceve quel quadro”. Come si legge nella lettera datata 11 aprile 2018, firmata dal Presidente Claudio Bassetti, indirizzata alla “Gent.ma Signora Letizia Jellici” con oggetto “ringraziamento dono quadro” dove si conferma che “l’opera verrà esposta in una sala della Biblioteca della Montagna-Sat” così arricchita “di un ulteriore, pregevole testimonianza, considerato che Battisti fu anche attivo Socio del nostro sodalizio”. Il quadro è di ottima fattura, ha una larga cornice liscia in noce e misura 75 per 113 centimetri. Francamente lo si poteva esporre al castello del Buonconsiglio. Da sottolineare che nel citato castello sono stati tolti, verrebbe e voglia di dire sradicati, alcuni simboli legati alla figura di Battisti. L’aula del processo c’è ancora, ma sono tati portati in magazzino la panca dove, secondo tradizione, vennero fatti sedere Battisti e Filzi; il tavolo dei giudici e il ritratto di Francesco Giuseppe ed è stata scrostata la mano di calce che aveva ricoperto gli affreschi. Motivi certamente pregevoli quelli riportati alla luce, ma in un’Italia, in un Trentino, in un castello ricchissimi di opere d’arte si poteva mantenere quella stanza drammaticamente spoglia per narrare una pagina di storia italiana e austriaca in un luogo, meta di un turismo curioso del Risorgimento.

Il quadro dipinto negli anni Venti era nella falegnameria, o più esattamente nella bottega-laboratorio denominata “Industria e commercio del legno” di Giuseppe Daprà, che si apriva al numero 19 di via Travai, numero di telefono 416, un laboratorio molto importante che dava lavoro a 30 operai e dove Battisti “ogni tanto el vegniva a casa”, come raccontava la nonna di Giorgio Jellici, perché il direttore del giornale “il Popolo” era amico dell’artigiano, anche lui uomo del libero pensiero, di fede socialista e irredentista quando Trento era città del Tirolo. Dalla falegnameria il quadro venne traslocato a Pergine, nella casa del padre di Giorgio Jellici, direttore della Cassa Rurale, “dove mia mamma lo teneva come un oracolo”. Il quadro, racconta lo Jellici, “restò a mia madre e quando morì, con le mie tre sorelle abbiamo brigato per donarlo al Museo Storico quando era diretto da Vincenzo Calì”, già curatore dell’Archivio Battisti. “Ma gli addetti al lavoro non trovarono un locale adatto per esporre in permanenza questo bellissimo e unico, che io sappia, ritratto che raffigura Battisti in divisa di militare del Regio Esercito, le mani dietro la schiena, in un ambiente di alta montagna, con il cappello da Alpino, lo sguardo assorto… Il quadro è, storicamente, un cimelio di buona fattura e dopo il no della Fondazione finì a Verona, appeso nel soggiorno della casa di mia sorella” che abitava in quella città.

Ma la storia di quel quadro trascina un’altra immagine: come venivano trattati nel Regno d’ Italia gli irredentisti che fra molte difficoltà riuscirono, nella tarda estate del 1914, a passare il confine. Quelli che marciando fra le montagne arrivavano a Tremosine, venivano arrestati e richiusi nella prigione aperta al piano terra, accanto all’ufficio postale, nel grande edificio che domina il Benaco. Quanti attraversarono il Baldo vennero richiusi a Forte San Procolo, a Verona. Insomma gli austrici che arrivavano nel Regno dal Trentino venivano guardati con sospetto.

Emblematica la storia di Giuseppe Daprà. Nel luglio del 1914, allo scoppio della Grande Guerra lasciò il Trentino per Milano per tornare nel 1919 malato di tbc per morire il 6 aprile del 1923 come si legge sul giornale “La Libertà” in data 8 aprile. Interessante la lettura dell’Atto di Notorietà n°. 3753 stilato in Trento il 29 luglio del 1925 dove si legge che “Daprà Giuseppe venne dichiarato abile al servizio militare in Borgo. Levico, Bolzano e Riva dove rimase fino all’agosto del 1915, che disertato, venne internato come prigioniero nel castello di Brescia ed in altri accampamenti, dove rimase in qualità di prigioniero per oltre quattro mesi sopportando i disagi e gli strapazzi della prigionia. Liberato dalla prigionia fu militarizzato a Torino in una falegnameria, nella quale come operaio rimase fino al maggio del 1916. Da quella data e fino alla fine della guerra, fu occupato quale direttore della Colonia Profughi di Milano; ritornato a Trento nel dicembre del 1918 riprese la gestione dell’azienda propria, fino alla di lui morte… Durante il periodo di servizio sotto le armi ed il periodo immediatamente seguente della prigionia di guerra si sviluppò in lui la malattia (tubercolosi polmonare) che lo trasse alla morte il 4 aprile del 1923”. Al documento notarile si aggiunge uno scritto del generale del Regio Esercito a riposo, già capo del servizio informazioni del Comando d’Armata Tullio Marchetti di Bolbeno. Si legge testualmente: “Il signor Giuseppe Daprà nato nel 1878, di Trento, prima dello scoppio della guerra europea viveva nella sua città natale, esercitando il mestiere di falegname, e le sue condizioni di salute erano ottime. Chiamato alle armi il 2 agosto del 1914 nel secondo reggimento Tiroler Kaiserjager, indi trasferito nel 164° battaglione Landsturm disertò alla Bocca di Saval in Val di Ledro il 30 luglio 1915 e si presentò ai nostri avamposti. Il documento ufficiale austriaco che ricorda la sua diserzione – conservato al Regio Archivio di Stato di Trento – ne specifica il movente con la parola irredentismo. Difatti il Daprà nutriva sentimenti italianissimi. Il primo agosto, condotto a Brescia, ove dirigevo quel centro di informazioni militari, venne subito da me interrogato ed egli riferì molte e preziose notizie sugli apprestamenti militari austriaci, colla radicata convinzione di compiere il suo dovere di buon italiano”. Ecco Marchetti che parla del malessere di Daprà, (l’insorgere della tbc) aggiungendo: “lo feci subito entrare nell’infermeria del castello di Brescia, ove erano concentrati prigionieri e disertori austriaci… dopo un mese il Daprà venne internato in Piemonte, a Luserna S. Giovanni e vi sostò per circa 6 mesi… non venne curato a dovere durante i sette mesi di prigionia” e dal 1916 al novembre del 1918, “periodo nel quale dovette lavorare per poter vivere”. Insomma, nel Regno la sopravvivenza dei fratelli trentini era un tantino dura.

Ancora una nota di Jellici: “Mio nonno era fratello di Rosa Padrotti, madre dei fratelli Pedrotti. Questi ultimi restarono orfani di padre e mio nonno si prese cura di loro… anche Rico lavorò in falegnameria prima di diventare il grande fotografo e fondatore del Coro della Sat”.

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