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Gli interventisti incendiari

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Erano quelli del settembre 1914 i giorni della furiosa battaglia della Marna; all’inizio del mese il Governo francese aveva lasciato Parigi per Bordeaux; la capitale sulla quale marciavano le armate germaniche venne difesa dal generale Joseph Simon Galliéni che, requisiti tutti i taxi, portò in linea nel momento cruciale dello scontrotutte le truppe di riserva. Inventò la prima brigata motorizzata, salvò Parigi, respinse i tedeschi e impresse una svolta decisiva alla guerra.

I giornali italiani riportarono tutti i particolari di quella battaglia che fu un’ecatombe; anche se gli analfabeti erano molti, le notizie venivano lette, raccontate, diffuse nelle parrocchie dove si radunavano le donne in preghiera, nelle caserme, nei caffè, nelle osterie, sulle piazze dei paesi, nei bordelli, nelle fabbriche. Si conoscevano tutte le atrocità, il numero dei morti eppure una parte della nazione voleva precipitarsi nel carnaio per dichiarare la guerra all’Austria che non stava minacciando il Regno. A guidare gli italiani contro la neutralità c’era la follia futurista e chiassosa di Filippo Tommaso Marinetti. C’erano il tradimento – per danaro – di Benito Mussolini; il ritocco, se non il travisamento, della verità di Cesare Battisti e la sconfinata vanità di Gabriele D’Annunzio. Tutti concordi: invocavano la guerra.

Marinetti la decantava come igiene del mondo, gridando abbasso la donna per poi rincorrerle nelle case di tolleranza di lusso, quelle dominate da sete di colore rosa o nero, maliziose trasparenze, profumo di mughetto e bicchierini di vermouth o vermutte a seconda dell’estro linguistico del cliente. E intanto preparava  clamorosi agguati interventisti. Appunto Marinetti narra quello del 15 settembre 1914 scatenato a Milano, nel «Teatro Dal Verne, rigurgitante. Ripresa della Fanciulla del West. Formicolante mercato delle voci italiane. Palchi galleria loggione scatenano 600 mani applaudenti…» e la tambureggiante prosa indugia su spettatori, cantanti, musicisti. Ecco «nel fondo del palco la pancia di Armando Mazza partorisce una bandiera tricolore di 8 meri quadri. L’attacchiamo all’asta di due bastoni. Mi sporgo agitandola: Abbassoooo l’Austriaaaa. Da un altro palco si sporge Umberto Boccioni con una bandiera austriaca. Un futurista la incendia. Un lembo vampante cade sulla crema dei décolletés – Urloooo. Gesticolazioni. Gorgo…».

La cronaca del «Corriere della Sera» racconta la folla a gridare «Sono i futuristi», «Viva Marinetti», «Abbasso l’Austria», «Vogliamo la Marcia Reale».Il giorno dopo, sempre e Milano, nella Galleria Vittorio Emanuele «gonfia di folla. Tepore autunnale. Tavolini fuori: gioia pacifica di grasse famiglie…». Ecco undici futuristi a gridare Abbasso l’Austria mentre incendiano bandiere giallo-nere, buttano all’aria i tavolini dei caffè, si scontrano con 200 Reali Carabinieri» che portano i manifestanti a San Vittore.

Ma ecco Battisti con quelle frasi che non rispecchiano la verità, riportate nella lettera che Mussolini pubblicò il 1 settembre sull’ «Avanti!» «Caro Mussolini, vedo in una corrispondenza romana del tuo giornale messa in burlettaun’eventuale guerra italo-austriaca per liberare coloro che non hanno assolutamente alcun desiderio di staccarsi dall’Austria. Il Trentino ci tiene a staccarsi dall’Austria. Se tu fossi stato lassù nei giorni angosciosi della mobilitazione, te ne saresti convinto. Avresti assistito alla partenza coatta di oltre trentamila uomini, montanari, contadini, gente abituata da preti e da poliziotti alla rassegnazione. Eppure tutti fremevano d’odio, tutti partivano lanciando all’Austria maledizioni».

Partivano con la tristezza nel cuore,ma con l’orgoglio di servire la loro patria. Come scrisse Alcide Degasperi che, da cronista, raccontò le tradotte in viaggio verso la Galizia.Dunque un eccesso di Battisti, il vero demiurgo dell’interventismo, il personaggio che infuse alle varie scuole di pensiero irredentista quella forza decisiva per il raggiungimento del suo scopo: il Delenda Austria. La sua figura prestigiosa, la passione sincera e profonda che sapeva esternare, una preparazione politica di primordine, cementò nazionalisti e riformisti, repubblicani, seguaci del verbo di Mussolini. «Per Battisti – scrisse il torinese Antonio Rèpaci autore negli anni Ottanta di una monumentale opera sul maggio radioso – tutto ciò che contribuiva a creare ostilità verso l’Austria, costituì valido strumento di lotta».

Ecco D’Annunzio. La Francia – secondo una radicata leggenda – gli estingue molti debiti e lui diventa il poeta dell’Italia che si scopre guerriera. Compare sulla scena italica nel momento delle più palesi mistificazioni; lui appare «invasato fino al delirio di passione patriotica» e dalla Francia ove si era rifugiato per spezzare l’assedio dei creditori, torna come arcangelo guerriero. E’ testimone della battaglia – e del massacro – della Marna, diventerà il combattente «di cielo, di terra, di mare» e la censura militare che leggeva le lettere spedite a casa dagli italiani in trincea, scoprirà molti soldati che avrebbero sparato, volentieri, al «Gabriello». Se fosse arrivato a tiro.

Ma il personaggio che più di tutti contribuì a portare l’Italia in guerra fu Benito Mussolini. Come direttore dell’«Avanti!» il giornale del partito socialista scrisse subito «né un uomo né un soldo per questa guerra». Si schierò per la neutralità più assoluta minacciando la rivoluzione in caso di intervento. Poi passò a coltivare la teoria «dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante» fin quando, abbandonato l’«Avanti!» fondò il giornale «Il Popolo d’Italia» furiosamente interventista. I socialisti lo accusarono di essere stato pagato dai francesi che avrebbero fatto qualunque cosa per vedere l’Italia entrare in guerra contro gli imperi centrali o, almeno, interrompere il contrabbando attraverso il valico di Chiasso con la Germania. Mussolini negò di essere stato pagato e il dibattito cessò con l’entrata in guerra dell’Italia.

Rimase il mistero. Venne chiarito a Trento, nel 1963, al Congresso di Storia del Risorgimento che si tenne nel Castello del Buonconsiglio dove Georges Dethan segretario del conte Robert de Billy dimostrò che CamilleBarrère, ambasciatore di Francia a Roma era al corrente del milione di lire – cifra all’epoca notevolissima – versata da Parigi per comperare all’interventismo la penna del giornalista Mussolini. C’è da dire che tutti questi personaggi, con l’eccezione di Ettore Tolomei che vestì la divisa del Regio Esercito ma visse la guerra da imboscato, andarono volontariamente in trincea dove Mussolini venne gravemente ferito e Battisti catturato, venne giustiziato nella tragica fossa del Buonconsiglio.

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