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Salvemini, Battisti e Tolomei

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Nell’autunno del 1914 in una Italia che si preparava ad andare in guerra non per difendersi, perché non era minacciata, ma per conquistare il Trentino, l’Alto Adige, Trieste e territori dove si parlava slavo, crescevano angosciosi dubbi. I più importanti, mai ascoltati, furono quelli di Gaetano Salvemini un grande intellettuale, un interventista, convinto del carattere anacronistico dell’Impero austro ungarico. Era il dicembre di quell’anno e Salvemini – capofila dell’interventismo democratico, che già nel 1914 aveva una filosofia identica a quella di Woodrow Wilson che portò gli Stati Uniti nella guerra europea trasformandola in guerra mondiale – li espresse a Cesare Battisti che stava facendo il suo lungo viaggio di propaganda attraverso le città d’Italia per indurre il popolo che non voleva imbracciare le armi, ad abbandonare la neutralità e dichiarare la guerra all’Austria.

Al «Caro Battisti» chiedeva: «Nell’Alto Adige, fra Salorno e il Brennero, secondo l’ultimo censimento austriaco, quanti sono i tedeschi, quanti gli italiani? Bolzano città quanti tedeschi ha e quanti italiani? Qual è la tua opinione sulla campagna di Ettore Tolomei per l’Alto Adige? Credi che il confine naturale, che coincide con il confine del territorio linguistico, sia un cattivo confine militare, indifendibile se non si possiede tutto l’Alo Adige fino al Brennero? E poi il dubbio sovrano: “Credi che la necessità miliare del Brennero sia tale da doverci far affrontare le noie e i pericoli dell’irredentismo tedesco?».

Salvemini aveva capito, prima di tutti, le difficoltà che si sarebbero trovate portando, in caso di vittoria degli italiani, il confine al Brennero occupando una terra, appunto quella appena nord della Piana Rotaliana, dove si parlava e si parla e si parlerà il tedesco. Gli intellettuali del Regno si interrogavano, ma con scarso impegno, sulla figura di Ettore Tolomei il roveretano indicato come l’inventore della frontiera del Brennero. Solo dopo il fascismo si scoprì che Battisti predicava frontiere nazionalmente giuste mentre Tolomei voleva la conquista territoriale di stampo imperialista. Già nel 1913 Battisti scriveva contro «quei pubblicisti italiani che, con troppa facilità, confondono il Trentino con il Tirolo e vorrebbero trasportare, con scarsa logica, le frontiere dell’Italia fino al Brennero».

Addirittura dodici anni prima e in un discorso tenuto a Levico, aveva detto: «Per i popoli che vivono sotto il dominio straniero non v’è progresso, non v’è civiltà. Noi senza inventar frottole potremmo davvero dimostrare che la lingua nostra si spingeva un tempo al di là di Bolzano, fino a Merano, eppure di fronte alla realtà del presente riterremo stoltezza il vantar diritti su Merano e Bolzano».

Come si legge in «Cesare Battisti. Scritti politici e sociali» stampato a Firenze nel 1966 [pag 171].

Salvemini non conosceva Tolomei ma, letti i suoi scritti, lo riteneva «uomo troppo appassionato e troppo…letterato», aggiungendo: «Amerei controllare le sue cifre» riferite alla presenza di italiani dalla Piana Rotaliana al Brennero. La risposta di Battisti datata 1 gennaio 1915 ma pubblicata nel primo dopoguerra, dà ragione ai dubbi del letterato di Molfetta che per allontanarsi dal fascismo andò ad insegnare ad Harvard la storia della civiltà italiana: «In merito all’Alto Adige, io penso che senza paura si possa difendere oggi il confine napoleonico (nella valle dell’Adige tra Merano e Bolzano e nella valle d’Isarco tra Bolzano e Bressanone). Ho dei dubbi su un confine più a Nord. Pubblicamente non li espongo, perché non tocca a me, irredento, togliere valore al programma massimo degli irredenti», aggiungendo: «Credo che una difesa del territorio, qualora si andasse nell’Alto Adige, si dovrebbe fare a Salorno».
 
Quando la risposta di Battisti alle domande di Salvemini venne pubblicato nel 1919, il filosofo annotò: «Rispettare le nazionalità è una elementare, imprescindibile misura precauzionale raccomandata dalla storia. Chi pretende di opprimerne e mutilarne una, si mette contro la storia…. Quei tedeschi dell’Alto Adige che l’Italia dovrebbe annettersi, sono i tedeschi di Andreas Hofer. Nessuna persona seria può illudersi di assimilarli facilmente». Certo, Salvemini era persona seria che scrisse: «Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere».

E pensare che Salvemini nel 1914 aveva scritto: «Finora l’Italia ha avuto la fortuna di non avere irredentismi; con l’annessione di Trieste e dell’Istria» diventerà inevitabile «portarsi a casa anche un irredentismo sloveno. Quale necessità vi è di accollarsi anche un irredentismo tedesco che sarebbe molto difficile – per non dire impossibile – estirpare?».

E si era rivolto ai militari che, probabilmente, non lessero il suo pensiero un po’ perché gli uomini in uniforme raramente seguono i filosofi e poi perché, mentre nell’italico regno cominciavano a rullare i tamburi di guerra, nelle caserme si affollavano altri pensieri.
Era la vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia e Salvemini scriveva: «Ci si dimostri che il vantaggio militare di possedere la linea del Brennero è così grande da compensare le difficoltà e i danni politici dell’irredentismo tedesco invincibile fra il Brennero e Bolzano. E noi modificheremo la nostra vecchia idea».

Che era l’idea di Battisti rimarcata di fronte al tribunale militare nel Castello del Buonconsiglio dove disse: «Tengo a sottolineare che ho agito perseguendo il mio ideale politico, che consisteva nel raggiungimento dell’indipendenza delle province italiane d’Austria e nella loro unione al Regno d’Italia». Negli anni Cinquanta Ernesta Battisti Bittanti vide, proprio in questa dichiarazione, il testamento in cui Battisti rifiutava la frontiera al Brennero perché «non aveva mai pensato al Sudtirolo (caduto il fascismo si cominciò, finalmente, a chiamare l’Alto Adige Sudtirolo) come una provincia italiana».

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