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Quel 24 maggio del 1915 radioso per gli italiani

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Quel 24 maggio del 1915 radioso per gli italiani, tragico per il Trentino, segnò la rivoluzione organizzata da una minoranza violenta e faziosa che nelle piazze del Regno brutalizzò la maggioranza di un popolo che non voleva la guerra perché non era né militarmente, né socialmente e psicologicamente preparato a combatterla.

Nello stesso tempo gli uomini che guidavano la politica italiana, si assunsero l’enorme responsabilità di attaccare la duplice monarchia austro-ungarica – alla quale il Regno d’Italia era alleato da quasi trent’ anni – che premuta ad Est dalle immense masse russe e dai serbi sul fronte del Danubio, mai avrebbero pensato di attaccare gli italiani. Nella primavera dal Quindici, quanti guidavano le sorti del nostro Paese, nella convinzione che i russi fossero sul punto di valicare i Carpazi e calando in Ungheria stessero per vincere la guerra senza la partecipazione degli italiani, la dichiararono per poter entrare nel novero delle grandi potenze.

Fecero leva sull’Irredentismo, sul binomio Trento e Trieste. In realtà quella che s’andava scatenando era una guerra di conquista territoriale, quindi imperialista anche se gli italiani che andarono in trincea dove eroicamente soffrirono e morirono, erano convinti di combattere l’ultima battaglia del Risorgimento.
Se nell’agosto del 1914 le potenze dell’Europa potevano illudersi che quella che s’andava affrontando sarebbe stata una «guerra breve», poco sanguinosa e subito fermata dalla diplomazia, nella primavera del Quindici si sapeva benissimo che i soldati italiani sarebbero finiti nel carnaio delle trincee in uno spaventoso logoramento che continuò fino al novembre del 1918.

I giornali riportavano con crescente ampiezza, ogni particolare dello spietato massacro; le pagine a colori disegnate da Achille Beltrame per la «Domenica del Corriere» mostravano anche agli analfabeti le stragi sui campi di battaglia. E la ridondante prosa di Gabriele d’Annunzio, pagato dai francesi per strappare l’Italia dalla neutralità, aveva descritto gli orrori del fronte franco-belga. Persino Cesare Battisti firmandosi da Milano Deputato di Trento, nel quaderno «Il Trentino italiano» stampato il 12 marzo del 1915 scriveva che il popolo belga e serbo e francese «versavano torrenti di sangue» continuando, nonostante quella tragica certezza, a propagandare in decine di città del Regno la guerra all’Austria.

Nessuno aveva capito, dopo l’esperienza terribile della guerra civile americana, completamente ignorata dagli strateghi europei, che era iniziata l’era della guerra industriale. C’era stata la gara degli armamenti che aveva coinvolto soprattutto l’Inghilterra e la Germania; Battisti l’aveva denunciata dalle pagine de «il Popolo» quando aveva scritto che si continuavano a varare corazzate sempre più potenti, ma aveva finito con l’infilarsi anche lui nel militarismo senza rendersi conto che la permanenza delle armate italiane in Libia – il famoso quanto sanguinoso «scatolone di sabbia», poco interessando all’epoca il petrolio – aveva asciugato le già scarse riserve finanziarie della nazione. La presa di Roma aveva generato l’illusione che il nuovo Stato, sostituendosi ai numerosi staterelli della Penisola, sarebbe stato in grado di collocarsi fra le grandi potenze industriali e quando, sul finire dell’Ottocento, si erano ulteriormente deteriorate le relazioni con la Francia che accusava l’Italia di ingratitudine per essere rimasta inerte nel conflitto franco-prussiano, la diplomazia romana in cerca di solide alleanze, guardò a Berlino. Così, anche se restavano nel cuore degli italiani le ferite di Novara, Custoza, Lissa, ci si rivolse anche a Vienna per arrivare, era il 20 maggio del 1882, alla stipulazione del Trattato della Triplice Alleanza.

A placare gli animi di quanti vedevano nell’ Impero di Francesco Giuseppe il nemico storico, ci pensò Sidney Sonnino, lo stesso ministro che una manciata di anni più tardi straccerà il Trattato della Triplice portando gli italiani in guerra, scrivendo: «Soprattutto dobbiamo mettere risolutamente da parte la questione dell’irredentismo. Il possesso di Trieste, nelle presenti condizioni dell’Impero, è di somma importanza per l’Austria-Ungheria: questa lotterebbe a tutta oltranza prima di rinunziare a quel porto. Inoltre Trieste è il porto più conveniente al commercio dell’intera regione tedesca; la sua popolazione è mista come tutte le popolazioni di confine e la rivendicazione di Trieste come un diritto sarebbe un’esagerazione del principio di nazionalità, senza poi rappresentare nessun interesse reale per la nostra difesa. Trento invece è certamente terra italiana e rappresenterebbe un completamento della nostra difesa senza avere per l’Austria l’importanza di Trieste. Ma gli interessi che possiamo avere a Trento sono troppo piccoli di fronte a quelli rappresentati dalla nostra amicizia sincera con l’Austria. L’amicizia con l’Austria è per noi una condizione indispensabile per una politica concludente e operosa».

Poi nell’autunno del 1914 coniò il grido «Trento e Trieste» destinato ad accompagnare le piazze che nella primavera del Quindici invocavano la guerra all’Austria – quella alla Germania verrà dichiarata molto ma molto più tardi e su energica pressione di francesi e inglesi – e tutti dimenticarono che Sonnino aveva suggerito di mettere «risolutamente da parte la questione dell’irredentismo» finita nell’oblio al punto che Battisti nel marzo del 1915, nel librino «Il Trentino italiano» scriveva: «L’annuncio della guerra dell’Austria alla Serbia, la conflagrazione terribile scatenatasi in tutta l’Europa, hanno trovato l’Italia moralmente impreparata, disorientata di fronte al problema di Trento e Trieste.

Vi sono generazioni intere che non solo non hanno respirato un’atmosfera di simpatia verso i fratelli irredenti» ponendosi una domanda: «Esistono ancora o no le ragioni per cui in Italia e governo e popolo concordemente, unanimemente, affermarono fin dal 1866 la necessità assoluta dell’annessione del Trentino allo stato italiano?» Ovvia la risposta di Battisti che parla del solo Trentino – e non dell’Alto Adige – «per la ragione suprema del sangue; allorché il Piemonte si mise alla testa del risorgimento d’Italia non partì dal criterio che una provincia fosse preferibile all’altra. Lo stesso ideale si affermò tanto per la Lombardia come per Trieste, pel Trentino e pel Veneto come per la Sicilia…». Ma nello scritto s’avverte un’amarezza: Battisti aveva capito che nel Regno non si respirava un’atmosfera di simpatia per i «fratelli» trentini e triestini.

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