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Stava, perché non accada più

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Val di Stava, quella conca sopra Tesero, in Val di Fiemme, di fronte allo splendore del Lagorai. Luoghi dove il turista, quando arriva, prova meraviglia. Lassù in alto, proprio sopra il paese, c’era una diga in terra. Anzi, le dighe erano due, una sull’altra a raccogliere gli scarichi fangosi della miniera di fluorite di Prestavel. Le avevano costruite una dopo l’altra, ed erano cresciute alla buona, verrebbe voglia di dire quasi clandestinamente, le fondamenta della seconda semplicemente appoggiate sull’argine della prima. Sempre più alte, sempre più larghe, sempre senza progetto, autorizzazioni e permessi. La vera altezza non è mai stata calcolata e le ricerche sulle misure che dopo il disastro impegnarono le indagini della magistratura, sono costantemente precedute dall’avverbio «circa».
 
Il primo argine aveva raggiunto l’altezza massima di circa 23 metri; il secondo argine di circa 28 metri. Dunque 51 metri secondo un calcolo; 52 secondo un altro. Addirittura 55 metri, secondo un’altra scuola di pensiero metrico. Eppure la domanda in carta bollata, con tanto di marche da bollo, timbri, firme indirizzata il 22 aprile del 1961 dalla Montecatini al Genio Civile di Trento, chiedeva l’autorizzazione alla costruzione di un rilevato in terra di 9 metri «onde decantare l’acqua» che proveniva dalla lavorazione della miniera e restituirla pulita, anzi chiarificata, al Rio Stava. Nove metri, che diventano 51, forse 52,  magari 55, dal 1961 al 19 luglio del 1985, un giorno destinato a restare come monumento dell’angoscia.

Il linguaggio della burocrazia ministeriale ci spiega che i dati, acquisiti a tragedia avvenuta, dimostrano che il disastro si riconnette ad una pluralità di atti e di comportamenti imputabili a più persone, verificatisi in un ampio periodo di tempo, prolungatosi per oltre vent’anni. La costruzione dei bacini, il loro ampliamento, il loro innalzamento, furono intrapresi in più tempi: quando si presentava la necessità di allargare la discarica, si alzavano le dighe, quasi senza un briciolo di calcolo, senza i preamboli dei permessi. Da 9 a circa 51, forse 55 metri. Fino al giorno del crollo.

Da quel lontano 1945, che vide l’Italia uscire dall’ombra della guerra perduta che l’aveva devastata, lo sforzo industriale della nostra Nazione è stato piagato da terribili eventi. La tragedia dell’8 agosto 1956 nella miniera di carbone, il Bois du Cazier di Marcinelle simbolo della fatica, della sofferenza e tomba di 136 nostri connazionali costretti a migrare. Naturalmente il Vajont con quell’enorme diga a svettare sul cimitero di Longarone. La lunga e silenziosa tragedia degli operai, quelli della morte a cottimo della Sloi, i dolori del Petrolchimico di Marghera, le «macchie blu» di Chizzola di Ala comparse sulla pelle degli abitanti della cittadina investiti, erano gli anni Sessanta, dai fumi dello stabilimento della Montecatini che lavorava l’alluminio, i «vapori» alla diossina della Icmesa di Seveso, il Calvario di quanti morirono con i polmoni soffocati dal cancro scatenato dall’amianto. Fino all’assurdo dei due Cermis, a Cavalese, nella Valle di Fiemme.

Alle tragedie erano seguiti i processi. Nella ars loquendi giudiziaria passavano sequele verbose, battute escrescenti, vertigini numeriche dettate da continui riferimenti ad articoli e commi. Sullo sfondo, sempre più sbiaditi, presto dimenticati, i volti, le storie, i drammi, le pene di quanti morirono e dei loro familiari subito abbandonati, anzi trattati con chiaro fastidio, come avvenne ai superstiti di Longarone quando il processo venne trasferito all’Aquila perché quanti chiedevano giustizia avevano bloccato una strada. Con Giovanni Leone che da Presidente del Consiglio garantì la giustizia dello Stato e poi da grande avvocato, difese il teorema della fatalità.

Per Stava, è l’unica nota di consolazione, la giustizia c’è stata. Rapida, precisa, verrebbe voglia di dire unica. La magistratura a Trento come in Cassazione a Roma, non ha scelto la via delle lungaggini, che poi diventano scorciatoie per i colpevoli. Certo, l’evento giudiziario è solo un risarcimento simbolico all’indicibile orrore né la forza della giustizia ha alleggerito il dolore. Ma ha trasmesso un ammonimento, anzi una certezza: la cura del territorio è diventata programma. Almeno nel Trentino, ma probabilmente anche in altre parti d’Italia, il lampo di quel luglio ormai lontano, ha cambiato il quadro di attenzione all’ambiente che ci circonda.

Restano nella memoria i «balletti verbali» di alcuni difensori degli imputati, soprattutto di quelli che volevano far togliere dall’aula nelle prime ore del dibattimento, quel cartello che ricordava i nomi di quanti morirono a Stava. I giudici dovettero riunirsi in camera di consiglio per dire che quel cartello, divenuto manifesto del dolore, doveva restare dove era stato messo. E anche quella fu un’azione di giustizia. I nomi dei morti davanti a tutti. Per non dimenticare.

Certo, c’è stata l’assenza di alcuni personaggi della politica trentina cancellati, magari con troppa sollecitudine, dalla lista degli imputati già nei primi momenti dell’inchiesta. Si rammentano reticenze forse inevitabili in un processo, l’assenza del dibattito politico che nei giorni successivi alla tragedia sembrava aver fretta di chiudere quella ferita anche per non turbare l’industria del turismo. E poi c’è l’immagine di quel sindacato che voleva mantenere aperta la miniera per conservare i posti di lavoro.

Quando si parla di Stava, la memoria torna al Vajont, la più rovinosa catastrofe che abbia colpito nel secolo scorso l’Italia dopo il terremoto di Messina nel 1908 e di Avezzano il 13 gennaio del 1915 alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia. Nove ottobre 1963. Dal monte Toc, che in tutto il Veneto vuol dire pezzo, quindi Toc è una montagna fatta di pezzi di pietra, si staccarono tutti insieme 260 milioni di metri cubi di roccia che piombarono nel lago, dietro la diga e sollevarono un’onda di 50 milioni di metri cubi che spazzò via dalla faccia della terra cinque paesi. Duemila morti in pochi minuti. Eppure quella tragedia non servì come avvertimento perché a Stava si continuava a innalzare la diga di terra.
Erano quelli gli anni del boom economico, delle industrie che cavalcavano la tigre del profitto e la fluorite, minerale commercializzato come fondente nelle industrie siderurgiche, era diventata notissima attraverso la pubblicità di un dentifricio che più di altri, prometteva non solo di prevenire la carie, ma di rendere il sorriso splendente e pulito. Quelli erano anche gli anni dei primi scontri con l’ecologia, con i pretori che condannavano quanti inquinavano, soprattutto le acque dei fiumi, con gli scarichi delle industrie.

A Prestavel, il fior fiore dell’ingegneria della Montedison, aveva tre traguardi: produrre al meglio, spendere il minimo, non inquinare le acque del rio Stava per non incorrere nelle ire giudiziarie del pretore al quale arrivavano le denunce dei pescatori. Così le dighe dovevano servire a pulire le acque per restituirle chiarificate al Rio Stava e i bacini – il giudice Carlo Ancona che condusse l’istruttoria processuale, mirabilmente li definì pattumiere – crescevano un anno dopo l’altro ad una quota di 150 metri più elevata rispetto al fondovalle sul quale erano state edificati case, alberghi, laboratori artigianali, che periodicamente ottenevano autorizzazioni ad ingrandirsi.

È vero, Toc in Veneto vuol dire «pezzo» e nel Trentino Pozzole vuol dire pozzanghera. A Prestavel si costruirono due dighe su terreno paludoso e le indagini hanno messo in evidenza che se gli argini del bacino inferiore erano fondati su terreno naturale, anche se paludoso, quelli del bacino superiore appoggiavano, addirittura, sui limi del sottostante bacino di decantazione. Un assurdo tecnico diranno gli esperti chiamati a ricostruire le cause del disastro. Una scelta incredibile quella di fondare l’unghia di valle dell’argine sui fanghi provenienti dalla decantazione dell’acqua torbida del bacino inferiore. Quel metodo comportava evidenti rischi. Ma era anche il più economico.

A tragedia avvenuta riesce difficile spiegare e capire come mai, all’atto della scelta del luogo più idoneo dove collocare le vasche di decantazione, nessuno abbia dato peso all’enorme pericolo costituito dal contenuto di tali bacini, posti in una zona a pendio e ad una quota oltre cento metri più elevata rispetto ad un fondovalle sede di numerosi insediamenti residenziali e turistici.

Già all’epoca della costruzione della seconda diga erano stati divulgati dalla stampa scientifica del settore i disastri accaduti nel 1965 al El Cobre in Cile, l’anno dopo ad Aberfan, nel 1972 a Buffalo e nel 1978 in Giappone. Tutti crolli di bacini di decantazione avvenuti per colpa di terremoti oppure di piogge torrenziali.
Noti i disastri, conosciute le cause, erano stati pubblicati i suggerimenti per le più rigorose procedure di progettazione, costruzione e controlli, ma ogni avvertimento rimase inascoltato.

Oggi, molto mestamente, si dice che gli errori macroscopici commessi a Prestavel possono risalire alla scarsa considerazione generale che all’epoca il mondo della produzione e quello preposto alla gestione del territorio mostravano verso i problemi della salvaguardia dell’ambiente e della sicurezza civile. Ma a Prestavel si esagerò: se la tradizione dell’ingegneria mineraria portava ad adottare coefficienti di sicurezza inferiori a quelli usati dagli ingegneri civili, quelli relativi agli argini di Prestavel erano così bassi da non poter essere accettati. Inoltre, non era stata predisposta alcuna strumentazione di monitoraggio che potesse evidenziare i segni di allarme, forse perché costava troppo. O più semplicemente perché nessuno avvertì il bisogno di un corretto controllo. Che si eseguiva a vista. Magari due volte al giorno, un capo operaio scrutava i bacini per vedere se si erano aperte crepe e controllava l’acqua che ruscellava a valle. Che doveva essere chiara. In tali condizioni, ma lo si seppe dopo, tutto l’impianto di decantazione costituiva una continua minaccia per la vallata e qualsiasi evento avrebbe potuto compromettere la stabilità degli argini.

Amaramente ci si sorprese ascoltando durante il processo, professionisti di chiara fama affermare di non essersi curati di quei bacini perché incaricati di controllare solo la sicurezza della miniera. Certo, li avevano visti ma non era compito loro verificare e accertare. E non guardarono.

Il complesso delle dighe non poteva che crollare alla minima modifica delle sue precarie condizioni di equilibrio. E crollò. Alle ore 12, 22 minuti, 55 secondi del 19 luglio 1985. Fu una tragedia fulminea. Poche ore dopo – lo scrisse il giornalista Piero Agostini all’epoca direttore dell’Adige – a Stava non c’era più nulla di decisivo da fare. Pochi giorni dopo, non c’era più nulla da vedere. Stava è stata un tragico baleno, l’uragano di pochi, lentissimi, orrendi minuti. In quell’ora, in quei minuti, in quei secondi, sotto un sole perfetto, tra prati verdissimi, nel momento del desinare di un giorno di luglio, accompagnata da un cupo boato che i testimoni ricordano simile ad una forte detonazione per scoppio di esplosivo, la massa fangosa del bacino superiore si riversò in quello inferiore.

Si videro, per la forza devastatrice dello spostamento d’aria, gli alberi staccarsi dal suolo ancor prima di essere investiti dalla frana, le tegole delle case volare in aria come stormi di corvi neri, esplodere le strutture della segheria che sorgeva mezzo chilometro più a valle. Oltre duecentomila metri cubi di fango precipitarono alla velocità di 9,8 metri il secondo per 4200 metri.

Qualche anno dopo, gli esperti dissero in tribunale: la velocità di una massa semifluida  risulta da un equilibrio fra le forze motrici dovute all’inclinazione del terreno e le forze di attrito della massa che scivola contro le sponde fisse. Più grande è la massa, maggiore è la velocità. Forse dissero che era una questione geometrica. Aggiunsero che l’attrito è una resistenza che si determina quando un corpo in movimento è a contatto con un altro corpo. Terminologia da manuale. Suggestiva per il profano. Comunque una definizione che appare elegante e comprensibile. Peccato sia stata enunciata a tragedia avvenuta.

Perché quella massa semifluida calcolata attorno ai 168.600 metri cubi, pari a 300 milioni di chili, aveva già stritolato Stava e la sua gente.
La distruzione dell’abitato di Stava si sarebbe verificata – così affermano i tecnici convocati in tribunale – fra le ore 12, 22 minuti e 35 secondi e le ore 12, 25 minuti e 48 secondi. Il sismogramma registrato nella stazione di rilevamento di Cavalese, segna i tempi del grido di dolore della vallata: la morte di uomini, donne, bambini. Sette minuti e 5 secondi dal crollo dei bacini, allo sfociare della frana nell’Avisio dove, finalmente, si arresta fra nubi di polvere bianca e in un silenzio totale. Chi è morto è morto subito, come negli assurdi grovigli della funivia del Cermis. Pochissimi i feriti, a dimostrare la violenza dell’impatto e l’impossibilità di ogni tentativo di fuga.

Pochi minuti dopo il  disastro, l’ospedale di Cavalese mise in allarme il Santa Chiara di Trento e l’altoparlante della piscina comunale che si trova a due passi dal nosocomio, invitò i medici e gli infermieri che nella pausa di mezzogiorno lasciavano le corsie per una nuotata, a tornare immediatamente nei reparti. Nello stesso momento gli elicotteri dei vigili del fuoco decollavano con rotta Nord Est, diretti in Val di Stava. Ma i medici attesero inutilmente nell’atrio delle sale operatorie. Gli elicotteri sorvolarono a lungo le rovine poi presero terra. A Stava, non c’era quasi nessuno da soccorrere. Quanti si trovarono davanti al bianco della colata di fango che s’ andava asciugando sotto un sole così straordinario da dipingere le Dolomiti come rare volte accade di vedere, compresero che era accaduta una enormità.

Sotto tonnellate di disinfettante, il bianco abbacinante della melma rapidamente rinsecchita dal gran sole, è diventato per qualche giorno ancor più bianco. Poi l’erba ha ripreso il sopravvento, il verde è tornato verde, Stava sepolta se ne è andata per sempre e con il passare del tempo, se ne va anche la memoria collettiva. Per fortuna senza il rischio di una beffa finale, come è avvenuto per il Vajont. Sul finire del luglio del 2000, dopo quasi trentasette anni dalla tragedia, si era chiusa a Palazzo Chigi, con una cerimonia da tutti definita solenne, la «pratica Vajont»: le famiglie delle duemila vittime avevano ottenuto un risarcimento. Fu davvero una cerimonia grandiosa, che s’indovina anche festosa: fotografi, telecamere, cronisti, ministri, strette di mano, sorrisi forti e pieni. Forse anche un brindisi, con vini nobili, serviti da valletti in guanti bianchi e volto austero.

È vero, il sangue della storia asciuga in fretta, e figuriamoci quanto ci mette a sparire il rossore della vergogna o il tormento del rimorso. Scrisse Enzo Biagi sul Corriere della Sera del 29 luglio 2000: «Non mi sembra che ci fosse proprio nulla da celebrare, niente di encomiabile: alla mestizia per i defunti, si aggiunge la tristezza per il lento funzionamento della giustizia». Davvero, c’è ben poco da consolarsi.
Resta il dolore struggente per quei morti ai piedi della diga del Vajont. Lo stesso dolore rimane per la gente che abitava Stava e per quelli che arrivarono lassù da regioni diverse, a godere le gioie della vacanza e che vennero uccisi di frodo, in un giorno d’estate.

Resta l’immagine del Papa che il 17 luglio del 1988, per cinque interminabili minuti, rimase inginocchiato nel cimitero costruito in tutta fretta, per accogliere le nuove e troppe tombe e poi disse: «Il carattere morale dello sviluppo non può prescindere dal rispetto degli esseri che formano la natura visibile. Il dominio accordato dal Creatore all’uomo non può essere assoluto, né si può parlare di libertà di usare ed abusare o di disporre le cose come meglio aggrada». Aggiunse che Dio è drammaticamente coinvolto nel dolore degli uomini, nel dolore delle ingiustizie. Certamente lo è, per i credenti, nel dolore per Stava.

Ormai di Stava si è documentato e detto tutto. Raramente con rabbia. Mai per vendetta. Conosciamo il perché della tragedia, le responsabilità, l’angoscia di quei giorni di un luglio lontano nel tempo ma ben presente nell’emozione destinata ad accompagnare quanti, per le ragioni più diverse, si trovarono davanti al bianco della colata di fango che s’ andava asciugando sotto un sole così straordinario da dipingere le Dolomiti come rare volte accade di vedere. Né il Giorno di Stava sarà relegato nelle soffitte della memoria e quindi della storia. Perché questo anniversario non è, come talvolta accade, un omaggio reso al passato per rispettare una consuetudine. Ma per riflettere e ammonire: perché in ogni angolo del mondo non accada più.

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