Salta al contenuto principale

Cesare Battisti: ecco come andò il processo

Tempo di lettura: 
18 minuti 5 secondi

È il 12 luglio del 1916. Sono le 16.30. Nella fossa del Castello del Buonconsiglio muoiono Cesare Battisti e Fabio Filzi. Nella sentenza si legge: «… hanno commesso il crimine d’alto tradimento… pertanto ambedue gli imputati… unanimemente dichiarati colpevoli, vengono condannati alla pena di morte per capestro…».

Cinquant’ anni dopo nell’estate del 1966, l’avvocato Sandro Canestrini mi illustra quel processo che ha segnato e segna la storia del Trentino, dell’Italia e dell’Austria. Il fascicolo processuale, o più esattamene il «giornale degli atti nella causa penale contro il dr. Cesare Battisti e il dr. Fabio Filzi per crimine d’altro tradimento» conservato nell’Archivio di Stato è di 24 pagine e venne tradotto in italiano dall’avvocato Francesco Menestrina nel 1920.  Canestrini è convinto che Battisti, indossando le stellette di militare del Regio Esercito è divento cittadino italiano e quindi non poteva essere arrestato, ammanettato, processato e condannato. Era diversa, nonostante la stessa condizione di ufficiale, la posizione di Filzi perché disertore dell’Esercito austriaco ma quel processo rispecchia l’andazzo di tutti i procedimenti militari in tempo di guerra dove il diritto venne violentato in omaggio ai «valori supremi» fra i quali esempio di ferrea e incrollabile disciplina.

Il primo documento è un foglio di notes scritto a mano, con matita copiativa. È uno stringatissimo rapporto vergato da un ufficiale in servizio nella prima linea, il capitano di cavalleria M. Kuhn: «Un tenente prigioniero dichiara apertamente d’essere il deputato al Consiglio dell’Impero Cesare Battisti». C’è un’altra nota di Kuhn: «Un sottotenente Brusarosco Franzesco dichiara di non essere suddito austriaco e d’essere sempre stato cittadino italiano. È originario da Arsignano. Segue un foglio che contiene un’informazione che contrasta con le suddette dichiarazioni».

Poi c’è il rapporto del maggiore Eckardt che dopo il riuscito contrattacco, doveva rinforzare la trincea riconquistata, portare i rincalzi in prima linea, trasferire i feriti, seppellire i caduti, che sono tantissimi, recuperare il materiale bellico disseminato sul campo, provvedere alla distribuzione del rancio, inviare pattuglie in ricognizione. Ha solo il tempo di scrivere poche righe con una matita copiativa, su un foglietto: «Furono fatti proseguire sotto scorta di una pattuglia il deputato al Consiglio dell’Impero Battisti Cesare e un tenente Brusarosco che è pure suddito austriaco (dr. Finzi di Rovereto)». Ancora due righe: «I due ultimi proseguirono in catene sotto scorta di un gendarme da campo. Deposizioni di natura militare di lieve entità».

LA RICOSTRUZIONE DELLA CATTURA
«La sezione mitragliatrici n. 4 del reggimento dei bersaglieri provinciali n.1, alla quale appartengo, si trovava il 9 m.c. in posizione a quota 1801 sul monte Spil. Nella notte fra le 10 e le 11, gli Italiani diedero l’assalto al Monte Corno che tennero fino al mattino. All’alba del 10 luglio per ordine del comandante di reparto fu diretto il fuoco delle mitragliatrici contro un piccolo bosco di pini nani, che stava circa 300 passi davanti a noi e nel quale si trovavano gli Italiani; il nemico allora sventolò qualche fazzoletto bianco. A questo punto assieme ai bersaglieri Alois Wohlmut di Steinriegel nella Stiria e Franz Strazligg di Bernegg, mi precipitati verso l’accennato boschetto che riveste la china degradante del Monte Corno e gridai agli Italiani: giù le armi. Dopo di ciò si arresero e vennero disarmati un tenente italiano, che disse di chiamarsi Brusarosco, e circa 40 – 50 uomini. Mentre facevo prigioniero il tenente Brusarosco e i suoi uomini, chiesi loro: Dove Battisti? E alcuni soldati risposero: Battisti, capitano, anche maggiore, andrio.
Consegnai i prigionieri ai soldati che mi seguivano e coi bersaglieri già nominati continuai a correre. Vicino alla vetta ordinai ai miei compagni di fare una ricognizione in un piccolo bosco che si stendeva a destra: nello stesso i miei uomini trovano un primo tenente italiano con circa 50 soldati che pure vennero fatti prigionieri. Il primo tenente aveva già alzato il suo revolver in atto di sparare; fu però costretto a buttarlo via e venne disarmato dopo che il bersagliere Wohlmut gli si avventò contro per colpirlo con il calcio del fucile. Non conosco il nome di questo primo tenente. Abbiamo però udito da disertori italiani che un certo Battisti comandava la seconda compagnia di marcia d’un reggimento alpini e che ripetutamente egli incitava i suoi soldati a essere valorosi perché la guerra possa finire in un paio di mesi. Come risulta da quanto narrato, sia il tenente Brusarosco come il primo tenente di cui ho fatto parola vennero catturati con l’arma in mano e fatti prigionieri nel corso di un combattimento svolto contro di noi».

Cattura_1610566.jpg


Descrizione: 

Cesare Battisti dopo la cattura sul Monte Corno, il 10 luglio 1916

Questo è l’esame testimoniale – Zeugenvernehmung – reso davanti al tribunale dell’Imperiale e Regio comando militare di stazione in Trento, foglio 8, datato 11 luglio 1916, scritto a macchina dal soldato di fanteria e scritturale Rudolf Stoll, firmato da Vincenz Braun, 28 anni, nato a Spatzen, nell’Austria inferiore, di religione romana cattolica, ammogliato, sergente del reggimento dei bersaglieri provinciali n.1, che ricostruisce la cattura di Fabio Filzi e Cesare Battisti. L’esame del testimone è stato fatto dal primo tenente uditore dott. De Hauck.
Dagli atti processuali risulta evidente che disertori italiani indicarono la presenza di Battisti rimarcata anche dai militari presi prigionieri.

LA BATTAGLIA SUL MONTE CORNO
Lo scontro di Monte Corno e la cattura di Filzi e Battisti viene ricostruito per i giudici del tribunale militare riunito nel castello del Buonconsiglio dal colonnello Langer, capo di stato maggiore dell’Imperiale e Regio comando del Ventunesimo Corpo, in un dattiloscritto di 62 righe: «Il 10 mese corrente, nelle prime ore del mattino truppe alpine svolsero, contro le nostre posizioni al Monte Corno in Vallarsa, un’azione offensiva in seguito alla quale la linea avanzata cadde nelle mani degli Italiani. Quando sul far del giorno ebbe inizio la nostra controffensiva, il nemico venne respinto e il fuoco di sbarramento della nostra artiglieria gli impedì di ritirarsi, cosicché il reparto attaccante fu quasi senz’eccezione fatto prigioniero. Detto reparto consisteva del battaglione Vicenza, al quale si trovava anche unita, come antecedentemente era stato riferito da prigionieri, una compagnia di marcia del battaglione alpini Verona. Secondo le medesimi asserzioni di prigionieri, è comandante di questa compagnia di marcia in qualità di primo tenente il dr. Cesare Battisti di Trento, colpito da mandato di cattura, assieme al dr. Fabio Filzi. Ambedue combattevano in essa sotto falso nome contro la loro patria. Mentre si attendeva di distribuire i prigionieri, i due suddetti furono da loro stessi alpini della compagnia di marcia, designati come sudditi austriaci dopodiché vennero arrestati e messi in catene. Il dr. Battisti ammise subito la sua identità».

Gran parte del rapporto si dilunga nel dimostrare l’identità di Filzi, «praticante d’avvocatura nello studio dell’avvocato Antonio Piscel di Rovereto», spiegare che i due prigionieri sono stati catturati con le armi in pugno e aggiunge: «Il dr. Battisti, avvocato a Trento e deputato al Consiglio dell’Impero, colpito da mandato di cattura per fallimento colposo, fu in Italia uno dei più arrabbiati sobillatori contro la Monarchia ed è a considerarsi tra le persone maggiormente colpevoli dello scoppio della guerra con l’Italia. Tutta la popolazione borghese (durante il trasferimento verso Trento, nda) lo riconobbe; in conformità alle recenti istruzioni, essa dovette essere tenuta in freno perché non passasse contro di lui a vie di fatto».

17_Boia_La_1620364.jpg


Descrizione: 

L'impiccagione di Cesare Battisti il 12 luglio 1916

Già l’11 luglio, il giorno dell’ingresso di Battisti nella cella del castello del Buonconsiglio, dopo la gogna nelle vie di Trento, con in testa l’elmetto in dotazione al Regio Esercito e sulla carretta assediata dalla folla ostile, viene ordinato l’immediato avviamento del giudizio statario. L’accusa contro Battisti, «giornalista ed ex Deputato al Consiglio dell’Impero e alla Dieta provinciale», è di 8 righe che, quasi a voler dimostrare l’urgenza del processo, sono scritte a mano. «…dopo lo scoppio della guerra con l’Italia, a mezzo di pubbliche agitazioni d’ogni sorta, sia oralmente, sia con stampati contrari all’Austria e favorevoli all’Italia, come pure con la sua entrata nell’esercito italiano e l’aver impugnato le armi contro l’Austria, egli intraprese tanto come istigatore che come autore diretto, azioni tendenti a distaccare dal complesso dei paesi componenti la monarchia austroungarica, una parte degli stessi, e così pure ad attirare contro lo Stato un pericolo dal di fuori o ad accrescerlo e a suscitare nell’interno, un’insurrezione o una guerra civile».

Il giudizio statario è fissato per il giorno 12 luglio; nel foglio del provvedimenti nella causa penale per crimine di alto tradimento c’è la frase lapidaria: «Telegrafato per il boia». Il telegramma arriva al tribunale provinciale penale di Vienna alle ore 11 antimeridiane dell’11 luglio 1916, un giorno prima dell’inizio del processo. La riposta è immediata: «Furono fatti partire per costì boia e aiutanti». Josef Lang, vestito di nero, arrivò a Trento dopo una notte trascorsa in treno, con i suoi due aiutanti prima dell’inizio del processo.

Lang si preparava ad una rivincita che aveva radici nel processo
a Floriano Grossrubatscher che aveva 26 anni, era di Stern di Val Badia e a Rovereto il 3 aprile 1896 aveva ucciso per rapina Giovanni Alton e sua figlia Maria. Contro la sentenza di condanna a morte era insorto «il Popolo» di Battisti con un articolo dal titolo «Cannibalismo Moderno» annunciando la pubblicazione a puntate del romanzo di Victor Hugo «Le dernier jour d’un condamné». Poi era arrivato Lang ordinando al falegname Parmesani la forca rizzata sul piazzale della prigione di Rovereto. Come giornalista, Battisti è fra il pubblico, descrive la scena raccapricciante, soprattutto che l’esecuzione è andata troppo per le lunghe. Insomma Lang non è stato perfetto nell’eseguire il suo mestiere e, probabilmente, quell’articolo gli era costato un richiamo. Possiamo, forse, supporre la soddisfazione di Lang nell’incontrare il giornalista che – non era mai accaduto prima – lo aveva criticato. Anche questo si può leggere nella fotografia che più delle altre documenta l’orrore dell’esecuzione nella Fossa del castello.

 

Battisti chiede di essere difeso all’avvocato Adolfo de Bertolini. La richiesta non è presa neppure in considerazione e l’imputato viene difeso dal primo tenente uditore dr. Herbert Fischer. Il processo inizia alle 9. Presiede il colonnello Karl Edler von Gratzy. Gli altri giudici sono Karl Issleib, Josef Replich e Wilhelm Lechter. Battisti dichiara subito: «Sostengo d’essere cittadino italiano perché sono stato nominato ufficiale nell’esercito italiano. Devo però ammettere che non ho avuto lo svincolo dalla sudditanza austriaca». Poi la pronuncia di fede. «Ammetto di aver svolto, sia anteriormente che posteriormente allo scoppio della guerra con l’Italia, in tutti i modi – a voce, in scritto, con stampati – la più intensa propaganda per la causa dell’Italia e per l’annessione a quest’ultima, dei territori italiani dell’Austria. Ammetto di essermi arruolato come volontario nell’esercito italiano, di aver combattuto contro l’Austria e di essere stato fatto prigioniero con le armi alla mano».

Alle 11 l’udienza è finita, il crimine di alto tradimento è provato e la pena è la morte per capestro. C’è appena il tempo di battere a macchina la motivazione della sentenza nella quale spiccano frasi di questo tenore: «Il passaggio indegno ad un nemico disprezzabile anche dal punto di vista morale; l’affermazione di sentimenti fedifraghi continuata per anni… Battisti fu un istigatore e senza dubbio uno dei fautori della brigantesca aggressione dell’Italia contro la Monarchia cosicché su di lui grava anche la responsabilità dei fiumi di sangue innocente versato dai nostri bravi soldati sui campi di battaglia nella lotta contro l’ereditario nemico italiano». Josef Lang, il boia, era già pronto.

IL RACCONTO DI UN TESTIMONE
Il 3 maggio del 1987, il giornale «Alto Adige» intervistava Tullio Mosna, uno dei pochissimi civili che vide l’impiccagione di Battisti e Filzi. Era nato il 5 ottobre del 1903, suo padre Beniamino era disperso in Bosnia e lui a 13 anni, lavorava come garzone nel negozio di Vittorio Scotoni. Vendeva crauti e qualche volta, la mancanza di cibo era ormai una costante, pesce in scatola che arrivava dall’Ungheria. Sua madre faceva la camiciaia lavorando la tela dei sacchi fornita da due soldati ungheresi: Micael Hanac e Petrus Cactus. Proprio loro due, quel 12 luglio, lo fermarono presso la fontanella di Port’Aquila dicendogli in tedesco: «Devi venire con noi perché oggi vengono impiccati due traditori».

Tullio Mosna racconta che attorno al castello c’erano molti soldati. «Ho visto scendere giù per le scale Cesare Battisti vestito in borghese e circondato da soldati, ricordo il boia ritto dietro la forca, Battisti che ascolta la sentenza poi ha gridato viva l’Italia, viva Trento italiana. Il laccio si è rotto, il boia ne ha preso un altro e Battisti ha gridato ancora viva l’Italia. Poi lo hanno coperto con un lenzuolo. Volevo scappare via, ma sulle scale che scendono nel castello e portano alla fossa, è comparso un altro condannato che poi ho sentito chiamarsi Filzi. Attorno a me c’erano solo soldati che si sporgevano in avanti per vedere. Non ho visto civili».

Il 10 agosto del 1993 e prima di recarsi a Borgo Valsugana per commemorare con il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro la figura di Alcide Degasperi, Alois Mock allora ministro degli esteri austriaco aveva reso omaggio, sebbene in forma strettamente privata, al cippo che nella fossa del castello del Buonconsiglio segna il luogo dove Lang aveva issato la sua forca. Nella visita, Mock era stato accompagnato da Mario Eichta e nel luogo che perpetua il ricordo di quella giornata, Mock aveva avuto parole di elogio per la franchezza di Battisti che «ha sempre parlato apertamente, non ha mai nascosto le sue idee, non ha mai fatto nulla di segreto».

Nel settembre del 2003, lo ha scritto il giornalista Franco de Battaglia su «Trentino», il presidente del Parlamento austriaco Andreas Khol accogliendo una delegazione trentina guidata dall’ allora presidente della giunta Lorenzo Dellai, dopo aver mostrato i seggi dove sedevano Battisti e Degasperi e ricordando che suo nonno era capo della gendarmeria a Riva del Garda disse: «Ogni volta che vedo le immagini dell’impiccagione di Cesare Battisti, mi rendo conto che quella è stata la pagina più nera dell’Austria».

Per ricordare la visita di Mock, momento davvero memorabile, il Museo trentino del Risorgimento e della Lotta per la Libertà, (oggi Museo Storico del Trentino, nda) aveva pubblicato un saggio giuridico apparso nella primavera del 1991 in Austria sulla prestigiosa rivista «Das Fenster». Lo studioso Christoph H. von Hartungen aveva presentato ai lettori trentini il lavoro compiuto dal giurista Ernst Ganahl intitolato «Riflessioni di un giurista sul processo di alto tradimento contro il dottor Cesare Battisti», ponendo una domanda: da un punto di vista strettamente giuridico, quel processo, secondo l’ordinamento processuale austriaco allora vigente, era giuridicamente ammissibile?».

Filzi e Battisti vennero giudicati dal tribunale militare in base al diritto statario. Il regolamento prevedeva solo due formule conclusive: la condanna capitale o l’assoluzione. C’era una terza via: i giudici potevano dichiararsi non competenti. Le sentenze erano inappellabili, la possibilità della grazia remota e dovevano essere eseguite entro due ore dalla pronuncia.

L’avvocato Ganahl rileva: «Secondo il diritto penale austriaco il delitto di alto tradimento non era compreso fra quelli giudicabili da uno Standgericht. Perciò Battisti, e non Filzi che era disertore del primo reggimento Kaiserjager, avrebbe dovuto essere giudicato dal tribunale militare competente, quello di Trento, ma secondo il rito ordinario. Anche di fronte al procedimento penale statario, l’imputato aveva la facoltà di scegliere il difensore di fiducia e nel corso del primo interrogatorio, Battisti nomina come difensore l’avvocato Adolfo de Bertolini, all’epoca commissario straordinario della città di Trento. Da nessuno degli atti processuali risulta che l’autorità militare si sia rivolta all’avvocato de Bertolini. Anche un avvocato esperto come il dottor de Bertolini, difficilmente avrebbe ottenuto un esito diverso, ma molto probabilmente sarebbe riuscito ad ottenere un procedimento più equo e meno sommario».

Insomma, Battisti poteva essere strappato dalle mani dei militari e affidato alla giustizia ordinaria che in Austria era molto corretta e indipendente?

C’è un altro aspetto. L’imputato, e questo è stato l’unico punto di difesa, «al momento della sua cattura era ufficiale del Regio Esercito: ci si deve allora chiedere se con l’entrata in un esercito straniero abbia automaticamente perso la cittadinanza austriaca. Battisti aveva lasciato l’Austria il 12 agosto 1914, l’espatrio era stato legale, non era soggetto agli obblighi di leva, essere ufficiale del Regio Esercito lo collocava fra i cittadini italiani e così lui non aveva cambiato le generalità».

Ecco un’altra circostanza. Dal 1911 Cesare Battisti era deputato al Reichsrat e poi alla Dieta di Innsbruck. La legge allora in vigore stabiliva che un deputato poteva essere giudicato solo dopo una formale autorizzazione del Parlamento. Il Reichsrat venne chiuso, ma non sciolto, dal presidente del consiglio conte Sturgkh il 25 luglio 1914. Dunque il 12 luglio 1916 il Parlamento sebbene sospeso, esisteva, e Battisti aveva il diritto all’immunità parlamentare. Il Parlamento venne riaperto il 30 luglio del 1917 dall’imperatore Carlo I. Durante la seduta vennero letti i nomi dei deputati caduti in guerra e quello dei decaduti in seguito a condanne passate in giudicato. Tra questi c’era il nome di Battisti. Quel giorno e in quella seduta, il segretario protocollista era Alcide Degasperi.

I DUBBI CHE DA UN SECOLO ACCOMPAGNANO QUEL PROCESSO
Un dubbio ha sempre attraversato la storia. Quel 12 luglio il processo era un vero onesto processo oppure una farsa giudiziaria, una macabra messa in scena? La domanda se la pose nel 1967 anche Claus Gatterer nel famoso «Cesare Battisti, ritratto di un Alto Traditore». La risposta, forse, è molto semplice: fu un processo militare contro un disertore e un traditore che poteva avere un solo esito. Come tutti i processi di quel tenore pronunciati nelle immediate retrovie dei campi di battaglia dove il processo era sempre sommario perché si era smarrita la ragione assieme all’idea di giustizia.

L’intero dibattimento dura solo due ore. Si devono interrogare i due imputati, ascoltare cinque testimoni, leggere i vari atti d’accusa fra i quali alcuni articoli di giornale scritti da Battisti. Sorge il sospetto che tutte le questioni un po’ controverse non vennero affrontate, o meglio, non si vollero affrontare. Soprattutto non vollero o non furono in grado di accertare quella principale. Indossando le stellette del Regio Esercito, Battisti – Filzi era un disertore – era diventato cittadino italiano quindi non poteva essere arrestato, ammanettato, incarcerato, processato. Forse i militari che formavano il collegio giudicante, non erano in grado di conoscere le questioni procedurali; più probabilmente, di fronte ai due alti traditori, volevano dare una risposta esemplare e immediata, tanto è vero che il dirigente del dibattimento fa verbalizzare che, «data la straordinaria gravità del reato e la necessità di una pena esemplare, non è assolutamente in grado di raccomandare gli accusati per la grazia: anche quanto alle modalità dell’esecuzione osserva che non v’è motivo di concedere agli accusati, in via di grazia, la morte per fucilazione».

Del resto, la sentenza aveva tuonato: «…se si pensa alla circostanza comunemente nota che la politica del Regno d’Italia e le aspirazioni degli irredentisti nelle terre italiane dell’Austria sono dirette alla redenzione delle province austriache italiane e alla loro unione al Regno d’Italia e che per raggiungere questo scopo fu scatenata una guerra vergognosa contro l’alleato che credeva nell’altrui fedeltà, non occorrono ulteriori discussioni…».

Spiega l’avvocato Ernst Ganhal, che la giustizia militare austriaca non era ciecamente sanguinaria e che oltre a Battisti, vennero giustiziati altri quattro irredentisti catturati anche per colpa dello Stato Maggiore del Regio Esercito che permise il loro impiego in prima linea. Morirono appunto Filzi, Damiano Chiesa, Francesco Rismondi e Nazario Sauro, ma in nessun caso si inscenò uno spettacolo tanto brutale quanto quello riservato a Battisti. Probabilmente si volle giustiziare il socialista, l’uomo dell’impegno, in Austria, antimilitarista, il tribuno che aveva dato fastidio all’Impero, il giornalista audace. Forse consegnando Battisti al boia, si volle impiccare l’alleato infedele: e con le centinaia di fotografie tragiche e terribile scattate durante l’esecuzione, si volle far conoscere al mondo che giustizia era stata fatta.

Il 19 luglio del 1916 a Roma veniva pubblicato un quaderno firmato da «Un Trentino» di 8 pagine dal titolo «Cesare Battisti». Ecco le prime righe: «In Vallarsa, il 10 luglio, in vista di Rovereto mentre sugli austriaci in fuga lanciava i suoi alpini, cadde colpito mortalmente Cesare Battisti, poco più che quarantenne, deputato di Trento, decorato al valore, promosso tenente per meriti di guerra». Poi c’è la storia sobria però completa, di Battisti, studente, socialista, giornalista, soldato.
Al testo è aggiunta una pagina, un post scriptum: «Scrivevamo queste linee il 14 luglio. Il 18 luglio arrivava la notizia terrificante che Cesare Battisti, essendo stato ferito nell’audacissima azione del 10 luglio, nella quale egli combattè nelle prime file assieme ai suoi soldati, veniva dagli austriaci fatto prigioniero, condotto a Trento, processato, e, due giorni dopo la cattura, la mattina del 12 impiccato dal boia Lang, fatto venire espressamente da Vienna. La vedova Battisti, donna di altissimi sentimenti, compagna intelligente, devota, affettuosa del compianto Eroe, ad un redattore del Gazzettino così diceva: mio marito non si uccise, sa perché? Proprio per segnare col suo sangue la via di Trento, per consacrare con il suo martirio la italianità del Trentino. Forse lo hanno ucciso nella fossa del Castello donde avrà visto per l’ultima volta la casa dove andammo sposi».

In quel momento cominciava il mito battistiano, la «fiamma del sacrificio» fra i popoli in cerca di libertà cantata dal poeta tedesco Georg Herweg. Un mito ancora circondato in Austria come in Italia quale simbolo di odio o di esaltazione indiscriminata.

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?