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Houston, abbiamo un problema

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Il calcio è lo sport più bello del mondo. Emozioni, storie, personaggi, aneddoti, e poi la fede, che deve essere una sola per tutta la vita. Spesso il problema del calcio, però, sono i tifosi: per alcuni essere obiettivi è praticamente impossibile e con alcuni è impossibile parlare. Un conto è lo sfottò un conto è l'umiliazione. Un conto è la fede un conto è la cieca ottusità. Un conto è contestare l'attaccante o l'allenatore, proprio o altrui, un conto è insultarlo. In Italia questo tipo di problemi sono innegabili: dai genitori che urlano nelle partite dei pulcini fino a chi accoltella i tifosi avversari fuori dallo stadio. 

Quest'oggi ho pensato a tutto questo. Ma non leggendo un articolo della Gazzetta o pensando al derby di domenica. Ho pensato a tutto questo leggendo di politica. Se nel calcio il problema sono i tifosi (si generalizza, eh) nella politica il problema sono gli elettori, che negli ultimi tempi sono diventati autentici tifosi, aizzati dai politici stessi. 

Sull'Adige in edicola, sul nostro sito e su Facebook abbiamo pubblicato la notizia del vergognoso episodio sul Flixbus, con un ragazzo allontanato da una signora perché di colore. Ho letto un po' di commenti: non persone che esprimevano solidarietà, condannavano l'episodio, cercavano di capire perché fosse accaduto, analizzavano il contesto, ma tifosi che si (e ci) insultavano. La notizia di cronaca è diventata una questione politica.

Come degli ultras ognuno ha difeso il proprio partito, mettendo prima di tutto in dubbio l'operato del'arbitro (ovvero l'Adige), colpevole di diffondere fake news e, ammesso e non concesso che (pensate un po') la notizia sia stata controllata e verificata, di averla diffusa con un chiaro scopo politico, ovvero danneggiare una parte. Insomma «l'arbitro», comprato da una delle due squadre (da sempre, mica da ieri), avrebbe inventato il rigore per permettere alla squadra per la quale palesemente tifa di segnare (tra l'altro accorciando le distanze, mica passando in vantaggio...). Consultata la Var, quindi verificata la notizia, l'arbitro avrebbe quindi concesso il tiro dagli 11 metri proprio a 3 minuti dalla fine per riaprire la partita. 

Qualcuno, fortunatamente, ha fatto notare agli ultras scatenati che quell'arbitro fischia rigori in continuazione, da una parte e dall'altra, ma sempre dopo aver consultato attentamente la Var (ok, qualche errore c'è stato, ma l'arbitro ha poi sempre chiesto scusa). Niente da fare: gli ultras non si fidano, mica li freghi facilmente. E giù insulti, sempre la stessa frase come un mantra, senza che nessuno si sia preso la briga, rigore o non rigore, di guardare se il giocatore a terra stesse bene o meno. Ad aizzarli sono gli stessi allenatori, che con gli arbitri ci parlano ma, mentre li hanno sotto braccio, da dietro chiedono un coro anti giacchette nere. 

Forse la metafora calcistico politica non sarà la più adatta e forse è troppo «leggera», ma la situazione è veramente preoccupante. Houston, qui abbiamo veramente un grosso problema, che di certo non si risolverà con un clamoroso trionfo o un ristretto successo di una squadra o dell'altra nel match di domenica. In politica è giusto schierarsi, ma la presenza di tifoserie così accese, e di capi ultras capaci di stare a cavalcioni a petto nudo sulla transenna e intonare un coro e dieci secondi dopo essere in giacca e cravatta nella sede a discutere di come spendere milioni o miliardi di euro, non è un bel segnale. 

I politici sono diventati delle star, delle rockstar, dei divi, dei calciatori: Berlusconi poco fa a Trento è stato accolto con cellulari in mano e coro «Un presidente c'è solo un presidente» (nella foto in alto). Salvini l'altro giorno (e domani sarà uguale) idem, con la differenza di capitano al posto di presidente. Tifosi impazziti di gioia solo nel vederli, pronti ad applaudire ancora prima che la frase finisca. Come i calciatori ormai ripetono uno stesso basilare concetto all'infinito e gli piace considerare l'avversario tramortito come un birillo da umiliare con l'ennesimo tunnel, tra gli olè dei tifosi, e i silenti supporter avverarsari come dei ridicoli e antiquati cartonati da sbeffeggiare.

L'altra squadra è il contrario di una rockstar, è il pianista jazz che saluta con un timidissimo cenno della mano e per tutto il concerto dice al massimo un «grazie». L'altra squadra è il giocatore che magari un po' di talento ce l'avrebbe pure, ma che ha fallito qualche passaggio, ha esasperato i propri tifosi ed è stato mollato dal proprio procuratore a fare panchina. E l'altra squadra ha una tifoseria che contesta il coro partito dall'altro lato della stessa curva senza riuscire a farne uno unito a pieni polmoni. Anche quando ci sarebbe da partire con un bel canto, al massimo un battito di mani e un «forza, dai, su». Questione di stile, d'altra parte. Diciamo tifosi di calcio da una parte e di tennis dall'altra.

In politica, come nel calcio, è giusto che si resti fedeli alla propria squadra, è giusto incitarla, è giusto se le cose non vanno bene contestare l'allenatore o farsi dare un obiettivo credibile per la stagione. Quello che non è giusto è partire di prassi con un coro contro la squadra avversaria. E non è giusto continuare a pensare che ogni arbitro e ogni partita siano state comprate. Si può tifare, ma riconoscendo che la squadra avversaria ha magari un buon centrocampista, o ammettendo che la propria in quell'azione al limite dell'area ha decisamente sbagliato. Si può tifare esultando per la propria vittoria senza schernire o dare la colpa a prescindere all'avversario. E si può anche valutare che la propria squadra sta vincendo grazie alla spinta dei tifosi innamorati, ma che i giocatori in campo, tecnicamente parlando, sono piuttosto scarsi. 

Non resta che fare l'in bocca al lupo per la vittoria del campionato, sperando di vedere un bel calcio, che faccia divertire anche chi tifoso non lo è. O lo è senza necessariamente mettersi a petto nudo sulla balaustra con un fumogeno che gli impedisce di vedere al di là del proprio naso. 

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