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Come noto, il governo Letta, malgrado la sua natura atipica e provvisoria, intende mettere mano profondamente alla Costituzione repubblicana.
La maggioranza delle larghe intese, non scelta dall'elettorato, ritiene se stessa depositaria del diritto di trasformare l'architettura della democrazia italiana e per farlo rapidamente intende cominciare depotenziando l'articolo 138 della Carta fondamentale, quello che ne determina le procedure di modifica.
Nella società si è messo in moto, però, un vasto movimento ostile a questo inedito decisionismo, sullo sfondo di uno scenario elettorale che ha sonoramente castigato le aree politiche ora unite nel governo e apparentemente convinte di poter rivedere l'assetto costituzionale come se il voto non avesse chiesto chiaramente altro al mondo politico.
 

A quanto pare, le forze dell'attuale maggioranza parlamentare convergono - a grandi linee - sull'idea di rafforzare il potere esecutivo (anche ipotizzando forme di presidenzialismo) e il suo braccio legislativo superando il bicameralismo perfettto (il Senato dovrebbe avere un qualche ruolo di rappresentanza delle autonomie locali).
Eviterò ora di addentrarmi nel territorio piuttosto nebuloso dell'iter delle riforme costituzionali previsto dal governo (la cui fase propedeutica sarebbe affidata al contestato comitato parlamentare dei quaranta), che si vorrebbe legittimare infine con un referendum popolare in cui prendere o lasciare tutto, in blocco.
Mi limito qui a osservare che, nella sostanza, appare nitido l'intento "opaco" di indebolire i processi di mitigazione del potere centrale cui si vuole, al contrario, garantire più spazio di manovra.
Il sottotesto di tutto ciò sembra voler dire che il declino italiano di questi decenni non è ascrivibile soprattutto a una classe dirigente trasversalmente fallimentare e autoreferenziale, ma a un sistema istituzionale obsoleto: insomma, se l'automobile sbanda e rischia lo schianto, la colpa non è del guidatore ma della strada (lascio al lettore le conseguenti valutazioni sull'istinto di conservazione della cosiddetta "casta" e degli ambienti economici collaterali).
 

Vorrei, piuttosto, richiamare l'attenzione su un aspetto ricorrente nelle pulsioni "riformistiche" degli ultimi governi: la cosiddetta abolizione delle Province ordinarie, un tema che considero rivelatore delle visioni ideologiche dei teorici delle riforme scorciatoia.
 

La materia, come si ricorderà, è già stata oggetto di una revisione da parte del governo (prima Monti, poi Letta) che sostanzialmente ha cancellato tramite un decreto ordinario il diritto costituzionale alla elezione diretta dei consigli provinciali.
In proposito colpisce la determinazione del governo delle larghe intese, che ha ignorato la sentenza della Corte costituzionale del luglio scorso nella quale si boccia il decreto Monti del 2011 in relazione proprio allo svolgimento delle elezioni provinciali.
La Consulta ha ribadito un'ovvietà: che con la legislazione ordinaria non si può sospendere una previsione costituzionale.
Tuttavia, come se niente fosse, l'esecutivo Letta continua a impedidere il voto ai cittadini delle Province "sospese" e ribadisce con forza la decisione di abolire la rappresentanza diretta di questo livello istituzionale (ha presentato anche un ddl costituzionale che semplicemente cancella la parola Provincia).
Stupisce davvero questa grinta spietata nei riguardi delle sole Province, che sono di certo un'articolazione democratica da ripensare, da riempire di senso, in qualche caso finanche da abolire (grandi città in cui si sovrappongono quasi al Comune o piccole aree "istituzionalizzate" artificiosamente negli ultimi anni), ma che non rappresentano di sicuro il pancione grasso della "casta", basti ricordare la sequela di scandali miliardari esplosi piuttosto in diverse Regioni o nello Stato.
Ci si poteva aspettare un'analisi specifica, un confronto politico che coinvolga innanzitutto i territori, alla ricerca delle risposte più adeguate, caso per caso, in termini di governo di area vasta, per ridisegnare la geografia delle Province secondo i bisogni espressi da chi ci vive, responsabilizzando gli enti di area omogenea.
Invece, si è approfittato del clima cosiddetto "antipolitico" (che in realtà è un sussulto politico contro chi ha degradato la politica) per sacrificare le Province, procedendo brutalmente per sottrazione e facendone un paravento che depista l'attenzione dalle vere irresponsabilità, perdite finanziarie, sociali e democratiche che si perpetuano nel Paese.
Ora, anticipando le eventuali conclusioni sulle ipotesi di riforma del titolo V della Costituzione (con il nodo delicato delle competenze legislative esclusive e concorrenti fra Stato e autonomie), il governo intende concretare speditamente il suo disegno di svuotamento delle funzioni provinciali, per riassegnarle ai Comuni e alle Regioni.

Dal punto di vista monetario (dove risiede l'apparente movente di questo sconvolgimento) l'operazione ha i piedi d'argilla, perché la rimodulazione contrattuale dei dipendenti (per esempio, chi passarebbe alle Regioni costerebbe di più) e le mancate economie di scala rischiano di vanificare il risparmio virtuale (sulla carta un paio di miliardi) che potrebbe derivare da un completo azzeramento degli organismi politici. In molti casi, infatti, gestire strade, edifici scolastici o altre funzioni a livello comunale sarebbe una missione quasi impossibile, così come si rivelerebbe deprimente affidarla alle Regioni, spesso per dimensioni (e non solo) come piccoli staterelli lontanissimi dai territori e dalle esigenze dei cittadini.

Altro sarebbe, sempre nell'arida logica dei tagli di spesa, se lo smantellamento delle Province implicasse quello di altre articolazioni territoriali, quali prefetture, questure, camere di commercio, plessi scolastici eccetera, ma a questo punto anche i cittadini più "distratti" comincerebbero a comprendere che, forse, dietro questa feroce determinazione statale c'è del marcio.
Tutto ciò, senza considerare, ovviamente, le possibili linee di perdita connesse con il venir meno di un'azione di orientamento territoriale nei settori produttivi, che a loro volta rischiano di compensare abbondantemente gli eventuali risparmi.
 
Dal punto di vista politico si assiste, invece, a un inquietante confondimento generale, a un dibattito che non sfiora il nodo democratico della questione Province: eppure questo livello di rappresentanza è stato un ambito rimarchevole per dare voce alle esigenze delle popolazioni e contrastare una certa protervia delle Regioni e dello Stato, in tema, per esempio, di gestione delle risorse naturali, di opere infrastrutturali, di organizzazione dei servizi eccetera. Sull'altro fronte, peraltro, va forse messa in conto una casistica di conflittualità con qualche municipio che potrebbe spiegare l'acredine di alcuni sindaci nei riguardi degli enti di area vasta.
Comunque sia, i registi di queste manovre di spoliazione (cammuffate da "semplificazione") mirano, in sostanza, a un sistema delle autonomie locali depotenziato: con i Comuni (notoriamente dissanguati) come unico contraltare ai centralismi regionale e statale (salvo la prevista istituzione delle dieci città metropolitane).
 

Soprende, in questo contesto, che il profilo antidemocratico (come sostanzialmente sancito dalla sentenza dell'Alta Corte) delle recenti determinazioni sulle Province sfugga ai movimenti politici e culturali che si impegnano a difesa della Carta fondamentale; al contrario, si coglie talvolta un'adesione acritica alle ipotesi di cancellazione anche fra chi, allo stesso tempo, si straccia le vesti su questioni costituzionali meno concrete.

Stupisce che non si reagisca ai tentativi di abolire con un colpo di spugna una parte rilevante dell'architettura democratica decentrata, senza pensare di sostituirla con qualche cosa di più aderente alle necessità dei cittadini di partecipare alla cosa pubblica anche a livello di area vasta, una dimensione ideale essenziale per rispondere alle esigenze di sintesi, di controllo diffuso e di autogoverno di molte realtà omogenee che senza provincia perdono capacità di coordinamento e dunque di crescita collettiva.
 

Se il Trentino, in forza del suo status speciale, non è toccato da queste iniziative parlamentari, va da sé che potrebbe interrogarsi sul clima ideologico che esse sottendono in tema di rapporto fra potere centrale e autonomie.

A volte, infatti, essere un'eccezione può diventare scomodo.

Il Trentino, peraltro, conosce bene le vicende della provincia di Belluno, per molti versi emblematiche a proposito dei danni che questa fase politica sta producendo nei territori (in questo caso uno degli effetti collaterali sono i noti referendum "secessionistici" per lasciare il Veneto e passare al Trentino).
Come si ricorderà, la vicina provincia dolomitica fu commissariata nel 2011 dopo una crisi di giunta e da allora non le è stato consentito di tornare alle urne.
Le pressioni del movimento bellunese in difesa della Provincia, cui hanno dato man forte (anche a Roma) - con convinzione - diversi esponenti istituzionali trentini, non hanno tratto un ragno dal buco, solo qualche vaga promessa e qualche attestato di comprensione per le condizioni di una terra interamente montana che soffre di un deficit di autogoverno perché inserita in una grande Regione di pianura quale il Veneto.
Alla decennale richiesta bellunese di ottenere un qualche assetto autonomistico per poter attuare politiche (norme e funzioni) più aderenti a un territorio alpino, Stato e Regione rispondono, nella sostanza, smantellando anche la vecchia Provincia ordinaria (che lo Statuto veneto attribuisca competenze speciali a Belluno pare non conti nulla).
Il governo, per parte sua, esclude sia ogni possibilità che si possa tornare a elezioni (come vorrebbe la Costituzione vigente) sia che si possa superare in qualche altro modo l'attuale commissariamento.
Nel frattempo si susseguono vicende critiche, con effetti socialmente negativi sul territorio bellunese, anche a causa dell'assenza di uno strumento politico locale di sintesi e coordinamento.
Per mettere a fuoco l'intera questione, analizzando appunto il caso specifico di Belluno, tempo fa avevo rivolto al ministro degli Affari regionali, Graziano Delrio, una serie di domande (riportate qui sotto) che, però, non hanno ancora ricevuto risposta nel merito. In ogni modo, a quanto ho capito dalle dichiarazioni che l'esponente del governo ha rilasciato in altre sedi, la visione ideologica incarnata da questa maggioranza parlamentare non lascerebbe alcuno spiraglio alla possibilità che il livello provinciale continui a essere un ambito di rappresentanza diretta dei cittadini.
 
E di fronte a un disegno che, comunque lo si veda, rappresenta un impoverimento dell'architettura democratica, mi stupisce - insisto - il silenzio connivente delle forze politiche che fanno della partecipazione diffusa e consapevole il loro cavallo di battaglia. Mi aspetterei da costoro, almeno, un'apertura al confronto per ripensare il ruolo, le competenze, il senso nelle dinamiche collettive e nei rapporti fra i poteri, di una dimensione del vivere civile dalla quale mi pare arduo prescindere, quanto meno nei territori che vi ripongono una marcata proiezione identitaria (gran parte delle Province nasce ben prima delle Regioni) e che vi trovano uno strumento democratico irrinunciabile per la gestione coerente di un territorio specifico (come, appunto, a Belluno, dove fra l'altro è molto attivo un movimento per l'autonomia, il Bard, che ha trovato il sostegno anche di diverse forze politiche trentine).
Che cosa pensare, dunque, di un potere centrale che ignora, anzi, mortifica le istanze locali democratiche e partecipative, dopo un ventennio nel quale tutti sono diventati "federalisti" (ahi ahi, la semantica)?
 
Per introdurre infine un'ulteriore chiave di lettura, forse cara a chi in questi giorni si schiera in difesa della Costituzione, vorrei menzionare un episodio di due anni fa: a pochi mesi dai referendum, il governo Monti, sostenuto dalla medesima maggioranza attuale, formalizzò il tentativo di aggirare la decisione dei cittadini di bocciare le norme sulla mercificazione del servizio idrico. Si voleva, di fatto, riaprire la finestra al profitto privato dopo che il popolo lo aveva fatto uscire dalla porta sottolineando con forza la natura dell'acqua come "bene comune" non assoggettabile alle logiche mercantili.
In quest'ottica analitica, a proposito di servizi pubblici e risorse locali, potrebbe venirci involontariamente in soccorso Lorenzo Codogno, responsabile della direzione analisi economico-finanziaria del ministero del Tesoro, con le sue significative quanto preoccupanti dichiarazioni diffuse l'altra sera a La7 nell'interessante programma "La Gabbia", condotto da Gianluigi Paragone, e poi stranamente ignorate dai mass media.
Parlando di privatizzazioni, ovvero di cessioni di patrimonio e partecipazioni statali per abbattere il debito pubblico, il dirigente ha detto (trascrizione testuale):
"La vera risorsa sono le utilities a livello locale, lì sono veramente tanti e tanti miliardi.
Il problema è che non sono nostri, ma delle Regioni e dei Comuni.
Quindi bisogna cambiare il titolo V della Costituzione ed espropriare i Comuni e le Regioni".
 
L'omissione sulle Province sottende probabilmente che almeno quella pratica può considerarsi evasa.
 
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Le domande inviate al ministro Graziano Delrio il 7 agosto 2013, in attesa di risposta.

"Vorrei chiederLe se mi può gentilmente dare una delucidazione sulle visioni del governo nei riguardi di questa problematica, alla luce di alcuni fatti recenti.

Avrei bisogno, innanzitutto, di capire se il governo abbia ipotizzato un assetto istituzionale specifico per la provincia di Belluno, che già l'esecutivo precedente aveva escluso dal previsto (e poi sfumato) riordino, insieme a Sondrio, perché entrambe territori interamente montani con specifiche esigenze di autogoverno.

Ora, mi pare di capire che il disegno governativo sia di depotenziare tramite legge ordinaria tutte le Provincie ordinarie sul piano delle competenze e di renderle organismi non elettivi, malgrado la recente sentenza della Corte costituzionale che boccia la riforma in questo senso già contenuta nel decreto "SalvaItalia" del 2011 varato dal governo Monti.

Sto cercando di capire quali siano le ricadute di tale orientamento del Suo governo nel caso specifico di cui mi occupo.

In particolare, non mi è chiaro:

1) come mai, alla luce della sentenza della Consulta, non siano state indette le elezioni per il rinnovo del consiglio provinciale di Belluno con il ripristino del normale funzionamento dell'ente, commissariato fin dall'autunno 2011 in seguito a una crisi di giunta con dimissioni del presidente cui sono subentrati gli effetti del menzionato decreto "SalvaItalia", poi però cassati il mese scorso dall'Alta Corte.

2) se siano in fase di elaborazione e/o approvazione provvedimenti atti a rispondere al deficit di autogoverno manifestato dal territorio alpino di Belluno e alla evidente sperequazione istituzionale nei riguardi delle confinanti Province autonome dalle quali, peraltro, sono arrivati ripetuti riconoscimenti della necessita di un riequilibrio degli strumenti amministrativi e legislativi a disposizione del territorio bellunese, ciò anche al fine di facilitare la cooperazione tra le vallate dell'area Dolomitica, pesantemente separate dalle articolazioni del potere locale.

In proposito, nei giorni scorsi è stato presentato in Regione Trentino Alto Adige un ddl di riforma dello Statuto di autonomia, siglato dai partiti del centrosinistra, che prevede l'istituzione di una Convenzione per la scrittura della nuova "carta fondamentale" coinvolgendo nel processo anche una rappresentanza bellunese e prevedendo la elaborazione di strumenti istituzionali di cooperazione con la provincia di Belluno, che vive una condizione di grave sofferenza e di progressivo spopolamento delle terre alte.
 
Un indirizzo analogo, sulla necessità di formalizzare ambiti di collaborazione dolomitica, è stato espresso dalla prima commissione consiliare della Provincia autonoma di Trento, che tre giorni fa ha ricevuto una delegazione di sindaci di paesi bellunesi in cui si è già tenuto il referendum costituzionale per chiedere il trasferimento dal Veneto al Trentino Alto Adige (un voto, come sottolineano gli stessi promotori, che al di là del quesito in sé ha un valore politico di promozione delle istanze autonomistiche di un vasto territorio di montagna governato dalla lontanissima Venezia).
 

3) se rappresentanti del governo abbiano incontrato in queste settimane anche esponenti istituzionali del Bellunese, alla stregua di quanto accaduto con i vertici delle Province autonome di Trento e di Bolzano, e se sia stata ipotizzata una strategia per mettere la Provincia di Belluno nelle condizioni di svolgere le funzioni che le sono attribuite dallo Statuto della Regione Veneto: l'attribuzione (non ancora attuata) delle competenze autonome in materia di politiche transfrontaliere (confine con l'Austria), minoranze linguistiche (ladine e germanofone), governo del territorio, risorse idriche, energia, viabilità e trasporti, attività economiche, agricoltura e turismo.
Escludendo ragionevolmente che tali funzioni in ambiti di particolare rilevanza possano essere affidate a un ente che non sia espressione diretta degli elettori, qual è in proposito l'orientamento del governo?

4) quale sia la risposta del governo ai cittadini dei numerosi comuni bellunesi, confinanti con la provincia di Trento e con il Sudtirolo, che si sono espressi tramite referendum costituzionale per il trasferimento dalla Regione Veneto al Trentino Alto Adige".

 

 

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