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Non si può morire massacrate di botte

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Come può una donna morire massacrata di botte? La domanda mi assale nell’apprendere le tremende notizie delle morti di questi giorni, non conta il numero delle donne massacrate, conta il fatto che questo possa accadere.

Provate a pensare al momento in cui accidentalmente prendete una botta, che dolore!

Proprio recentemente, mentre scivolavo su un paio di scalini, sbattendo il braccio sulla ringhiera di ferro, mi procuravo delle escoriazioni con ematomi, dolore tremendo che mi ha fatta soffermare e pensare proprio a quei momenti tragici in cui una donna viene picchiata a morte. Si sta male per un livido che ci si procura così per caso, non possiamo neanche minimamente immaginare cosa proverà la vittima di atti di violenza incontrollabili. Non voglio neanche immaginare chi sia stato l’artefice di tale azione ignobile, la procura sta già facendo il suo lavoro, mi soffermo invece su quanto male abbia patito la vittima prima di morire.

Sì perché queste morti, a noi donne, fanno tremare tutto il corpo, si provano brividi e si rimane inermi nell’attesa di un mondo migliore dove il rispetto dell’altro possa finalmente vincere su tutto. Invece non accade, e si continuano a registrare soprusi, violenze, anche quelle verbali, non meno gravi di quelle fisiche, perché la vita di una donna può essere segnata per sempre, se non aiutata, anche per questo. Credo che la pena minima sarebbe quella di far patire almeno tanto male quanto quello subito a chi si permette di alzare le mani contro una donna. Non ci possono essere giustificazioni tali che possano scagionare il colpevole, nessuno ha il diritto di farlo.

Mi ricordo di certe testimonianze di donne che non si sono mai pronunciate sulla violenza subita dal marito per onore, per vergogna di essere poi criticate nel paese, oppure per cercare di mantenere la famiglia unita, eppure ancora oggi conservano “nascoste” le cicatrici di quel momento. C’è bisogno di divulgare maggiormente il diritto di tutela della propria integrità, della consapevolezza che certi fatti vanno denunciati perché una banale lite, se questa genera violenza, può trasformarsi in tragedia. Va divulgata la cultura della richiesta di aiuto, e solo con l’informazione si potrà avere maggior aiuto per poter avere un società più inclusiva anche per il più debole, la donna in questo caso.

Ci sono atteggiamenti che andrebbero valutati e non ignorati, anche da chi magari vede da vicino talune situazioni, accorgendosi di qualcosa che non funziona, ma poi esiste il codice della privacy che detta regole oltre le quali è difficile poter andare, o semplicemente perché risulta più semplice restarne fuori. Così qualcuno perisce assurdamente nel bel mezzo di una vita, altre proprio la vita non l’hanno nemmeno vissuta! Fa male, male davvero.

Quante possono essere le dinamiche che generano tali situazioni, forma del possesso che non è amore, disagio per difficoltà economica e quindi mancanza di lavoro, gelosia (e si torna al possesso), dipendenze (alcolismo, droghe, ludopatia). Anche su questo bisognerebbe lavorare molto, perché quando ci si unisce con quel «fin che morte non vi separi» dovrebbe essere scritto in modo indelebile «vietata ogni e qualsiasi forma di possesso».

Credo che ci sia davvero bisogno di lavorare molto sulla prevenzione, perché la violenza la si subisce anche a parole, con gesti o sghignazzate. C’è bisogno di un confronto con le associazioni già presenti sul territorio o meglio, forse, di fare ripartire quel tavolo di lavoro sulla violenza contro le donne per trovare iniziative e azioni da mettere in atto al più presto. La cultura va allenata e istruita bene per poter pensare di innescare un sano cambiamento, a tutti i livelli e non solo fra i più deboli.

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