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Un'idea di futuro contro il salvinismo

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A bocce ferme, conclusasi la buriana delle elezioni europee, terminato il festival dell’economia con “Le assenze  ingiustificate” di Salvini e Di Maio, così definite dal Direttore nell suo editoriale, si può tentare qualche valutazione.

Si può tentare qualche valutazione riguardante lo stesso soggetto, cioè il vincitore alle elezioni e l’assente alla kermesse di Trento. Con Salvini in questa campagna elettorale abbiamo di fatto superato gli schemi politici tradizionali, quelli che individuavano nella leadership autorevole e strutturata la sua conseguente vincente declinazione elettorale.

Questa volta siamo andati oltre. Egli è riuscito a portare la personalizzazione della politica al centro del mirino, mai perdendola di vista. Fino al pre Salvini si dava per scontato, comunemente, che il leader performante fosse quello in grado di meglio scandire l’agenda politica obbligando gli altri ad inseguirlo su suoi temi. Il Matteo nazionale ha abilmente collocato in pole position di questo gran premio d’Italia non tanto la Ferrari o la Mercedes, ma la sua faccia, il brand Salvini con le sue espressioni, la sua parlata, il suo volto dell’uomo della porta accanto che mangia la salama annaffiata da un rosso. Tant’è che il neologismo “salvinismo” è andato a rappresentare non tanto la politica di Salvini, ma Salvini stesso. I temi, pochi ma insistiti, mai abbandonati e sempre coerenti secondo la metrica leghista, hanno implementato il lungo cammino verso la vittoria finale, ma non sono stati per essa decisivi. Hanno rappresentato rispetto al risultato un corollario.

La forza salvinista trova solide radici nel posizionamento molto forte che questa Lega ha sui temi chiave come la criminalità, la sicurezza, l’immigrazione, le Autonomie, e nei confronti dei quali non mostra tentennamenti: se uno dei due partner è posizionatissimo, e l’altro oscilla su tutto, è chiaro che quello fermamente orientato guadagnerà sull’altro, che finirà per pagare dazio. Molto probabilmente non si tratta neanche delle reali priorità del Paese, ma lo sono per la opinione pubblica, ovvero per i cittadini che votano.

Due elementi di criticità possono oggi intervenire ad infastidire la luna di miele con l’elettore. Sono la sovraesposizione mediatica da una parte, la forte riduzione dei cicli politici dall’altra. Il rischio è quello che una sovraesposizione possa cioè stancare il consumatore mordi e fuggi, introducendo l’effetto perverso di accorciare il ciclo di vita del prodotto Salvini.

Quel riscatto sociale richiamato e richiesto dagli Italiani, è stato incarnato da Salvini in una fase storica internazionale nella quale l’individuazione di guide dal linguaggio diretto e dalla grammatica essenziale stanno godendo del massimo favore. L’archetipo chiave del politico vincente oggi lui lo rappresenta al meglio. Trasmettendo ed impersonificando quel concetto di uomo della salvezza di cui c’è ciclicamente bisogno in Italia, come indica la storia, anche la storia contemporanea.

Per esempio di economia non si è parlato, o quasi. Ma ci si è portati invece molto in là, quanto mai si era andati neanche ai tempi di fanfaniana referendaria memoria sul divorzio, attaccando il Papa prima, baciando il rosario subito dopo. Anche in questo, nulla di casuale ma studiato: recuperare al centro dello scacchiere politico quello che alla destra della Lega ormai non esiste più ed è rappresentato dallo 0,3% di CasaPound.

Solo algoritmi politici dunque, proiettati al presente, al contingente, dove lo spazio per disegnare il futuro ed immaginarlo non è più attrattivo? Speriamo non sia proprio così. Le recenti mobilitazioni mondiali sul futuro del pianeta farebbero pensare che una generazione di giovani vogliosi di caricarsi di temi fondamentali sia lì pronta a dischiudersi.

Gli argomenti di lungo periodo oggi non scaldano più gli animi, ma sarà proprio su questi che si giocherà invece il futuro: futuro che non può certo permettersi sconti di programmazione. Quello che non piace si tende a non sentirlo, ma su questa dissonanza cognitiva, che selettivamente allontana l’idea di futuro perché non piace, urge intervenire trattandosi di vera emergenza politica, la vera partita. Una politica che non pone al centro uno sviluppo di futuro riduce di fatto il tutto ad una campagna elettorale perenne.

Mentre sul piano della comunicazione, e intanto che questa politica mediatica, con la sua rapace, pervasiva e penetrativa voracità di consenso, sta giocando, e legittimamente la sua partita, il rischio è quello di una sterilizzazione delle forze soccombenti, oggi in evidente stato di manifesta inferiorità comunicativa e conclamata difficoltà.
Questo stato di squilibrio coinvolge l’intero consorzio politico, col rischio di contrapposizioni frontali tra perdenti e vincitori anche in virtù di forbici elettorali troppo ampie. Guai ad alimentarne rancori o spirito di rivalsa. Un supplemento d’impegno dunque nell’uso del linguaggio, da parte di tutti, non stonerebbe.

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