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Codice etico e magistratura

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Può un magistrato ricevere regali? Se egli fosse un impiegato come tutti gli altri, la risposta si troverebbe nel «Codice di comportamento» che vieta al pubblico dipendente di chiedere e accettare, per sé o per altri, regali o altre utilità (salvo quelli d’uso di modico valore).

Ma la legge riserva ai magistrati un trattamento diverso: a loro viene chiesto di dotarsi (tramite l’associazione di categoria) di un codice etico. La ragione di questa disparità è intuibile. Da una parte la magistratura è un potere dello Stato e, quindi, non è corretto che siano gli altri poteri a dire come si debbano comportare i magistrati. Dall’altro è addirittura banale ricordare che i magistrati dovrebbero ben conoscere i doveri conseguenti al proprio ruolo per cui non devono far altro che travasare in un testo scritto quei principi di comportamento che da sempre ispirano la loro funzione.

L’Associazione nazionale magistrati (cui aderisce circa il 90% dei magistrati italiani) ha emanato, nel 2010, il codice etico prima ricordato. Esso non contiene una disposizione specifica sui regali, ma il divieto di accettarli discende de plano dai principi contenuti nel codice. Ad esempio il magistrato deve ispirarsi a valori di disinteresse personale, di indipendenza, e di imparzialità; egli deve respingere ogni pressione, segnalazione o sollecitazione comunque diretta ad influire indebitamente sui tempi e sui modi di amministrazione della giustizia. Il codice contiene anche un altro principio molto importante. Lo trascrivo: «Il magistrato che aspiri a promozioni, a trasferimenti, ad assegnazioni di sede e ad incarichi di ogni natura non si adopera al fine di influire impropriamente sulla relativa decisione, né accetta che altri lo facciano in suo favore».

Perché ricordare queste cose? Perché in questi giorni leggiamo sui giornali notizie allarmanti che vedono coinvolti importanti e noti magistrati che avrebbero accettato regali e soprattutto si sarebbero adoperati, anche in virtù di interventi (subiti o sollecitati) di politici, per “pilotare” le nomine dei vertici di importanti uffici giudiziari.
Occorre, ovviamente, ribadire preliminarmente due cose. Il principio di non colpevolezza vale per tutti e quindi anche per i magistrati. Inoltre, il fatto che le vicende stiano venendo fuori lo dobbiamo ad inchieste giudiziarie: il che vuol dire che la stessa magistratura ha gli anticorpi per reagire ad eventuali episodi di malcostume che dovessero maturare al proprio interno.

La vicenda di cronaca suggerisce alcune riflessioni.
Proprio perché i magistrati godono di un trattamento privilegiato (come si è detto, non è la legge a dire come devono comportarsi, ma lo decidono autonomamente tramite l’adozione di un codice etico) è giusto pretendere da loro standard di correttezza nei comportamenti anche più alti di quelli che si possono chiedere alle altre persone. Non basta il mero rispetto formale della legge per risultare eticamente corretti. Facendo un’ipotesi di scuola: anche se non ci sono regali, anche se non ci sono pressioni, il solo fatto che si discuta di nomine fuori dai contesti all’uopo previsti e addirittura con esponenti politici integra la violazione di elementari principi di correttezza di comportamento. Se poi l’influenza delle correnti della magistratura sulle nomine dovesse realmente corrispondere al peso che da più parti viene denunciato ci troveremmo di fronte ad un fenomeno che deve essere combattuto (dalla stessa magistratura).

Che comportamenti quali quelli descritti siano condannabili anche se corretti sul piano giuridico deriva da una semplice considerazione. È moralmente illecito ogni atto che anteponga l’interesse individuale a quello collettivo. Perché il valore in gioco è quello della credibilità: delle persone e delle istituzioni per le quali lavorano. Questo è ancor più vero per i magistrati la cui credibilità è uno dei pilastri del sistema democratico e della sua legittimazione. Ovviamente c’è anche il tema dei politici che vogliono interferire nelle nomine dei capi delle procure. Ma di questo parleremo un’altra volta.

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