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Chi studia il genere non ne nega le differenze

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Nel corso degli ultimi mesi il genere (o gender, come spesso si preferisce evocarlo, per renderlo più temibile) è diventato un termine ricorrente nel dibattito pubblico locale. Non passa quasi giorno senza che se ne parli e, soprattutto, si estende la platea di persone che ne dibattono.
L’ampiamento della discussione e del confronto va salutato positivamente, perché è sempre un indicatore di democrazia. Ed è un buon segno che vi sia un interesse diffuso a dialogare.

È importante dialogare questioni rilevanti quali i diritti e la parità tra donne e uomini, il contrasto alla violenza di genere, così come dell’autonomia scolastica e del ruolo che dovrebbe avere la scuola pubblica: se debba farsi carico anche della promozione dei diritti, tra cui le pari opportunità (tra uomini e donne, ma non solo), oppure se debba limitarsi ad insegnare a leggere, scrivere e far di conto, lasciando invece che tali istanze siano lasciate alla discrezione delle famiglie (tra cui anche quelle che non le condividono).
Ciò che tuttavia colpisce chi da sempre è impegnato nel campo degli studi di genere, è il fatto che venga meno il riconoscimento di un sapere e di una specifica competenza sul tema.

Forse tutto ciò è in linea con lo spirito del tempo: nell’epoca della post-verità, infatti, il sapere scientifico perde di forza e autorevolezza, e tutti possono improvvisarsi esperti di qualunque argomento, che si tratti di vaccini, di allunaggio o di configurazione terrestre. Allo stesso modo, per considerarsi competenti sul genere non sembra necessario aver realizzato studi e ricerche sul tema, né aver conseguito titoli e specializzazioni in materia, ma può bastare aver visitato qualche pagina web in cui ne sono sintetizzati (e talvolta demonizzati) i principali nodi teorici. È in questa stessa prospettiva che si sostiene la necessità che ogni qualvolta si affrontino tali tematiche, si debba dare voce anche “a chi la pensa diversamente”. Derubricando così il sapere scientifico a semplice opinione. Un po’ come se si chiedesse a chi si occupa di geografia astronomica di coinvolgere nel dibattito anche gli esponenti del terrapiattismo, o a chi tiene una conferenza sul fascismo di coinvolgere anche i negazionisti.

C’è tuttavia un problema associato alla proliferazione di esperti e all’invocazione della pari legittimità di letture alternative, ovvero il livello di approssimazione e scarsa familiarità rispetto al dibattito scientifico sul tema, che fa sì che vengano riportate informazioni parziali se non addirittura incorrette. Si sostiene, ad esempio, che gli studi di genere neghino la presenza di differenze biologiche tra uomini e donne, con il fine ultimo di giungere alla totale indifferenziazione, mettendo a rischio persino la riproduzione della specie.

In realtà, tuttavia, il concetto di genere - e la galassia di studi che intorno ad esso si sono articolati nel tempo, con l’apporto di diverse discipline - non nasce, né si sviluppa con l’intento di negare le differenze tra donne e uomini, ma piuttosto di analizzare le ragioni delle diseguaglianze che li caratterizzano (dall’istruzione, allo studio, al lavoro, alla partecipazione politica, alla violenza), mettendo in luce come molti di questi squilibri non siano riconducibili a cause naturali, ma a ragioni sociali e culturali. Ad esempio, il fatto che a lungo le donne siano state escluse dai percorsi educativi non può essere spiegato in base ad una loro presunta inferiorità intellettiva, ma piuttosto alla presenza di uno squilibrio di potere radicato nella società e nella cultura.

Allo stesso modo, il fenomeno della violenza contro le donne non può essere ricondotto ad una naturale incapacità di autocontrollo da parte degli uomini, ma alla presenza di modelli culturali che attribuiscono diverso valore e dignità alla condizione maschile e femminile. Gli studi di genere non negano l’esistenza di differenze, ma piuttosto cercano di problematizzare le argomentazioni secondo cui le asimmetrie esistenti nella società tra donne e uomini sarebbero fondate su basi naturali, e in quanto tali non superabili.

D’altra parte, se davvero gli studi di genere teorizzassero un universo indifferenziato, perché mai al loro interno sarebbe nata la sollecitazione all’utilizzo di un linguaggio (il linguaggio di genere) attento alle differenze o di un approccio alla medicina (la medicina di genere) che tenga conto della diversità dei corpi e delle caratteristiche fisiologiche di donne e uomini? Basterebbe già soltanto porsi questi interrogativi per comprendere che molte delle argomentazioni circolanti sono il frutto di scarsa conoscenza del tema, se non di una esplicita volontà di generare disinformazione e sospetto.

Per queste stesse ragioni i percorsi di educazione alla relazione di genere nelle scuole non hanno mai avuto l’obiettivo di cancellare le differenze e produrre omologazione. Piuttosto, invece, si proponevano di valorizzare le differenze di cui ognuno è portatore, decostruendo gli eventuali stereotipi e pregiudizi ad esse collegate. Con la finalità ultima che ogni persona possa trovare la propria strada e sviluppare i propri talenti, libera dalle pressioni e dalle aspettative che la società impone in relazione al fatto di essere donna o uomo.

Sarebbe dunque davvero importante che coloro che intendono portare un contributo al dibattito, accreditandosi come esperti, non si limitassero a riprodurre categorie e cliché convenzionali, ma riuscissero ad approfondirne i contenuti e gli sviluppi con serietà, andando oltre i discorsi di senso comune. Soltanto così è infatti possibile garantire un confronto costruttivo, evitando il rischio di generare equivoci e falsa conoscenza.

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