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Una famiglia al plurale

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Ognuno di noi ha una precisa idea di famiglia. Perché tendiamo a considerare quasi sempre universale quella che in realtà è un’esperienza personale. La famiglia è la nostra: prima quella da cui veniamo; poi quella che abbiamo costruito o cercato di costruire.

Sforzandoci, possiamo aggiungere all’elenco le famiglie che ci pare di conoscere, anche se sappiamo bene che si conosce solo ciò che si vive, non ciò che si intravede, s’intuisce o, peggio, si vorrebbe imporre.
Le varianti sono poche: sempre filtrate dai nostri occhi, dalla nostra esperienza, dalla nostra cultura, dal vissuto, dal credo, dalla tradizione. Non esiste dunque un’unica idea di famiglia: il concetto è sempre da declinarsi al plurale. Esistono le famiglie. E far pesare la propria idea cercando l’applauso o lo scontro, non è la strada per mettere al centro del dibattito - come più d’uno ha detto a Verona - il bambino.
Dar l’idea che la propria idea sia maggioritaria anche se è palesemente minoritaria e trasformare un convegno di parte in un (presunto) congresso mondiale delle famiglie, è solo giocare sulle emozioni e sui pensieri di molti. Creando altri muri. Altri inutili scontri.

Dietro l’incontro a Verona c’era prima di tutto una destra sovranista: trasversale solo dal punto di vista geografico. In molti - anche nel mondo cattolico - hanno preso le distanze dall’appuntamento di ieri. Soprattutto per un motivo: s’è trattato di un congresso “contro”. Contro ogni proposta diversa da quella portata avanti ieri a Verona. A dar peso all’appuntamento, per paradosso, sono state le tante persone che si sono opposte a quell’idea assoluta e chiusa di famiglia, scendendo in piazza, cercando d’alzare lo sguardo.

In Italia è utile che si parli di famiglie - sempre al plurale -, di nuovi diritti, di una società che persino nella pubblicità del mulino bianco non è più la stessa. È giusto analizzare i problemi demografici. Ed è giusto, soprattutto, interrogarsi sulla condizione delle donne. Non scrivo madri, perché ancora troppe donne non possono permettersi di fare un figlio. Perché perdono o non trovano il lavoro, perché vivono in contesti che ti costringono a rinunciare. Perché non ce la fanno, insomma. Questa terra è più avanti di altre, in questo campo. Ma c’è ancora molta strada da fare. Il “metodo Verona” è però il peggiore: perché esclude il confronto, il punto di vista diverso, la sfumatura, l’idea di famiglia del futuro.

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