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Tariffe su, tariffe giù: i due ministri Toninelli

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Uno non vale uno. Nel caso di Danilo Toninelli, c’è un ministro che vale doppio. È la convinzione che si è fatta certezza negli ultimi mesi. Perché, più si guarda - e giudica - l’operato del ministro 5 Stelle, più lo si misura sulla base degli obiettivi di riduzione del traffico merci su gomma e dell’inquinamento fuori legge che ammorba chi vive lungo il corridoio del Brennero, prevale la sensazione che al Mit ci siano due ministri Toninelli. Il primo è quello che ha firmato, appena insediato, il Memorandum of understanding (dichiarazione di intenti) con l’Euregio (Trentino, Alto Adige e Tirolo) e la Regione Veneto, a Bolzano, martedì 12 giugno 2018. Toninelli non era fisicamente presente, ma la firma, in sua vece, fu posta dal dirigente del Mit, Enrico Maria Pujia.

Quel Memorandum prevede un progressivo aumento dei pedaggi di A22 per più ragioni: eliminare il 30% di cosiddetto «traffico deviato», quello dei mezzi pesanti che si infilano sull’A22 perché ha tariffe più basse dopo avere fatto il pieno di gasolio in Austria, dove il carburante costa il 30% in meno; ridurre l’inquinamento; favorire il passaggio delle merci su rotaia. Proposta concreta, firmata dal ministro: aumento del pedaggio in A22 da 0,17 a 0,80 euro a Km per i Tir sino ad Euro 4, e adeguamento progressivo in tre anni per gli Euro 5 ed Euro 6, da 0,17 a 0,35 euro a km, per arrivare a regime, nel 2021, ad un «pedaggio di corridoio» di 0,80 euro.

Il secondo ministro Toninelli è quello che, di fronte ad una proposta più realistica di piano traffico, che fa i conti con i cali di inizio 2019, ribatte a muso duro, via Facebook, che non «si punta a ridurre la manutenzione o favorire licenziamenti. Tutt’altro. Si chiede la giusta efficienza, tariffe più basse e un po’ meno dividendi nelle casse dei soci». La Regione e gli altri 15 soci pubblici hanno fatto di conto. Applicando l’«efficientamento» indicato dall’Art (Autorità di regolazione dei trasporti) invocata da Toninelli, e le «tariffe più basse», dopo trent’anni di concessione, la società si ritroverebbe con una perdita netta di 850-900 milioni di euro. Altro che dividendi per i soci. Gli unici «dividendi», forse, se l’accordo viene rivisto, sarebbero i contributi per le opere funzionali da realizzare nelle sei province attraversate. Così com’è confenzionato dal ministro Toninelli (il secondo) non ci potrà essere accordo. Si vada pure a gara. Ma per farla va cancellato l’art. 13 bis, e il ministro, in Parlamento, dovrebbe fare i conti con la Lega.

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