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Energia, quanta demagogia sull'«in house»

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Nel suo editoriale di domenica sull’Adige, il direttore ha messo alcuni punti fermi nel dibattito attorno al futuro delle nostre centrali idroelettriche. Del resto, appariva curiosa una certa attitudine a osannare una fantomatica norma introdotta al Senato a favore della gestione regionale della materia. La norma è ancora tutta da capire.

In ogni caso, per le Province Autonome di Trento e Bolzano contano le misure speciali che sono state emanate in osservanza dello Statuto di Autonomia. In particolare, conta la Legge 205/2017 (ridefinizione dell’art. 13 dello Statuto).
Se incominciamo noi per primi ad appellarci - per esigenze di vario genere - ad ogni codicillo delle norme nazionali, senza tenere conto che la nostra è una Autonomia Speciale proprio perché si può dare delle proprie Leggi, finiremo presto per diventare una provincia come tutte le altre, solo magari, fin che dura, con più risorse finanziarie a disposizione. Nel merito, penso che il Direttore abbia ben chiarito di cosa si sta parlando.

La produzione di energia idroelettrica non è un «servizio pubblico», ma un’attività industriale di mercato. Però utilizza un «bene pubblico», cioè la nostra acqua. Dunque deve esercitarsi in un contesto anche giuridico di particolare attenzione.

Attenzione in primo luogo all’equilibrio ecologico e poi attenzione agli interessi legittimi del territorio che mette a disposizione il «bene acqua». Queste due «attenzioni» hanno ispirato per decenni le battaglie delle due Province Autonome, fino alla Norma di Attuazione dello Statuto del 2006, che ha reso di fatto applicabile una delle misure più controverse e fino ad allora non realizzate del «Pacchetto». Da lì in poi, Trento e Bolzano hanno certamente adottato strategie anche diverse nelle forme, ma convergenti su un punto: l’Autonomia non è più spettatrice ma protagonista della partita idroelettrica. E di questo non possiamo che essere orgogliosi e fieri, anche ricordando le umiliazioni subite dal territorio negli anni della costruzione delle centrali ad opera dei grandi gruppi nazionali.

Adesso occorre guardare avanti con coraggio e lungimiranza. Abbiamo (come Provincia) le potestà giuridiche - a meno che noi stessi non le dimentichiamo - per esercitare fino in fondo i poteri regolatori e concessori ed abbiamo (come territorio) le risorse imprenditoriali per gestire anche in futuro questa importante attività: cioè, in altre parole, per vincere la gara per il rinnovo delle concessioni ormai in scadenza.
A meno che - questo è il punto - non intendiamo demolire ciò che abbiamo costruito.

Dolomiti Energia fattura 1.4 miliardi di Euro, dei quali (per quanto concerne la sua commerciale) il 48 per cento fuori Trentino; dà lavoro a 1.350 persone; nel panorama italiano delle società miste (maggioranza degli enti pubblici locali e minoranza privata) risulta tra le più efficienti. Se è vero - e lo è - che la produzione di energia idroelettrica (diversamente dalla sua distribuzione) non è un «servizio pubblico» ma un’attività di mercato - per quanto particolare, poiché utilizza un bene pubblico in concessione come l’acqua - allora la strada da percorrere non è quella di una «gestione pubblica diretta o in house» - concetto peraltro di dubbia applicazione al caso in ispecie - e di una «pubblicizzazione» di Dolomiti Energia, ma piuttosto quella di una sua crescita sul piano industriale e di mercato. Così si fa l’interesse del Trentino e di tutti i suoi cittadini molto più che con altre iniziative demagogiche e di corto respiro. Penso al riguardo che semmai l’aspettativa verso Dolomiti Energia deve essere quella di un suo ruolo più forte, convinto ed operativo quale pilastro di un distretto industriale nel campo dell’energia.

Non abbiamo tante filiere produttive in Trentino sulle quali fondare un futuro economico solido e un’occupazione di qualità ai nostri giovani. L’energia è una di queste e si intreccia con settori importanti della nostra realtà: dal turismo alla mobilità sostenibile; dall’agricoltura alla nuova edilizia. E sono evidenti le opportunità di fare sistema con altri comparti significativi del nostro territorio, come l’Ict e la «nuova industria 4.0».
Così come evidenti sono le opportunità di diventare un territorio che esporta competenze e servizi in ambiti che devono necessariamente superare i nostri confini.

Non è dunque solo questione di «turbinare la nostra acqua», ma di costruire occasioni di sviluppo qualificato e di ricchezza economica e sociale a favore di una terra che oggi è ricca, ma non può dimenticare che la ricchezza non è mai conquistata una volta per tutte, men che meno in una stagione storica come questa.

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