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Migranti: come aiutarli davvero a casa loro

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Le questioni inerenti ai flussi migratori (in particolare dai paesi africani) hanno condizionato in maniera determinante l’atteggiamento dell’opinione pubblica in diversi paesi europei. Vale dunque la pena affrontare la questione in maniera razionale e documentata, visto che l’Italia e l’Europa dovranno convivere con questo tema per i prossimi decenni.

La mobilità delle persone, infatti, è una caratteristica ineliminabile del mondo globale. Questo vale ancor di più nei rapporti fra Europa e Africa, dato l’enorme divario nei tassi demografici esistente fra i due continenti. Come è noto, infatti, da una parte si registra una stabilità (anzi, un incipiente declino) della popolazione mentre, in Africa, le stime parlano di un raddoppio (fino a due miliardi e mezzo) entro il 2050. Per di più, come è altrettanto noto, la popolazione europea sta progressivamente invecchiando, al contrario di quanto accade dall’altra parte del Mediterraneo.
Questa forte crescita demografica deriva dal miglioramento (sia pure relativo) delle condizioni sanitarie. La mortalità infantile, dal 1990 a oggi, è calata da 180 morti per 1000 nati a 78, la speranza di vita è cresciuta di dieci anni, mentre il tasso di fertilità è rimasto molto alto. Questo squilibrio crea una serie di criticità. Basti pensare che, nonostante il calo in percentuale della popolazione in «estrema povertà» in Africa (dal 54,4% del 1990 al 40% attuale) a causa dell’elevato tasso demografico, il numero delle persone che sono in questa condizione, in termini assoluti, è salito da 300 milioni a 400.

Ovviamente non si tratta di uno squilibrio inevitabile. La «transizione demografica», e cioè il passaggio da più di sei a meno di tre neonati per donna, è una fase da cui sono passati tutti i paesi al di fuori dell’Africa e la cui durata, anzi, si è progressivamente ridotta nel tempo (quasi un secolo nel Regno Unito e meno di vent’anni in alcune economie emergenti). Questo processo di assestamento, però, è strettamente dipendente da alcuni fattori, primi fra tutti la crescita economica e (soprattutto) una maggiore educazione e un maggior ruolo sociale delle donne.

Sono proprio queste le caratteristiche carenti in molti paesi africani e proprio in Africa c’è la maggioranza dei cosiddetti «paesi fragili», dai quali provengono i flussi migratori africani meno controllati. Migrazioni che oggi avvengono prioritariamente all’interno del continente e solo in maniera residuale in Europa ma che, senza un’inversione di tendenza nelle disuguaglianze globali, sono destinati solo ad aumentare, diversificando sempre più i punti d’arrivo.
Risulta quindi evidente che l’unico termine da non utilizzare, di fronte a questa realtà, è quello di «emergenza». Si tratta, infatti, di un processo strutturale che come tale va affrontato. Tanto più nel nostro caso, visto che i nostri governi possono decidere tante cose ma non possono certo cambiare la collocazione geografica dell’Italia.

Purtroppo, però, negli ultimi vent’anni è successo esattamente il contrario e anche i governi meglio intenzionati non sono riusciti a superare realmente una logica emergenziale. Non a caso, del resto, la polemica politica si è concentrata sui «salvataggi in mare». Ora, salvare le persone che rischiano di affogare nel Mediterraneo è senza alcun dubbio un’azione moralmente commendevole e eticamente (oltreché giuridicamente) doverosa, ma rappresenta solo il momento intermedio tra un prima (perché fuggono dai loro paesi) e un dopo (cosa fare quando arrivano in Italia). Di conseguenza, solo affrontando questi tre momenti in maniera organica sarà possibile dare una risposta che sia all’altezza del problema, consapevoli che si tratta di politiche con tempi di realizzazione diversi, che vanno dall’immediato (il salvataggio) al medio termine (l’integrazione) ai tempi lunghi (lo sviluppo economico-sociale dei paesi di provenienza).

Questo tipo di approccio è indispensabile non solo perché é l’unico in grado di minimizzare le criticità connesse ai flussi migratori incontrollati, ma anche perché è tale da accrescere, allo stesso tempo, i vantaggi economici e sociali, per l’Italia e per l’Europa, che possono derivare da una immigrazione gestita efficacemente e da sviluppo forte ed equilibrato del continente africano. Una politica, quindi, determinata non solo da una doverosa solidarietà ma anche da una intelligente visione dei nostri interessi a lungo termine. Una politica, tra l’altro, che può essere convincente per una larga maggioranza della popolazione e capace di dissolvere paure immotivate e «percezioni» distorte.

PERCEZIONI E REALTÀ

Le «percezioni», infatti, distorcono fatti reali e bisogna quindi capire perché ciò accada. Non è certo la mobilità in sé e per sé a creare tensioni. Secondo dati delle Nazioni Unite, infatti, nel 2017 i movimenti migratori nel mondo hanno interessato 258 milioni di persone. Di queste, 106 milioni provenivano dall’Asia, 61 milioni dall’Europa, 38 milioni dall’America Latina e 36 dall’Africa. E, analizzando più da vicino la composizione dei migranti, si scopre che nei primi venti paesi di origine solo uno (l’Egitto) è africano, mentre undici sono collocati in Asia e sei in Europa. Perché, quindi, nell’ambito di questo gigantesco movimento di popolazioni solo l’emigrazione africana (e, in parte, quella di matrice islamica) provocano situazioni di tensione?
Per quanto riguarda il fattore islamico è abbastanza facile capire che il problema è legato al terrorismo internazionale. Ma questo è un tema che va affrontato a parte. Per ciò che concerne l’emigrazione africana, invece, l’errata percezione deriva dalla diversa condizione specifica e individuale di chi arriva (clandestino, rifugiato o regolare), dalle condizioni oggettive del paese che riceve e dalla crescita (relativa) del fenomeno negli anni recenti.

Anche se in termini assoluti, infatti, le cifre non sono affatto ingestibili, bisogna tenere in considerazione che il tasso di crescita dell’emigrazione dai paesi sub-sahariani (che si era mantenuto stabile attorno all’1% per tutti gli anni Novanta) è cresciuto in maniera esponenziale a partire dal 2000, fino a toccare il 31% nel periodo tra il 2010 e il 2017. Infatti, utilizzando questo secondo parametro, la situazione sopra descritta si capovolge, e fra i dieci paesi con i tassi di crescita maggiori nell’emigrazione troviamo in questo caso nove paesi africani (il decimo è la Siria a causa della guerra civile che l’ha devastata). Ciò vale anche per il nostro paese visto che gli sbarchi hanno conosciuto un’impennata fra il 2013 e il 2017, cominciando poi a calare dal luglio del 2017 in conseguenza del «decreto Minniti».
Analogo esercizio di comprensione va fatto anche per quanto riguarda la «percezione» circa la quantità di immigrati extracomunitari già presenti nel nostro paese. Secondo molti sondaggi, infatti, i nostri concittadini sono convinti che tale presenza sfiori il 30% mentre, in base alle statistiche ufficiali, il dato non supera il 9%. E tuttavia questa percezione distorta nasce da situazioni di disagio reali, per dissolvere le quali non è sufficiente rispondere che «una presenza del 9% è facilmente gestibile». Facciamo un esempio. Roma conta tre milioni di abitanti e gli immigrati sono 360.000.

Questo 360.000 persone, però, sono concentrate solo in alcuni quartieri dove risiedono un milione di romani. Il rapporto, quindi, è in realtà di uno a tre e, per di più, si tratta di quartieri disagiati con una drammatica carenza di servizi sociali. Quartieri, quindi, dove la risposta alle tensioni fra gli ultimi e penultimi non può risiedere solo in una buona predicazione, se questa non è accompagnata della capacità di provvedere servizi migliori per tutti.

Allo stesso modo, non è pensabile superare le paure dei nostri concittadini limitandosi a negare che esista un problema legato alla criminalità, quando gli imprenditori della paura sventolano le statistiche sulle presenze nelle nostre carceri. Ancora una volta i numeri vanno letti in maniera approfondita e, se si fa questo, si scopre che il tasso di criminalità degli immigrati regolari (integrati) è praticamente uguale (+0,2) a quello degli italiani autoctoni, mentre quello degli irregolari (non integrati) è venti volte superiore. Problema, questo, che può essere quindi affrontato solo aumentando la capacità d’integrazione e non certamente attraverso il carcere. Tanto più che gli immigrati già residenti sul territorio, ma ancora privi di riconoscimento, sono più di mezzo milione e che lo stesso Salvini, dopo aver promesso di rimandarli a casa in poco tempo, ha ammesso che «per fare questo ci vorrebbero 80 anni».

In questo sta la follia del recente «decreto sicurezza» che, eliminando sostanzialmente la cosiddetta «protezione umanitaria», produce automaticamente decine di migliaia di clandestini (120.000 secondo un rapporto dell’Ispi), condannati all’emarginazione e a diventare facile preda delle reti criminali. Ottenendo così l’effetto opposto di quello dichiarato.

ACCOGLIENZA, INTEGRAZIONE E CANALI LEGALI D’IMMIGRAZIONE

Paradossalmente, la polemica sui problemi dell’immigrazione nel nostro paese è diventata incandescente proprio quando il numero degli sbarchi, come già ricordato, era calato drasticamente e, quindi, sarebbe stato possibile iniziare a discutere ed affrontare i problemi in maniera finalmente efficace. Non va dimenticato, a questo proposito, che, nel decennio 1998- 2008, si sono registrati in Italia ingressi legali di «migranti economici» e conseguenti regolarizzazioni per circa tre milioni di unità. Un numero certamente imponente che però è stato gestito superando le difficoltà e integrando queste persone che oggi sono essenziali per sostenere i tassi demografici, il Pil e, conseguentemente, i costi dello stato sociale.

Ovviamente tutto è poi diventato più difficile a causa della crisi economica che è iniziata proprio alla fine di quel periodo. Tuttavia, aver chiuso la porta ai migranti economici extracomunitari (dal 1° Gennaio 2009) impedendo così gli arrivi «regolari» ha solo complicato ulteriormente le cose.
Il primo provvedimento da adottare, quindi, sarebbe quello di riaprire dei canali legali per l’immigrazione «economica». Ci sono modi diversi per farlo, il più semplice dei quali sarebbe quello di prevedere la possibilità di rilascio da parte delle nostre Ambasciate di visti per cercare lavoro. Ingressi controllati, quindi, direttamente affidati all’incontro tra domanda e offerta, anche attraverso l’intermediazione di soggetti accreditati (agenzie per il lavoro e rappresentanze d’impresa) operanti in Italia e/o nei paesi d’origine.

Ciò sarebbe utile per la nostra economia, visto che esiste una domanda di lavoro immigrato, e non solo per l’agricoltura stagionale o la ristorazione. Basti pensare a quanto accade nel nord-est o alla realtà economica del bresciano, dove le imprese impiegano il 53% di lavoratori extracomunitari regolarmente assunti (con punte del 73% nei settori metallurgico e siderurgico). In questo modo si infliggerebbe un colpo pesante ai trafficanti, si porrebbe un argine ai fenomeni del «lavoro nero» e del caporalato e si supererebbe l’attuale e ambigua commistione fra rifugiati e «migranti economici».

In questi anni, infatti, si è commesso un grande errore nelle politiche di accoglienza mettendo in piedi un sistema complesso, farraginoso e costoso il cui scopo sarebbe quello di distinguere queste diverse tipologie. Un sistema che dovrebbe garantire un’accoglienza nelle strutture «temporanea» ma che, in realtà, comporta la permanenza per uno o due anni di migliaia di persone in ambienti spesso poco idonei e senza potere fare nulla. In questo modo, si sono spesso create delle vere e proprie «fabbriche di clandestinità», visto che l’enorme divario fra il numero delle richieste di protezione negate e quello dei rimpatri effettivamente realizzati ha prodotto, mensilmente, l’uscita dai centri di accoglienza di centinaia di «irregolari» privi di documenti, di abitazione e della possibilità di lavorare legalmente . Come ha detto recentemente il Sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, a questo proposito «basta andare a fare un giro intorno alla stazione di una qualsiasi città italiana per farsene un’idea, e un’idea gli italiani se la sono certamente fatta. Il rifiuto degli stranieri, il successo della propaganda xenofoba della Lega, nascono in larga misura da qui».

Il problema è destinato ad aggravarsi in conseguenza degli effetti del «decreto sicurezza» perché, come già detto, migliaia di nuovi «irregolari» si aggiungeranno al cospicuo numero già esistente.
Mentre ci sarebbe bisogno, invece, di rafforzare i processi di integrazione, culturale e lavorativa, attraverso corsi di formazione, gestiti sia direttamente da istituzioni pubbliche sia in cooperazione con il sistema imprenditoriale. In modo tale da non lasciare le persone già presenti nel nostro paese nella condizione di clandestini o «parcheggiati», accompagnandoli invece in un percorso alla fine del quale, una volta definita la loro posizione, potranno integrarsi nella nostra società (con reciproco vantaggio) o essere assistiti per un ritorno nei loro paesi (con i quali vanno negoziati specifici accordi). Avendo acquisito una dotazione personale minima, in termini di mezzi finanziari e di capacità professionale, per costruire il proprio futuro ed essere utili al loro paese.

L’EUROPA E I RICHIEDENTI ASILO

Contestualmente a questo processo, teso a «prosciugare» la palude della clandestinità, andrebbero potenziati i «corridoi umanitari» per i richiedenti asilo (anche perché, in questo caso, la condizione di rifugiato è prestabilita all’origine) e velocizzate le procedure per il riconoscimento (o meno) di quanti, nonostante un più efficace controllo delle frontiere, continueranno ad arrivare (sia pure in numero ridotto) nel nostro paese.

Per una efficace gestione degli uni e degli altri andrebbe ovviamente rivisto il Regolamento di Dublino. Un primo tentativo, in via sperimentale, fu concordato in sede di Consiglio europeo nel settembre del 2015 quando, di fronte ad una situazione di emergenza, venne deciso di redistribuire il flusso dei migranti nei diversi paesi. In realtà, per quanto riguarda l’Italia, solo 13.989 migranti (su 28.346) furono ricollocati, con alcuni paesi che fecero molto di più di quanto richiesto (Svezia, Finlandia, Lussemburgo, Malta), altri molto meno e altri ancora addirittura poco o niente (Austria,Croazia, Romania, Ungheria Polonia).
Anche in seguito a questo insuccesso, il Parlamento europeo, nel novembre 2017, ha approvato una proposta profondamente innovatrice che prevede, tra l’altro, proprio l’eliminazione di quella famigerata clausola in base alla quale l’esame della domanda di protezione deve essere svolto nel paese nel quale il richiedente ha fatto ingresso. In sostituzione di questo principio, oggettivamente sfavorevole al nostro paese, il testo in questione prevede che si consideri il richiedente protezione come un soggetto che fa ingresso nell’Unione considerata nel suo complesso.

Conseguentemente, la domanda di protezione verrebbe definita con un sistema di quote coinvolgenti tutti i paesi dell’Unione, sulla base del principio di solidarietà ed equa ripartizione delle responsabilità, come previsto dall’art. 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione. Peccato, però, che, in quell’occasione, i parlamentari europei della Lega si siano astenuti e quelli del Movimento 5Strelle abbiano votato contro. E peccato che, al vertice europeo di fine giugno 2018 (quello dove si dovevano «battere i pugni sul tavolo») il governo italiano abbia accettato la proposta dei paesi del gruppo di Visegrad di prevedere la clausola di «volontarietà» per la redistribuzione dei rifugiati. Senza mai dimenticare, a proposito di questo problema, che in Africa vive un terzo della popolazione bisognosa di protezione. Solo il 3% di queste persone, infatti, ha trovato rifugio in Europa, mentre la quasi totalità è rimasta nel continente (dal 2005 la percentuale non è mai scesa sotto il 93%) e nei primi dieci paesi al mondo per numero di rifugiati ben cinque (Etiopia, Kenya, Uganda, Drc e Chad) sono africani.

Speriamo che le elezioni di maggio rendano possibile la ripresa di un dialogo costruttivo fra i paesi europei, indispensabile per affrontare efficacemente non solo i due elementi più immediati del problema emigrazioni (sbarchi e integrazione) di cui abbiamo fin qui parlato, ma anche quelli di più lungo periodo (il riequilibrio economico-sociale fra Europa e Africa). Anche perché le motivazioni alla base dei flussi migratori extracomunitari sono inerenti solo per il 15-20% a questioni legate a guerre e persecuzioni (o catastrofi ambientali) ma, per il resto, da ragioni essenzialmente economiche. E anche in questo caso, per definire una terapia adeguata, è necessario che la diagnosi sia corretta. Per questo, è indispensabile un’analisi equilibrata, approfondita e razionale riguardante le reali condizioni dell’Africa, i suoi limiti e le sue potenzialità.

CONOSCERE L’AFRICA

L’Africa è ancora poco sconosciuta per gran parte dell’opinione pubblica. Le informazioni sono poche, contraddittorie e, spesso, superficiali. L’Africa è presentata, alternativamente, come un caso senza speranza o, al contrario, come l’area del mondo dove si registrano i più alti tassi di sviluppo e che, quindi, rappresenta una grande opportunità per il futuro.

Questa tendenza a fornire versioni specularmente opposte è, del resto, tradizionale nelle «narrazioni» sull’Africa definita, a seconda del «narratore», o in modo un po’ razzista (il continente senza speranza, condannato per ragioni intrinseche al sottosviluppo) o in maniera alquanto paternalista e auto-colpevolizzante (tutti i problemi derivano dallo sfruttamento del colonialismo, del capitalismo, delle multinazionali, ecc.).

La realtà, come sempre, è più complessa. Innanzitutto non si dovrebbe parlare di «Africa» ma di «Afriche», non solo per quanto concerne la tradizionale divisione fra la parte mediterranea (il Maghreb) e quella a sud del Sahara, ma anche in riferimento alle diversità esistenti all’interno di questa prima ripartizione. Differenze che derivano dai diversi processi pre e post-coloniali, dalle specifiche condizioni ambientali, dall’esistenza o meno di conflitti connessi a ragioni interne o alla cosiddetta «guerra globale al terrorismo».
Non è evidentemente qui la sede per abbozzare una storia dell’Africa ma è importante sottolineare che il maggior ostacolo per lo sviluppo di questo continente (in particolare per la parte subsahariana) è identificabile nell’aver incontrato i paesi europei prima di aver potuto elaborare in maniera autonoma un processo istituzionale sufficientemente strutturato. Al di là della mitologia, infatti, quando i primi esploratori hanno toccato le coste del continente, la maggior parte delle organizzazioni sociali africane riflettevano quelle forme che in etnologia vengono definite come acefale o segmentarie. E anche le forme più complesse, come i famosi regni o imperi africani (Dhaomey, Ashanti) non erano minimamente comparabili, con la parziale eccezione dell’Etiopia (non a caso unico paese storicamente indipendente), ai corrispettivi esempi europei.

Questo enorme divario di «potenza» è stato alla base dello schiavismo e del successivo sfruttamento coloniale, dando vita ad una serie di traumi successivi che hanno impedito uno sviluppo lineare e autonomo. In questo senso, anche la stessa decolonizzazione non ha prodotto effetti positivi perché decisa in maniera improvvisa (dopo la seconda guerra mondiale era ormai diventata del tutto inaccettabile), senza una preparazione adeguata e un serio processo di transizione. Al contrario, anzi, le ex potenze coloniali organizzarono le cose in modo da poter confermare la dipendenza economica (il neocolonialismo) dei paesi ai quali erano costrette a riconoscere l’indipendenza politica. Così, queste nuove «nazioni» indipendenti sono nate senza un sistema istituzionale articolato, senza sistema politico, senza apparato amministrativo, con frontiere ereditate e intoccabili (la stessa prima organizzazione africana, l’OUA, ha adottato questo principio, per evitare di «aprire un vaso di Pandora»), tracciate dalle potenze coloniali senza tenere in alcun conto realtà geografiche, storia e composizione delle popolazioni.
Per questo, per molti anni dopo le indipendenze, la dialettica «politica» in molti paesi africani si è sviluppata essenzialmente su base etnica, si è imposto ovunque il sistema a partito unico e, molto spesso, si sono imposte dittature militari, visto che l’esercito costituiva quasi sempre l’unica struttura nazionale e efficiente.

In questo contesto, negli anni ’60, è stata sprecata anche l’opportunità favorevole costituita dagli alti prezzi delle materie prime, visto che le élite africane al potere, anziché approfittare di queste risorse per diversificare le rispettive economie decisero di utilizzarle importando beni di consumo al fine di garantirsi in maniera clientelare il consenso delle popolazioni urbane. Cosicché, una volta caduti i prezzi in conseguenza della crisi petrolifera del 1973, tutti i paesi africani hanno cominciato ad accumulare una massa di debiti talmente ingente da soffocarne le economie per tutti gli anni ’80.
Infine, ma non meno importante, il condizionamento derivante dalla divisione del mondo in due blocchi e la conseguente necessità di schierarsi, in maniera subalterna, con l’una o l’altra delle due superpotenze contrapposte.

LA FINE DELLA GUERRA FREDDA E IL RINASCIMENTO AFRICANO

Anche in Africa, come nel resto del mondo, la fine della «guerra fredda» e la caduta del muro di Berlino hanno suscitato grandi speranze. E, in effetti, a partire dai primi anni ’90. è iniziata una nuova storia nel continente. Non a caso, proprio nel Sud Africa di Nelson Mandela e del dopo Apartheid, è nata la parola d’ordine «Rinascimento africano», con l’inizio di una transizione di diversi paesi verso il superamento di dittature o regimi a partito unico e con l’affermazione di una concezione dello sviluppo in dimensione «panafricana».
È importante segnalare che oggi esistono alcuni presupposti generali per un dar vita ad uno sviluppo economico sostenuto e durevole.
In primo luogo va sottolineato che, per la prima volta, i cosiddetti «aiuti pubblici allo sviluppo» (Aps-Oda) sono stati superati dagli investimenti diretti dall’estero (Ide-Fdi) segnando, rispettivamente, il 2.4 e il 2,5% del prodotto interno lordo del continente, mentre il valore delle rimesse degli emigranti si è quadruplicato negli ultimi 15 anni, diventando la voce più importante (2,6% del Pil, più di 70 miliardi di dollari) nel totale dei flussi finanziari dall’estero.

E, a questo proposito, è importante tenere in considerazione che gli investimenti diretti dall’estero, tradizionalmente concentrati nel settore petrolifero o minerario (con effetti limitati sulle economie locali) hanno cominciato a diversificarsi e che l’ammontare delle rimesse degli emigranti dimostra di avere un impatto significativo per la riduzione delle disuguaglianze nei diversi paesi. Ciò che dimostra, tra l’altro, come una immigrazione «regolata» costituisca uno dei modi migliori per «aiutarli a casa loro».
Tutto ciò ha contribuito a creare le condizioni per la crescita di un mercato più dinamico e per la creazione di una «classe media» in termini africani (coloro che possono spendere da 5 a 20 dollari al giorno) che è aumentata dai 108 milioni di persone nel 1990 ai 250-300 milioni di oggi.

(1. continua)

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