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Trentino con Pakisolandri e Sinorivani

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Siamo in un ambulatorio pediatrico dove alcune indigene trentine hanno portato i loro bambini. Una signora chiede: «Kuangàla?». Risposta: «Laganàn». Se a questa scenetta assistesse un senegalese, una russa o un albanese, o calabrese, la parlata dialettale suonerebbe incomprensibile, più simile a una lingua africana che all'idioma di Dante Alighieri. Dico questo perché a volte occorre mettersi nei panni degli altri. Accertarsi di essere compresi. E, come dicono i miei amici indiani Sioux, prima di giudicare gli altri, provare a «camminare con i loro mocassini».

Prendeteli a casa vostra.
Il Trentino sta vivendo un periodo di chiusura culturale, epocale e dannosa. Per una parte della nostra popolazione l'ospitalità, la reciprocità, la memoria storica sembrano svanite. I trentini nel mondo vanno bene, ma il mondo in Trentino altolà. «Prendeteli a casa vostra» (sottinteso i forestieri) è la frase fatta. Ma vediamo un po'. Se per casa si intende veramente la casa in muratura, chi ripete questo slogan ospita forse profughi stranieri in casa propria? No. Dunque non deve liberarsi di una convivenza coatta e vissuta con fastidio. Se invece per «casa» si intende il proprio luogo di residenza, la propria provincia o la patria, dico che questa nostra provincia e questa nostra nazione sono anche «casa» mia, perché non appartengono soltanto alle persone xenofobe e inospitali. Dunque sì, stiamo aprendo casa nostra ai non italiani, e allora? L'Italia e il Trentino non sono proprietà privata, né il popolo né le istituzioni possiedono la res publica, abbiamo casomai una comune responsabilità di solidale e corretta gestione politica. La risposta ai problemi generati da un fenomeno migratorio, per il quale a quanto pare non siamo adeguatamente preparati, non può essere che culturale. Perciò amareggia vedere un giovane assessore alla Cultura appoggiare chi fa tristi esternazioni sui «troppi» bambini stranieri in un parco giochi del Trentino.

Per chi ha l'hobby dell'ospitalità.
Davvero, a volte sembra di vivere in un mondo alla rovescia. Con un preoccupante sovvertimento dei valori, che rispecchia un trend, minoritario ma molto aggressivo, a livello nazionale. Si è capito anche frequentando i social network: a fine 2018 i ricercatori del Censis dipingono un'Italia involgarita e incattivita, e subito (per confermare l'esito della ricerca) vengono coperti da insulti volgari e cattivi. Purtroppo il senso comune non sempre è buon senso. Ricordo, per esempio, alcune perplessità condivise nel vedere stranieri con la pelle scura spazzare le vie di Rovereto, indossando giubbini fosforescenti con la scritta volontario. Come se quelle persone, provate da tremendi viaggi della speranza dovessero guadagnarsi la possibilità di sopravvivere tra noi, con vitto e alloggio ma niente paga per il lavoro svolto. Ditemi chi mai accetterebbe, tra noi, queste condizioni?

Stando a una recente intervista pubblicata da questo giornale, il presidente del Consiglio provinciale vorrebbe che per l'accoglienza e per l'integrazione fossero incaricati volontari non retribuiti né appositamente formati, gente che lo fa per hobby, insomma, a tempo perso e per vocazione personale. E si dice sorpreso che oggi vi si dedichino professionalmente 150 persone. Il ragionamento di Walter Kaswalder sul volontariato non è corretto. Una comunità responsabile non offre ospitalità quale caritatevole elemosina; una società civile si interessa e si arricchisce della diversità altrui. Ne trae giovamento come da nuova linfa, paga persone specializzate in mediazione culturale, si adopera pubblicamente, investe in nuovi rapporti e in nuovi apporti. 150 persone, cioè poco meno dello 0,03 della popolazione trentina, in realtà sono troppo poche in questa fase storica di migrazioni dovute a ragioni tutte da ascoltare. Ne occorrerebbero forse 1500, giustamente stipendiate per il loro lavoro: psicologi, antropologi, sociologi, consulenti esperti, assistenti sociali, funzionari dedicati, impiegati pubblici, mediatori culturali, insegnanti di italiano e perché no, anche di dialetto trentino.

La diversità non è un handicap ma un'opportunità.
Ora qui si tratta di fare un urgente reset, per rispolverare i fondamenti antropologici della relazione con l'altro, con gli altri. La dignità dei viventi, il rispetto reciproco, i diritti umani, il contratto sociale, le appartenenze (che non hanno nulla a che vedere con il sangue), le ossessioni identitarie. La diversità biologica, antropologica, culturale non va mai vista come un handicap ma come opportunità. Ho sempre in mente la pubblicità della Emirates, la compagnia aerea di bandiera dell'Emirato Arabo di Dubai, che si fa vanto di avere nel proprio staff personale proveniente da più di cento etnie diverse. E volano bene. Perché spesso modi di pensare diversi, in un mondo che cambia rapidamente, possono risolvere nuovi problemi. 
Noi, invece, di questo passo rischiamo di rimanere a terra e territoriali. Con una denominazione di origine controllata, trentini Doc, vittime di un malinteso, che provo a spiegare.

I Pakisolandri del futuro.
L'Italia prende il nome dagli Italici, antichi popoli che parlavano falisco, siculo, umbro. I primi abitanti del Trentino provenienti dalla pianura Padana si mescolarono con i Reti, poi giunsero i Romani che assimilarono le tribù locali di Sinduni, Anauni e Tulliassi. Fu poi la volta dei Longobardi, dei Franchi e di altre «minoranze etniche», volta a volta cacciate, assimilate, oggi dimenticate. Forse in futuro, a proposito della popolazione trentina del XXII secolo, qualcuno scriverà: «Fu poi la volta dei Sinorivani, dei Tunitesini e dei Pakisolandri». Le culture pure non esistono. Siano esse maggioritarie o minoritarie, tutte le culture e le identità sono frutto di mescolanze. Tutti gli esseri umani, prima o poi, si sono sradicati, avventurati, riacclimatati. Certamente affrontando in ogni circostanza gioie e dolori, nessuno nega la complessità e i potenziali conflitti interculturali generati dalle migrazioni. Invece si sta negando a una valida unità operative provinciale, il nostro Cinformi, la possibilità di gestire e di mitigare, se non di risolvere le difficoltà.

Trentini doc, svegliatevi.
A pensar male, c'è da chiedersi a chi convenga infine alimentare l'incompatibilità e la paura. A pensar bene, si tratta solo di poca voglia di approfondire, studiare, viaggiare. Un malinteso, appunto, che però necessita una grande sveglia, perché di questo passo, chiusura dopo chiusura, rimarremo soltanto noi trentini doc nei parchi giochi videosorvegliati e depurati dai piccoli alieni a chiederci «Kuangàla?», interessandoci soltanto a noi stessi. In preda a quella «tristezza dell'uniformità» che l'etnografo e geografo trentino Aldo Gorfer già stigmatizzava a inizio anni Novanta in un saggio per la Sezione trentina di Italia Nostra. Francamente, preferisco vedere anche altri colori e avere anche altri interlocutori. E so di non essere il solo.

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