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Salvini e la politica che si nutre di paura

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Lo scontro tra il Ministro Salvini e un gruppo di Sindaci - in primis quello di Palermo - era nell'aria da tempo, come quello tra il Ministro e molte associazioni e organizzazioni di matrice religiosa e laica che svolgono attività con i cittadini stranieri presenti in Italia.
La vera radice di questo scontro sta nella scelta assunta dal Governo giallo-verde e ben rappresentata da Salvini: trasformare la questione stranieri in un totem; farne un tutt'uno con il tema «sicurezza»; condire il minestrone con il mantra «prima gli italiani».
Questa scelta consapevolmente fatta da tutto il Governo (non quindi solo dalla Lega, ma condivisa dall'altro partner di maggioranza, che ancora qualcuno si ostina a definire come portatore di valori progressisti) sta procacciando - il termine non è casuale - forti consensi in una larga parte della popolazione: in questo senso si dimostra una scelta indovinata.
Ma non altrettanto si può onestamente dire per quanto riguarda la cifra etica e il senso di prospettiva verso il futuro che la «Politica» dovrebbe avere.
È un fulgido esempio - tra i molti - dell'indole di assoluta strumentalità e dissacrante ipocrisia con le quali Salvini cita il famoso motto di Degasperi, che distingueva tra gli «statisti» che pensano alle prossime generazioni e i «politici» che pensano alle prossime elezioni. 

Questa scelta del Governo Salvini-Di Maio (che va molto oltre la pur ragionevole esigenza di integrare e anche correggere la politica dei precedenti Governi) produce due effetti pericolosi.
In primo luogo, alimenta la cultura della paura e della ostilità a trecentosessanta gradi.
Se il mantra è «prima gli italiani», risulta abbastanza facile che esso venga declinato - dentro una comunità già pervasa da preoccupazioni e ansie di vario genere - nei termini ben descritti dall'ultimo rapporto del Censis: una Italia che non riconosce più nel rapporto «con l'altro» un valore, ma lo vive come una minaccia. Laddove «l'altro» non è solo lo straniero, ma chiunque può potenzialmente mettere a rischio qualcosa dei propri interessi e diritti, veri o presunti che siano.
È la negazione di quel valore della «comunità» della quale ha magistralmente parlato il Presidente Mattarella nel suo messaggio di fine anno.
Ed è anche la negazione dell'idea cristiana della vita e della società evocata da Papa Francesco. 

In questo senso, l'effetto della politica dell'attuale Governo italiano va ben oltre il portato giuridico delle norme approvate e proietta la sua ombra sulla mentalità e sulla cultura di un popolo. Nel senso che la politica rinuncia alla sua essenziale vocazione anche educativa e si limita a nutrirsi delle paure del popolo, come una sanguisuga.
Ma così, il circuito «consenso-potere-responsabilità» (che costituisce l'essenza della democrazia liberale) si rompe e perde il nesso con il terzo termine, la responsabilità.
In secondo luogo, questa scelta del Governo cambia i connotati di una delle più delicate funzioni del potere democratico: quella del Ministro degli Interni.
A questa figura - non a caso interpretata nella nostra storia democratica recente da figure di altissimo profilo morale e politico - è affidato un ruolo fondamentale: aiutare la composizione delle istanze sociali ai fini di una vera «sicurezza democratica».
In particolare, al Ministro dell'Interno è affidato il compito di aiutare la sintesi tra valori della coesione e della solidarietà e valori della sicurezza.
Ma se il Ministro dell'Interno si propone come «Ministro della Paura», tradisce le proprie responsabilità sia verso il valore della coesione sia verso quello della sicurezza.
E finisce con il polarizzare in senso antagonistico i due valori. 

È questo che sta accadendo in Italia. Ed è un fenomeno pericoloso e foriero di gravi conseguenze sul sistema democratico del Paese.
La diffusa e composta protesta di molte associazioni cattoliche e laiche e la provocazione coraggiosa di alcuni Sindaci dovrebbero essere colte come un segnale da non trascurare.
Perché in realtà ci richiamano ad una esigenza fondamentale: avere piena consapevolezza che i valori di umanità, solidarietà, giustizia non sono «altra cosa» rispetto a quelli della «sicurezza».
Non avere questa consapevolezza può «procacciare» consensi immediati, ma - sempre per ricordare Degasperi - non è attitudine da Statisti.

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