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Sconfiggere l'odio che uccide l'Italia

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Il 52° Rapporto sugli italiani, presentato dal Censis nei giorni scorsi, ha fornito un quadro impietoso e drammatico dell'Italia di oggi: siamo diventati un Paese di gente abbruttita, impaurita e impoverita, soprattutto piena di odio e di rancore riversato sugli altri come rivalsa e presunto riscatto del proprio disagio. La cattiveria, alimentata dalla rabbia, è ormai il sentimento nazionale: una sorta di tutti contro tutti, che ci sta condannando alla distruzione.

È come un cancro che si è impadronito della società e ne sta disgregando qualunque legame comunitario, di solidarietà civile e tra generazioni, in un cinismo egoista e indifferente verso chi ci sta a fianco che impedisce al Paese di reagire, all'economia di ripartire, agli italiani di rialzare la testa. Lo sport collettivo è diventato la caccia al colpevole, il capro espiatorio, quelli che sono da additare quali responsabili del nostro malessere: gli immigrati, l'Europa, le banche, le imprese. Tutto questo a prescindere se sia vero o meno: non interessa nemmeno accertarlo. L'importante è avere un nemico verso cui riversare il proprio odio, qualcuno che ce l'ha fatta verso cui nutrire invidia e malanimo, uno che la pensa diversamente da ricoprire di insulti sui social, sdoganando il peggio degli individui.
La crisi economica degli ultimi dieci anni - la più pesante dal Dopoguerra -, insieme alla percezione di insicurezza di un mondo sempre più globalizzato, hanno sicuramente un ruolo in tutto questo.

Ma a rendere esiziale tale morbo dissolutore ha contribuito in maniera determinante il tradimento della classe dirigente che ha soffiato sul vento del risentimento e della caccia alle streghe per massimizzarne profitti di consenso invece di indicare una speranza, una visione e un progetto di futuro. Il peggioramento di tale fragilità generale lo si coglie non solo a livello di massa, nel dilagare di linguaggi razzisti e violenti, sdoganati da leader di governo cattivi maestri, o nella violenza familiare e nel bullismo giovanile esplosi in maniera drammatica.

Lo si percepisce dalla frana delle relazioni sociali, dei legami stabili, dall'incapacità diffusa a livello personale di stabilire rapporti duraturi nel tempo. In dieci anni sono diminuiti ulteriormente del 20% i matrimoni e sono aumentate ancor di più le separazioni. La maleducazione verso il prossimo è divenuta comportamento abituale, il linguaggio volgare e offensivo ormai è normalità. Persino ciò di cui fino a ieri ci si vergognava, pregiudizi razziali e chiusure egoistiche, sono oggi legittimati e sbandierati, come fossero punti di orgoglio invece che simbolo di degrado civile e personale. Il fatto è che un Paese diviso e lacerato, quotidianamente fomentato di astio e di frustrazioni, esacerbato nei suoi conflitti grazie anche ad una televisione spazzatura, non è in grado di risollevare il capo se non trova ragioni positive per farlo, se non recupera un sentimento collettivo di fiducia, se non coltiva un sogno di miglioramento invece che soltanto sfoghi di lamentazione e ignavia rassegnata. Non basta sbandierare e promettere il cambiamento se non è supportato dal costruire qualcosa di grande insieme, se è solo tenuto in piedi dal distruggere, dal dare contro. La disillusione rischia di essere travolgente fino ad arrivare ad esiti tragici. Il Censis parla di italiani ormai «pronti ad alzare ulteriormente l'asticella, disponibili persino a un salto nel buio».

La fine del 2018 ci lascia in eredità uno scenario veramente cupo, che ci richiama tutti con forza alle nostre responsabilità. Occorre assolutamente invertire la deriva in atto, pena conseguenze di cui non sappiamo la portata. È necessario che la classe dirigente di questo nostro martoriato Paese (non solo i politici, ma i giornalisti, gli intellettuali, gli imprenditori, chiunque abbia ruoli di responsabilità a tutti i livelli) prenda consapevolezza della gravità della situazione, e si assuma il compito di offrire una prospettiva di futuro, di indicare una rotta fuori dall'odio e dall'acredine. Serve un'opposizione culturale, a tutti i livelli, alla chiusura egoistica di una società che ha perso il senso della solidarietà e del bene comune, che non sa più percepire il «noi» perché troppo presa ad adorare il proprio «io». C'è bisogno di un ritorno alla politica come progetto di sviluppo sociale e comunitario, non come semplice soddisfacimento di meschine rivendicazioni personali, territoriali, di classe o di categoria. E soprattutto è indispensabile come l'aria per respirare ridare all'Italia una prospettiva di crescita, di sviluppo, di lavoro, di realizzazione di sé, non di assistenzialismo e di immobilità infelice. La società del rancore va di pari passo ad un consumismo esasperato ed egocentrista, ad un rifiuto della diversità e dell'innovazione, all'aumento delle disparità e delle diseguaglianze perché in una società che non ha più collante solidale predominano solo i più forti e coloro che hanno i mezzi per farcela. A scapito proprio dei più deboli.

Ecco perché va fermata questa deriva devastatrice ricreando un patto sociale che tenga unita la comunità invece di lacerarla contrapponendo gli uni agli altri. Va ridata fiducia a un Paese sfiduciato, e può farlo solo una classe dirigente in grado di esserlo. Non è più tempo di agitatori di popolo o di assaltatori del palazzo d'inverno. Serve più capacità di costruire inclusione e meno video sui social. Più umiltà e meno parole. Solo sconfiggendo l'odio che sta uccidendo l'Italia, potremo ricostruire benessere e felicità. Come è stato fatto già in passato, dai nostri nonni e genitori sulle rovine della guerra. Buon 2019 a tutti.

p.giovanetti@ladige.it
Twitter: @direttoreladige

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