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Trump conserva un grande potere

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Alla fine il grande terremoto, che alcuni si attendevano o auspicavano nelle elezioni di metà mandato presidenziale negli Stati Uniti, non c’è stato. Donald Trump ha mantenuto ed addirittura aumentato il suo controllo sul Senato ed ha perso invece la maggioranza alla Camera dei rappresentanti. Pari e patta, si sarebbe tentati di dire. Ma ciò è solo parzialmente vero, se si considera che il sistema legislativo e di governo americano è molto lontano dai modelli europei e il presidente americano mantiene quasi del tutto intatti i suoi poteri anche in caso di perdita della maggioranza in uno dei due rami del parlamento.

Ma prima di addentrarci su questo argomento vale la pena notare che queste elezioni hanno messo in evidenza una progressiva polarizzazione del sistema partitico americano. Donald Trump è riuscito nell’impresa di conquistare quasi integralmente il partito repubblicano, partito che un paio d’anni fa, alla vigilia della inaspettata elezione di Trump, considerava il tycoon di New York un corpo del tutto estraneo alla sua tradizione moderata. Oggi, al Senato, la maggioranza repubblicana è quasi integralmente legata alle politiche estremiste e intolleranti del presidente americano. Il che significa che Trump sarà seguito e sostenuto acriticamente nelle sue azioni di rottura del vecchio sistema interno e internazionale. Ciò ha spinto inevitabilmente il partito democratico a spostarsi ancora più a sinistra rispetto alle posizioni di due anni fa, allorquando Hillary Clinton aveva battuto alle primarie Bernie Sanders accusato di essere un socialista americano, una quasi bestemmia nella logica partitica di quel paese.

Nelle odierne elezioni di midterm si è invece assistito proprio a questo spostamento ideologico, sia per contrastare l’estremismo di destra dei nuovi repubblicani, sia per riprendere con più forza le battaglie sociali, dalla sanità per tutti ai diritti delle minoranze, che lo stesso Obama non era riuscito a portare fino in fondo e che Trump ha poi smantellato del tutto. Questa polarizzazione dei due grandi partiti americani sulla destra e sulla sinistra lascerà per i prossimi due anni della legislatura ben poco spazio ad una caratteristica peculiare del sistema politico: la ricerca di un accordo in sede legislativa, anche se la maggioranza non sostiene il presidente. È la cosiddetta bipartisanship, cioè la volontà di trovare un compromesso sulle politiche di interesse nazionale che vadano ben al di là delle diverse visioni delle due parti. Oggi con un presidente dagli atteggiamenti autoritari ed estremisti come Trump e con due partiti ideologicamente molto più distanti fra di loro, l’uno all’estrema destra e l’altro con visioni socialiste, sarà ben difficile credere all’appello della democratica Nancy Pelosi di adottare atteggiamenti bipartisan.

È facile prevedere che saranno quindi due anni, fino alle prossime presidenziali del 2020, estremamente difficili e di battaglia fra i due schieramenti per almeno due motivi. Il primo è che malgrado la sconfitta alla Camera il presidente americano mantiene enormi poteri, soprattutto in tre settori: politica estera, commercio internazionale e difesa. In altre parole l’imprevedibile Trump può decidere in tutta autonomia di lanciare un attacco missilistico sulla Siria, come ha già fatto nel passato, o denunciare un trattato commerciale e minacciare l’imposizione di dazi senza l’autorizzazione preventiva delle due camere. Solo in un momento successivo entra in gioco anche il legislativo e molto spesso ciò avviene troppo tardi quando il danno (per gli altri) si è già manifestato.

Il secondo motivo di preoccupazione è che questa tornata elettorale non ha per nulla indebolito il presidente: i suoi atteggiamenti autoritari e arroganti continuano a trovare un grande sostegno nell’opinione pubblica della profonda provincia americana. Anche in queste elezioni hanno prevalso le questioni locali su quelle nazionali e internazionali, come pure hanno agito in sostegno di Trump le paure della gente e il timore per l’immigrazione clandestina (i quasi 5mila honduregni in marcia verso il confine del Sud). Insomma l’ondata populista, che con l’arrivo di Trump ha quasi spazzato via il tradizionale moderatismo dei due partiti, non è ancora cessata o almeno non ha cambiato radicalmente verso. Questo è anche un segnale negativo per noi europei. L’esempio americano peserà ancora di più in sostegno ai nostri populismi nazionali, che dalla mancata sconfitta di Trump trarranno nuova forza.

Per di più, come abbiamo sperimentato nei primi due anni di presidenza, l’interesse degli Stati Uniti nei confronti dell’UE sarà destinato a diminuire ulteriormente sia sul piano delle politiche concrete sia, soprattutto, su quello della difesa dei valori democratici e liberali che dal dopoguerra aveva caratterizzato l’alleanza atlantica. Di fronte al disprezzo di Trump per il valore della democrazia, la tutela dei diritti umani, la solidarietà nei confronti degli immigrati e il rispetto delle minoranze l’UE si troverà sempre più isolata e minacciata nel cercare di difendere i valori fondanti dell’occidente. Valori che sono oggi minacciati anche all’interno della stessa Unione, proprio dalla diffusione dei movimenti populisti e dall’atteggiamento antidemocratico di alcuni governi nazionalisti come l’Ungheria e la Polonia. Isolamento quindi dell’Unione sia ad Ovest, dove viene a mancare un partner fondamentale come gli Usa, sia ad Est di fronte all’autocrazia di Mosca e al cedimento interno dei paesi di Visegrad.

Dovrebbe essere questo un motivo sufficiente per impegnare l’Unione europea ad un soprassalto di responsabilità nel farsi gelosa protettrice di quei valori civili e democratici che per tanti anni l’hanno caratterizzata. Non sono solo i criteri di convergenza economica a doverci preoccupare, ma la difesa dei nostri valori fondanti. Sarà una battaglia lunga e difficile, sempre che si voglia combatterla.

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