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Dopo 20 anni si volta pagina

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Per capire il cambiamento netto avvenuto con il voto di domenica basta guardare i nomi degli eletti per la Lega e per l’ex centrosinistra autonomista. Dei quattordici nuovi consiglieri leghisti, sei sono donne, i più sono giovani o giovanissimi, uno solo era già in consiglio prima.
Tra i dodici eletti della maggioranza uscente (frantumata e divisa) tre sole sono donne (una per il rotto della cuffia), nessun giovane, dieci consiglieri uscenti o veterani della politica. Il resto era già tutto noto, come da copione.

Il centrosinistra autonomista si è suicidato in una guerra di cosche e di vendette spietate tra gruppi dirigenti, la Lega ha fatto il pieno di voti spinta da Salvini e dal vento nazionale, il resto del centrodestra va al traino, i 5Stelle rimangono al palo. Rossi s’è invece preso la sua rivincita tallonando il Pd.

Se di braccio di ferro fra Salvini e Di Maio si vuol parlare, non c’è gara: il milanese sovranista ha battuto e stracciato il napoletano assistenzialista.

Il bello, però, viene ora. Dopo vent’anni di dominio incontrastato del centrosinistra autonomista, il centrodestra a propulsione leghista conquista la Provincia di Trento, portando anche la nostra regione dentro l’asse salviniano del Nord che parte dalla Valle d’Aosta e arriva al Friuli. Ora c’è la prova del nove: la verifica sul campo delle capacità o meno della Lega di governare un Land Autonomo senza finire nell’orbita veneta o, peggio, quella nazionale romana del ministro dell’Interno. Maurizio Fugatti parte con una squadra che non ha esperienza di governo, ha per lo più fatto opposizione, non ha nomi di spicco da giocare per gli assessorati, sconterà estenuanti mediazioni con il resto del centrodestra, minoritario ma assai più scafato nel logoramento ai fianchi. La sua abilità starà nel tenere unita una squadra così composita ed eterogenea, da Kaswalder a Leonardi passando per Tonina e Rodolfo Borga, senza creare troppi scontenti. I numeri per governare tranquillamente per tutta la legislatura li ha, starà a lui far vedere ciò che sa fare. Se fallisce, non avrà alibi da sbandierare.

Oltre all’indipendenza o meno dal potente e ingombrante Luca Zaia, mostrando con i fatti di non essere la succursale del vicino Veneto, per Fugatti il banco di prova sarà poi il rapporto con Bolzano, accresciuto e migliorato sotto la presidenza Rossi, e ora proiettato negli orizzonti dell’ignoto. Non era mai successo dal Primo Statuto in avanti di avere fra Trento e Bolzano due maggioranze così eterogenee uscite dalle urne. La Volkspartei è sicuramente un partito pragmatico e prenderà atto del mutamento avvenuto e dei nuovi rapporti di forza, magari dando vita pure a un governo con la Lega a Bolzano, oltre che in Regione. Anche qui si misurerà nei fatti, se la nuova giunta trentina guarderà più a Nord che a Sud, o invertirà rotta rispetto allo storico legame che ci unisce all’Alto Adige anche nello Statuto di Autonomia.

Quanto al centrosinistra non c’è molto da dire. Nonostante l’eroico sforzo di Giorgio Tonini, che si è assunto l’onere di capitanare la sconfitta dopo che tutti nel Pd si sono tirati indietro, il risultato era scontato. Impressionante non è tanto che il Partito democratico sia passato da 52mila e rotti voti del 2013 ai 35.000 di oggi, quanto il fatto che per poco non è stato sorpassato dal Patt dell’odiato Rossi il quale ha saputo dimostrare voti alla mano il peso degli autonomisti e della sua leadership. Del Pd colpisce poi che gli eletti sono gli assessori uscenti, più il capogruppo. Rinnovamento zero, giovani zero, totale continuità con la giunta uscente e il governo Rossi. Più che la politologia per capire le dinamiche del Pd tornerebbe utile la psicanalisi, ma con degli analisti bravi.

Un capitolo a parte merita l’Upt, il glorioso partito del presidente Dellai, governatore per tre legislature, praticamente annientato dal suo gruppo dirigente a trazione Fravezzi-Mauro Betta, che ha perso alla grande il congresso ma ha saputo imporre alle elezioni la sua linea politica disastrosa. Risultato: la scomparsa di fatto del partito e l’irrilevanza politica dell’unico consigliere eletto, peraltro di rito non dellaiano. C’è solo da sperare che, viste le prestazioni, il gruppo dirigente Upt scompaia definitivamente dal globo terracqueo e riposi in pace senza danni ulteriori, soprattutto al centrosinistra.

Brillante risultato personale invece per Paolo Ghezzi, leader di Futura2018, il secondo più votato del consiglio. Ha trainato la sua lista, ha intercettato molti dei delusi del centrosinistra, ha drenato un bel po’ di voti dal Pd, non l’ha spuntata nell’impresa interessante di far eleggere Paolo Zanella con il significato simbolico che questo avrebbe avuto. Le truppe cammellate di Marco Boato, dopo infiniti tentativi negli anni, sono riuscite a imporre la più stagionata Lucia Coppola, non proprio una novità assoluta.

Chi comunque ha perso con successo e onore delle armi è il governatore uscente Ugo Rossi, il quale ha confermato che il Patt esiste sul territorio anche quando non ha la vittoria presidenziale in tasca, e ha spuntato le frecce di quanti l’hanno infilzato con la scusa che il suo nome non tirava più. Gli autonomisti hanno ottenuto oltre 32mila voti, il 12,59% dei consensi, riuscendo pure per quattro preferenze a eleggere una donna sottraendo il seggio al povero Walter Viola il quale, dopo aver cambiato tre partiti e un paio di schieramenti, ora si ritrova appiedato, con la beffa dei quattro voti mancanti. Per il resto, nomi nuovi - almeno fra gli eletti, esclusa la Demagri - non si sono visti nemmeno in casa Patt.

Delusione solenne infine fra i CinqueStelle. Hanno incrementato di qualcosa i voti di cinque anni fa, ma niente di paragonabile ai trionfi nazionali e ai valori bulgari del Meridione. Restano con due consiglieri,  scornati dallo scherzetto dell’alleato romano che ha invece quasi quintuplicato i suoi voti dal 2013 ad oggi.

Poca storia per gli altri nani e nanetti presenti in lista con tanto di candidato presidente e illusioni scollegate dalla realtà. Nessuno è stato eletto confermando che il sistema maggioritario a elezione diretta non consente liste «ad personam» per procacciarsi un posticino al sole. È successo a Nerio Giovanazzi, che era maestro in tale arte venatoria, ma non si ripete a comando. Ne sa qualcosa l’Alto Garda e Ledro che, grazie ai candidati presidenti non eletti della zona, è riuscito nell’impresa incredibile di non fare eleggere nessuno. Non ci sarà nemmeno un consigliere nel parlamentino trentino a rappresentare un’area fra le più ricche e popolose della provincia. Non era mai successo. Chapeau!

Da domenica il Land Trentino ha una nuova maggioranza di governo, sufficientemente robusta per durare cinque anni e, se giocherà bene le sue carte, segnare un corso diverso nella storia regionale. Starà ai resti divisi e ammaccati del centrosinistra autonomista dire, stando all’opposizione, se nel 2023 la Lega e il centrodestra potranno di nuovo giocare la partita di fatto a porta vuota, segnando gol per mancanza di avversario. Perché il campionato 2018 non si ripeta, serve però azzerare completamente il gruppo dirigente che ha portato alla disfatta di domenica, ridisegnando in forme nuove e volti nuovi (Tonini traghettatore?) una proposta alternativa di governo alla Lega di Salvini. Unendo le forze di sinistra, di centro, di cultura autonomista e di sentire solidale, fuori dai rancori del passato. Non sarà facile visto che quasi tutti gli eletti appartengono a tale infausta storia di guerriglie fratricide e di autoreferenzialità sfrenate.

Se vuole avere un qualche futuro, il centrosinistra autonomista dovrà però provarci. E se no, vorrà dire che è nato un nuovo blocco sociale.

Questa volta senza più l’anomalia trentina del Nord.

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