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Perché i trentini ignorano il tedesco

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Da qualche tempo, all’inizio dell’anno scolastico, c’è una consuetudine a me relativamente nuova: molti dirigenti scolastici mi interpellano per avere segnalazioni di studentesse o studenti laureati in tedesco per poter coprire cattedre o spezzoni di cattedra mancanti in tutta la provincia trentina. Ultimamente la situazione è diventata così critica che mi vengono richiesti nominativi anche di studentesse triennaliste, per le quali dovrà essere richiesta una deroga provinciale al fine di consentire loro l’accesso in aula per insegnare tedesco.

Questa situazione non è insolita in alcune altre province d’Italia, con la differenza che mentre nelle altre regioni italiane gli insegnanti di tedesco mancano perché il tedesco si è da poco iniziato a diffondere, in Trentino il percorso è stato inverso: il tedesco è passato dallo status di unica lingua straniera a quello di lingua straniera più debole.

Ulteriore prova di questo rovesciamento speculare tra le altre regioni e la nostra provincia è che il numero delle studentesse che vogliono studiare tedesco nella nostra università anche se non lo hanno mai studiato prima, venendo da fuori provincia, aumenta di anno in anno.

Nei miei sondaggi le motivazioni di questa scelta sono varie, non escluso, per fortuna, un autentico interesse linguistico e culturale, tuttavia le ragioni più diffuse sono di natura in genere più pragmatica: il desiderio di lavorare in paesi di lingua tedesca (ricordo che a Berlino, solo per fare un esempio, la comunità di giovani italiani è la più alta tra tutti gli immigrati da altre parti del mondo), o dovunque, ma utilizzando la competenza in tedesco come un plusvalore per una posizione maggiormente qualificata e meglio retribuita.
Perché quindi mancano insegnanti di tedesco proprio a Trento, mentre evidentemente la domanda rimane alta sia in ambito professionale che formativo-educativo?

La mia interpretazione è che le scelte di politica linguistica degli anni Novanta e del primo decennio del Duemila abbiano un peso non indifferente nella attuale penuria di insegnanti e germanisti. Sono state scelte scaturite da un dibattito molto ricco nella comunità, che in genere si ribellava alla dominazione del tedesco come lingua straniera, rivendicando la libertà di scelta e aumentando la rosa delle lingue straniere nei curricola scolastici. Sono stata spesso parte in causa di questo dibattito, pertanto posso parlarne a ragion veduta: sostanzialmente le famiglie ritenevano più utile l’inglese del tedesco e di tutte le altre lingue e esprimevano il legittimo desiderio di ridimensionare l’offerta linguistica restringendola ad una sola lingua, l’inglese. Il desiderio di assecondare questo desiderio, probabilmente accompagnata dalla condivisione della sostanza, ha spinto una schiera di assessori all’istruzione (tranne pochissime eccezioni), avvicendatasi nel ventennio 1990-2010, a spingere sempre più per la diffusione dell’inglese e, in certi casi, per la retrocessione del tedesco. Ovviamente in quei periodi sono state poche le persone che hanno deciso di abilitarsi all’insegnamento del tedesco, ritenendo più sicuro specializzarsi in inglese.

La missione è riuscita in pieno: intere generazioni di giovani trentini hanno potuto godere del privilegio di non ricevere nemmeno un’ora di insegnamento del tedesco, nemmeno come seconda lingua, e sono dunque competenti (forse) nella sola lingua inglese. Alla dominazione del tedesco, ammesso che ci fosse, si è sostituita la dominazione dell’inglese, che certamente richiede meno giustificazioni di tipo culturale e politico: l’inglese si giustifica da sé, il plurilinguismo si giustifica meno perché richiede riflessioni di tipo culturale, il tedesco non si giustifica affatto perché non è, evidentemente, attrattivo. Prendiamo atto.

Resta il fatto che giovani di altre regioni vogliono intraprendere un percorso (faticoso: in tre anni devono raggiungere livelli alti di competenza partendo da zero) nella germanistica e, dal mio osservatorio, posso dire che sono molto più motivati e impegnati di tanti studenti trentini; resta il fatto che le insegnanti di tedesco rischiano di diventare una specie in via di estinzione. Tra qualche anno le studentesse germaniste in corso nell’Università di Trento potrebbero scegliere di diventare insegnanti di tedesco nelle regioni da cui provengono.

Personalmente sono felice di contribuire alla formazione in ogni parte del mondo nella lingua che so, che amo e insegno. Mi chiedo solo quale sia la coerenza di chi protesta contro l’apertura indiscriminata della globalizzazione invocando muri e dazi per poi gioire della cancellazione di ogni peculiarità, in questo caso linguistica.

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