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Politica e famiglia, solo propaganda

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Il cosiddetto «aggiornamento della terminologia parentale», operata dal passato Governo, di sostituire, sui moduli di richiesta della carta d’identità per minori, i convenzionali termini «madre» e «padre» con le espressioni «genitore 1» e «genitore 2» è stato ripristinato da una disposizione emanata dal vicepresidente del Consiglio, Ministro dell’interno del governo in carica, nonché segretario della Lega Matteo Salvini che, tra l’altro, ha dichiarato: «Difenderemo la famiglia naturale fondata sull’unione tra un uomo e una donna. Voglio introdurre il concetto di quoziente familiare, in modo da premiare la natalità e la scommessa sul futuro. Sulla trascrizione dei matrimoni gay ho chiesto un parere all’avvocatura di Stato e ho dato indicazione ai prefetti di ricorrere».

Per la verità la tendenza all’annullamento delle differenze tra generi non è una novità. Alcuni paesi  come la Francia e la Spagna hanno già adottato forme di espressione più impersonali nei documenti ufficiali.
È utile premettere che i termini padre e madre sono molto più recenti rispetto a quello di «genitore» (che accomuna le due figure) e delineano una separazione che ha come fondamento la supremazia dell’uomo sulla donna: da «pater» deriva infatti «patrimonium» (la ricchezza), da «mater», matrimonium (il dover essere legata).
Il diritto paterno al ruolo educativo si afferma all’incirca diecimila anni fa in corrispondenza con un grande cambiamento della struttura sociale, quando l’uomo, da cacciatore o semplice raccoglitore dei prodotti spontanei della terra, scopre l’agricoltura, vive quindi dei suoi prodotti coltivati cui come primo effetto produce la transizione dal nomadismo alla stanzialità, che prevedeva l’insediamento permanente in una casa per la famiglia e in un villaggio per la comunità.

È in questo contesto che emerge la figura dell’homo genitor, dominus dell’affiliazione, una sorta di spirito fecondatore, prima di allora prerogativa solo dello spirito della Dea Madre, la Dea genetrix, responsabile della nascita e della crescita dei figli, laddove la caccia era l’attività specifica del maschio che contribuisce così a risolvere l’esigenza primaria dell’alimentazione.

Dunque, l’evidenza del rapporto di procreazione determina una posizione a favore della «famiglia naturale». Nessuno, infatti, mette in discussione che per procreare ci vuole l’unione di un uomo e di una donna. È un fatto biologico.

Ma, non è forse altrettanto evidente che la famiglia, l’insieme di persone che partecipano intimamente gli uni delle vite degli altri, è una costruzione sociale culturalmente significativa che include, certo, le determinazioni biologiche, ma si estende molto al di là della biologia, fino al punto in cui le relazioni «extra nascita», non biologiche, diventano preponderanti rispetto a quelle di procreazione?
Si può quindi affermare che oggi sia opportuno non parlare più di famiglia, ma di famiglie, assumendo una prospettiva pluralista che ha nella molteplicità delle specificità familiari il suo punto di riferimento?
E dunque, a quale entità si attribuiscono le caratteristiche di famiglia e in particolare a quale forma di famiglia viene attribuita l’etichetta di «naturale» ovvero «normale»?

E ancora, le «nuove famiglie» si devono considerare e trattare come forme deficitarie o devianti rispetto a quella tradizionale o in una prospettiva pluralista semplicemente come forme differenti?
Rimane il dubbio di quali sono i diritti connaturati alla «famiglia» cui lo Stato, con l’articolo 29 della Costituzione, deve limitarsi a «riconoscere».
I punti interrogativi restano e si moltiplicano man mano che si affonda l’analisi.

Vero è che la famiglia tradizionale è sempre più soggetto di interessi collettivi e oggetto di crescenti preoccupazioni pubbliche. Vengono ad assumere rilevanza pubblica, infatti comportamenti un tempo ritenuti come privati (violenza sessuale tra coniugi o l’abuso sui figli) e vengono sempre più chiamate in causa risorse familiari per attività di cura nei confronti di soggetti deboli (anziani, minori, handicappati) o ancora la famiglia diventa un «titolo» per godere di servizi, di diritti, di facilitazioni. Da non dimenticare, inoltre, che nella società odierna le barriere generazionali tra genitori e figli, quando non addirittura tra nonni e nipoti, tendono ad assottigliarsi comportando problemi quotidiani di convivenza.

La famiglia del resto, ancorché fatto primordiale, elemento fondante della società all’inizio della storia umana è sostanzialmente relazione sociale che emerge come fenomeno prodotto dall’interazione tra le dimensioni intersoggettive (empatiche e comunicative) che la costituiscono come gruppo di mondo vitale e le relazioni strutturali che la costituiscono come istituzione sociale.
Ecco che allora, l’accettare di considerare che essa si modifica nel corso della storia modellandosi a seconda delle caratteristiche della società che la circonda non può rinnegare o cancellare alcun legittimo, personale marcatore di valore culturale e religioso imperniato sull’identità dell’essere umano, nel suo naturale dimorfismo maschile e femminile.

Certo, sull’evoluzione del tema «famiglia» occorrerebbe un approfondimento maggiore, ma se non bastava prima il cavallo di Troia: genitore 1 e genitore 2, non basta adesso cambiare (ripristinare) un sostantivo su un modulo per credere di eliminare le reali discriminazioni o dall’altro punto di vista minacciare la nostra identità, le nostre tradizioni.

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