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Un federalismo di stampo alpino

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La recente pubblicazione degli scritti di Luigi Zanzi (Opus montanum, Il Mulino, Giugno 2018) raccoglie in cinque volumi molti anni di studi storici dedicati alle Alpi e, in particolare, alla «Questione Walser». La riproposizione al pubblico degli studiosi e amici fa seguito alla sua morte improvvisa (30 Maggio 2015) e costituisce un lascito prezioso del suo pensiero. L’oscuramento dell’ideale europeo, dei suoi valori fondanti, la mancata realizzazione di quell’unità politica - Stati Uniti d’Europa - che ci avrebbe posto al riparo da anacronistici nazionalismi, nati in risposta allo strapotere di burocrazie poco attente alle esigenze dei popoli, devono aiutarci a riflettere sullo spazio alpino, spina dorsale del vecchio continente. Per questi motivi, il messaggio di Luigi Zanzi costituisce il testamento attualissimo di un federalismo alpino da cui possono nascere nuove speranze e idee di futuro.

Egli è stato un compagno di viaggio con il quale ho percorso tanti itinerari fisici e mentali di qua e di là delle Alpi in una sorta di affinità elettiva. Luigi Zanzi - avvocato di Varese e poi docente di «Metodologia della Storia» nelle Università di Genova, Pavia e Insubria (Varese, Como, Mendrisio) - viene presto catturato dalla passione per la Storia e, in particolare, per quella delle Alpi e delle sue genti.
Inizia fra noi un sodalizio che, successivamente, si arricchirà dell’apporto prezioso di un altro amico delle Alpi, Enrico Rizzi, rigoroso indagatore di fonti storiche e frequentatore assiduo di archivi. A lui si deve la scoperta di molti documenti che hanno aiutato a far luce sull’affascinante epopea dei Walser, principali artefici del dissodamento delle terre più alte delle Alpi. La svolta decisiva che ha segnato l’inizio di un impegno comune è stato l’avvio delle «Giornate di Studi Walser» (4 Giugno 1983) nella splendida cornice prealpina e lacustre di Orta San Giulio. Anche nella scelta dei luoghi, vi era una certa convergenza di interessi: Enrico Rizzi, di solide tradizioni ossolane e lombardo-alpine, Luigi Zanzi di Varese ed io con ascendenti paterni alto-novaresi.
Terre di laghi e di montagne, queste ultime, cedute al Piemonte sabaudo nel XVIII secolo da Carlo VI d’Asburgo per garantire la successione di Maria Teresa sul trono dell’Impero d’Austria («Prammatica Sanzione»). Territori di confine incastonati fra Lombardia (Ducato di Milano), Piemonte (dalla metà del Settecento) e Cantoni svizzeri (Ticino e Vallese), dove la presenza della minoranza walser contribuisce a rafforzare la visione delle Alpi come cerniere anziché barriere fra popoli, luoghi votati al federalismo ma incompatibili con i nazionalismi.

La scelta di Orta non è stata casuale. La sua storia presenta forti analogie con altri territori contrassegnati dall’autogoverno delle comunità all’interno di una cornice istituzionale che richiama il ruolo dei Principati vescovili o delle grandi Abbazie principesche medievali. In particolare, la Signoria della Riviera di San Giulio d’Orta, posta sotto la giurisdizione del Vescovo di Novara (cattedra di San Gaudenzio) ed amministrata dal relativo Capitolo Canonicale a partire dall’anno 1219, non differiva molto dalle giurisdizioni temporali vescovili di Trento, Bressanone, Salisburgo, Coira, Sion o da quelle monastiche di Disentis e San Gallo.

Se il Principe vescovo di Trento ha avuto un ruolo importante nell’insediamento di coloni sugli altipiani di Folgaria, Lavarone e Luserna e nelle valli del Leno (Cimbri) o del Fersina (minatori Mocheni del Monte Calisio), un’iniziativa simile la possiamo riscontrare nella scelta della Chiesa novarese di insediare 12 famiglie di «roncadori», originari dell’alto Vallese tedesco (Ober Wallis), in alta Valsesia (Rimella). In tal modo si veniva a costituire una comunità autonoma di «uomini liberi» che, attraverso la forma giuridica del «contratto d’affitto ereditario», si impegnavano a trasformare il precedente insediamento stagionale (alpeggio / malga) in un insediamento stabile (anno 1256). Nel corso di quegli anni - posti a cavallo fra il XII, XIII, XIV secolo - le Alpi diventeranno un modello di spazio aperto europeo, permeabile e poroso, all’interno di un’entità statuale sovra-nazionale come il Sacro Romano Impero. I nuovi arrivati – «nuovi montanari» - si integreranno pacificamente con le popolazioni già stabilizzate a quote inferiori ed appartenenti prevalentemente all’etnia latina. Quello dei Walser rappresenta un modello di integrazione che, sulle Alpi, non ha confronti.

Giustamente Luigi Zanzi lo addita quale esempio paradigmatico di un’Europa federata e senza quelle frontiere che si affacceranno sullo scacchiere europeo con l’avvento degli Stati nazionali e che saranno causa di molte guerre di montagna. La nascita concomitante della Confederazione Elvetica va inquadrata come fenomeno politico del tutto contestuale a tali processi. La lezione dei Walser deve, quindi, essere approfondita attentamente in tempi di tentazioni sovraniste al cui interno la rappresentazione dei Passi alpini viene proposta in chiave di steccato invalicabile, di muro e barriera. E questa lezione Luigi Zanzi la riproponeva con grande entusiasmo ogni anno, nel mese di Settembre, in diversi luoghi della diaspora walser storicamente documentata: da Gressoney ad Alagna, da Macugnaga a Formazza, dal Vallese ai Grigioni, dal Vorarlberg all’estrema propaggine nord-tirolese di Galtur. La sua e nostra (mia e di Enrico Rizzi) voglia di approfondimento ci ha recentemente posti di fronte ad alcuni segni indiziari di presenza walser, anche se non ancora supportati da fonti documentarie. Si tratta di interrogativi assai stimolanti che potrebbero spostare ancora più ad est la presenza di roncadori di origine vallesana, persino nell’area immediatamente a nord del Brennero, dove si trova un paese di nome Sankt Jodok, ossia San Teodulo, patrono del Vallese e dei Walser.

Alla luce di queste osservazioni ci coglie l’amarezza di constatare come, talvolta, il progresso non sia sempre «progrediente» ma, come sta accadendo oggi, pericolosamente «regrediente». La storia d’Europa, da Carlo Magno a Schengen, è stato forse soltanto un sogno proibito?

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