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Sulle migrazioni la Ue è a rischio

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Il tema della politica di immigrazione dell’UE sta per piombare con inusuale violenza sul tavolo del Consiglio europeo di Bruxelles. Domani e dopodomani i 27 dovranno sforzarsi di individuare un compromesso possibile.

Ma le speranze sono ridotte al lumicino, dopo l’esito inconcludente del pre-vertice di domenica. Una delle tante ragioni dell’accelerazione su questa spinosa questione è, da una parte, il rocambolesco atteggiamento di Matteo Salvini, ma, dall’altra, la minaccia nei confronti di Angela Merkel da parte del suo ministro degli interni e boss della Baviera, Horst Seehofer. Due ministri degli interni che per motivi opposti hanno deciso di usare il tema delle migrazioni come una clava per affermare il proprio potere interno. Lo fanno, oltretutto, in un momento in cui stiamo assistendo ad un calo consistente degli arrivi via mare: nei primi 5 mesi di quest’anno il totale degli sbarchi si assesta su circa 26mila migranti, con una diminuzione notevole rispetto ai 50mila dell’anno precedente; per non parlare dei 200mila del 2016, sempre nello stesso periodo.

Per quanto riguarda Salvini non occorre spendere troppe parole, essendo sotto gli occhi di tutti il cinismo con cui affronta il tema dei salvataggi in mare e l’accoglienza dei migranti sulle coste italiane. Ma la logica di questo comportamento sta nella giusta delusione verso un’Europa che si è a lungo disinteressata delle grandi difficoltà che le ondate di rifugiati/clandestini hanno procurato al nostro paese e alla sua opinione pubblica (che infatti premia la politica muscolare di Salvini).

Sul fronte tedesco invece il problema è diverso ed ha a che fare con il fluire di immigrati, registrati in primis nel nostro o altri paesi del sud, per ottenere asilo in Germania e nel nord Europa. Seehofer vuole quindi ricacciare indietro i «due volte» clandestini, sulla base dell’indecente accordo di Dublino che obbliga il paese di primo approdo a completare le pratiche di asilo. Se non otterrà ciò, il boss bavarese manderà a casa non solo i clandestini, ma anche Angela Merkel. Pur se per ragioni non coincidenti, i due ministri degli interni mettono quindi sotto scacco anche l’imminente Consiglio europeo e la possibilità di arrivare ad un accordo.

Difficile comprendere la «sintonia» fra Salvini e Seehofer, a meno di non calarla nella lotta politica interna e negli equilibri di potere nazionale, in assoluto dispregio dei tentativi che Commissione, Presidente del Consiglio e il duo Merkel-Macron stanno facendo per evitare il completo fallimento del vertice. Il vero problema è che tutti o quasi i leader europei hanno di che vergognarsi per il modo con cui hanno gestito il delicatissimo tema dell’immigrazione. È mancato del tutto il senso di solidarietà, ma anche una rigorosa ed efficace punizione contro quei paesi che fin dall’inizio hanno boicottato qualsiasi sforzo per fare fronte ai flussi di migranti.

Basti pensare al rifiuto del gruppo di Visegrad, ma anche di altri governi, di accettare i ricollocamenti dei rifugiati giunti in Italia e Grecia, decisi formalmente due anni fa dal Consiglio dei ministri UE: sui 160mila da ricollocare siamo riusciti a spostarne in tutto 35mila e a febbraio la direttiva europea ha cessato di operare. Fra il resto, da parte dell’Italia vi è anche da recriminare il modo iniquo di operare da parte di Bruxelles: al tempo, nel 2015, del grande flusso di siriani per la via balcanica, che aveva portato più di 1 milione di migranti in Germania, la soluzione escogitata era stata quella di pagare profumatamente il «sultano» turco Recep Erdogan con ben 6 miliardi di euro perché si tenesse i rifugiati.

Nulla di tutto ciò è stato fatto nei confronti dell’Africa del Nord, dall’Algeria all’Egitto via Libia, da cui partono i migranti per i nostri porti. Non ha quindi torto l’Italia ad aprire un fronte di negoziato con l’UE su questo tema. Ma dovrebbe farlo non da sola contro tutti, o quasi, ma costruendo una coalizione più larga possibile per avere qualche speranza di successo. Soprattutto dovrebbe dare segnali di coerenza nella ricerca delle alleanze: lo stringere rapporti con l’Ungheria di Orbàn o con il Seehofer di cui sopra non ci porta molto lontani, poiché il primo non vuole sentire parlare di ricollocamenti e il secondo vuole respingere i richiedenti asilo che, come detto, dal nostro paese si trasferiscono clandestinamente in Germania. Il tema dell’immigrazione, quindi, al di là delle polemiche su populismi e sovranismi, che pure campano e fioriscono intorno a queste problematiche, rischia davvero di mettere a repentaglio il futuro dell’UE.

Temiamo infatti che si avveri la profezia di alcuni studiosi nel dire che l’UE non crollerà sull’Euro, ma potrà liquefarsi sull’immigrazione. Proprio dall’esame degli episodi sopra riportati si intuisce quale è la debolezza di fondo della politica di immigrazione dell’UE: la quasi totale mancanza di strumenti di «governo» e il ritardo con cui ci si è decisi ad intervenire dall’inizio della crisi migratoria nel 2015 (la rotta balcanica) ad oggi. Paradossalmente, al suo confronto le difficoltà dell’Euro sono state di gran lunga inferiori, sia per la presenza di criteri e di meccanismi di convergenza sia per l’azione di un vero strumento di «governo», la Banca Centrale Europea.

Nel campo dell’immigrazione abbiamo invece un pessimo accordo di Dublino, una pseudo guardia di frontiera, una debole missione navale comune e pochi aiuti per l’Africa. Difficile quindi governare un fenomeno complesso come quello dell’immigrazione senza istituzioni e politiche europee appropriate. Non vediamo purtroppo un soprassalto di consapevolezza e volontà di affrontare radicalmente questo problema nel prossimo Consiglio europeo: già si parla di rinvio delle decisioni in autunno sotto presidenza austriaca. Ma procrastinare le decisioni rischia di complicare ulteriormente le cose: la lezione dell’Euro e del ritardo con cui si è intervenuti nel caso greco dovrebbero costituire un campanello d’allarme. Ma sembra che nessuno abbia orecchie per sentirlo.

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