Salta al contenuto principale

Io sto con i lupi, non con i fucili

Chiudi
Apri
Tempo di lettura: 
4 minuti 3 secondi

La caccia al lupo è aperta. Un sollievo, una soluzione definitiva affermano alcuni «esperti» come Luigi Spagnolli, e specialmente i politici, da Dallapiccola a Dorfmann, dai leghisti ai tiepidi, timidi piddini. Molto più comprensibili risultano le preoccupazioni del mondo degli allevatori, chiamati a convivere con una specie scomparsa dall’arco alpino da oltre 100 anni. Ingiustificato l’atteggiamento degli albergatori, portati anche loro a alimentare paura e ansia nel timore di perdere qualche turista.

Laddove il lupo è presente da tempo gli albergatori, quelli più consapevoli della ricchezza del loro territorio, fanno dell’animale un testimonial di qualità, di eccellenza, organizzano uscite e campi naturalistici alla ricerca dell’animale tanto schivo verso l’uomo. Il punto di partenza sostenuto da questo insieme di culture umane è secco: la terra è nostra (troppe parole simili le troviamo nel tema dei migranti), prima viene l’uomo.

Prima l’uomo che l’ha conquistata e lavorata. Il territorio alpino è una sua proprietà, non c’è più spazio per il lupo, non c’è spazio per chi «disturba» i profitti, verso soggetti, animali o persone che siano, impegnano a riflessioni e comportamenti diversi, a prestare più attenzione alla complessità del territorio che permette all’uomo di viverci.

La soluzione del problema lupo è quindi semplice: piombo e sparo. Povero uomo, quanto si sta abbruttendo, quanto è veloce il suo declino. Quanto si sta impoverendo: si, perché, quando tutto si semplifica nell’uso della forza, della violenza, si cade nell’imbarbarimento culturale. Lo sparo permette di evitare la ricerca di soluzioni più complicate che portino rispetto sia verso il mondo animale che verso tanta parte della popolazione, che nonostante tutto, nonostante certa stampa, ricerca ancora natura, fa della biodiversità un valore sul quale investire, si emoziona nel leggere la presenza di un territorio ancora capace di offrire vita ai selvatici, un territorio che si presti a essere gestito con intelligenza, da allevatori, agricoltori e da quanti nei boschi e sui pascoli cercano riflessione, silenzi, natura libera.

L’ambientalismo alpino ha sempre sostenuto l’agricoltore di montagna, l’allevatore. A questa figura di operatore economico si sono riconosciuti valori che lo portano a essere il coltivatore delle alte quote: un universo di lavoro strategico, a gran parte di loro va il merito di aver garantito biodiversità, sicurezza idrogeologica, paesaggio, qualità dell’alimentazione, e un ruolo sociale indiscutibile.

Non è un caso che la Convenzione delle Alpi, strumento giuridico internazionale che guida le scelte dello sviluppo nelle Alpi, preveda un apposito protocollo dedicato all’agricoltura di montagna, come non è un caso che l’ambientalismo, presso L’unione Europea, abbia sempre sostenuto il dovere dell’Europa nel riconoscere la specificità della coltivazione delle alte quote, anche attraverso pacchetti di consistenti contributi. Ma è anche fuori discussione che negli ultimi decenni la pastorizia e l’insieme dei lavori in quota abbia subito un decadimento gestionale. Il bestiame è stato abbandonato, libero di scorrazzare ovunque senza coltivare la qualità dei pascoli, gli spazi prativi sono stati invasi da forme di concimazione eccesive e ora inquinanti che li hanno privati della biodiversità floreale e di qualità, i frutteti sono diventati aree monoculturali da dove si diffondono malattie cancerose e respiratorie. La presenza del lupo, finalmente, porta l’allevatore a avere maggiore cura del suo bestiame, a seguirlo, a mantenerlo custodito e come conseguenza a gestire i pascoli di alta quota in modo corretto, ogni tanto anche scendendo dai potenti trattori e tagliando qualche cespuglio, o rifacendo un drenaggio alterato.

Il fatto che le Province di Trento e Bolzano chiedano con tanta fretta l’autogestione dei grandi predatori ci deve preoccupare. Innanzi a tutto siamo in presenza di una demagogia elettoralistica senza confini e priva di dignità, specialmente scientifica. Le varie assemblee degli assessori provinciali, dell’europarlamentare Dorfmann e degli agricoltori si sono tutte tramutate, causa i politici presenti, in un inno allo sparo facile, ovviamente silente visto che l’animale è specie protetta, quindi un incitamento al bracconaggio che proviene dalle istituzioni. Di pari passo la norma in discussione in Consiglio provinciale a Trento, e prossimamente presso la Commissione dei 12, che pretende autogestione localista, priva di qualunque riferimento regolamentare, di appoggio su normative internazionali come la Conferenza di Berna o la Convenzione di Washington dell’Onu non porta bene alla nostra autonomia. Ovunque l’autonomia è letta come un privilegio (sbagliando ovviamente).

Queste scelte rafforzano questa lettura. Già abbiamo spaccato in tre un parco nazionale, lo Stelvio (a tre anni dalla norma ancora oggi privo di gestione), già permettiamo la caccia a specie protette come i tetraonidi, le marmotte, gli stambecchi, permettiamo la caccia nei parchi naturali, ora vogliamo l’autorizzazione a impiombare lupi e orsi. Dove sta la qualità, dove sono finite le virtù della nostra autonomia? Ogni passo intrapreso sembra abbia solo una logica: a casa nostra comandiamo noi, di quanto vi è di esterno, degli altri, fauna o persone che siano, non ci interessa nulla: la priorità va data agli affari. Evviva l’autonomia.

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?