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Se serve, i lupi vanno abbattuti

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L a decisione delle due Province autonome di Trento e Bolzano, nei giorni scorsi, di procedere con urgenza all'approvazione di un disegno di legge per poter abbattere i lupi ritenuti problematici, ha riaperto la discussione sul ritorno dei grandi carnivori nelle Alpi e la loro convivenza con l'uomo. 

In Trentino i lupi sono ormai presenti in branchi (il Servizio Foreste ne ha censiti almeno sei), e sono diffusi in varie vallate. Di recente sono arrivati anche in val dei Mocheni e nell'Alta Valsugana, nel comune di Pergine. Senza più alcuna limitazione, il lupo si sta espandendo con estrema rapidità, è ad alta prolificità, e sta penetrando anche in aree impensabili fino ad un paio di anni fa.

L'iniziativa delle due Province viene a colmare un vuoto totale dello Stato, che in vent'anni non è riuscito ad elaborare un Piano del lupo causa la strenua opposizione di associazioni ambientaliste. Ad oggi non esiste alcuna norma che regolamenti la diffusione del lupo e prescriva cosa fare nel caso di pericolosità e di possibili attacchi all'uomo, a seguito del ripetersi di animali sbranati e divorati. La direttiva europea Habitat, introdotta nel 1992 quando il lupo in Nord Europa (non in Italia) era in via di estinzione prevedendone la protezione, non tiene in considerazione alcuna la diffusione rapida ed esponenziale che i grandi carnivori hanno avuto negli ultimi venticinque anni. E comunque tutela la specie, ma non i singoli individui, in particolare se generano conflitti con le attività umane o mettono a rischio la vita dell'uomo. Lo dimostra il fatto che la Francia, Paese europeo, prevede l'abbattimento dei lupi, divenuti ormai un pericolo, dal Delfinato alla Savoia. Per non parlare della Svizzera dove l'uccisione è autorizzata in casi di pericolosità o danneggiamenti all'uomo.

La reazione viscerale, a tratti ammantata di fanatismo, con cui parte dell'opinione pubblica si è scagliata contro la decisione delle due Province, avviando campagne virali online, tanto rumorose quanto irrazionali, pone in rilievo una questione ancor più decisiva della presenza dei lupi, cioè l'idea che abbiamo della montagna e delle sue prospettive future, anche di insediamento delle popolazioni, sottoposte a rischio di abbandono delle Alpi, come è avvenuto tragicamente in altre zone montane del Paese. 

Studi storici sempre più precisi e accurati evidenziano decine e decine di casi di antropofagia dei lupi (specie fanciulli e fanciulle che svolgevano il mestiere di pastori) in Italia fino alla fine dell'800. La documentata ricerca di Cagnolaro, Comincini, Martinoli, Oriani per conto della Società Italiana di Scienze naturali dimostra le uccisioni ripetute di abitanti della montagna da parte dei grandi carnivori. Questo spiega perché, nell'immaginario popolare, la paura atavica del lupo resta fortissima in chi vive in montagna

La trasformazione economica, mediatica e di abitudini di vita avvenuta in maniera repentina dagli anni Settanta in Trentino e in Italia, ha cancellato in certe fasce di opinione pubblica, quelle più urbane e soggette all'immagine stereotipata di matrice disneyana degli animali, il concetto di pericolosità concreta dei lupi. Essendo trascorsi ormai ottant'anni dalla precedente presenza diffusa dei lupi sulle nostre montagne, si è affievolita la consapevolezza reale del carnivoro, sostituita da una raffigurazione che non ha nulla a che vedere con la realtà, in cui il lupo come nei cartoni animati è visto quale «animale buono che incarna i valori positivi della natura contrapposti alla cattiveria della civiltà umana» (vedi ricca e approfondita ricerca di Maria S.Calabrese per l'Università di Trento). 

In realtà il lupo è un animale selvatico estraneo alle categorie di buono e di cattivo. È un carnivoro predatore, da sempre nella storia in competizione e contrasto con l'uomo e il suo insediamento in montagna. Ignorare o minimizzare la questione, o peggio, trasformarla in parodia quasi fosse un fumetto di Lupo Alberto, come certi ambientalisti da salotto o opinionisti/e da città vanno facendo, non aiuta a comprendere la rischiosità della questione, e la necessità di regolamentarla prima che si scateni il panico diffuso e la rabbia degli abitanti della montagna minacciati nel loro vivere quotidiano. 

Oggi non c'è in Trentino e in Italia alcun pericolo di estinzione del lupo. Anzi, il trend demografico è in continua crescita. Occorre disporre di un quadro legislativo certo che consenta il contenimento della specie e l'abbattimento dei soggetti pericolosi, e quanti minacciano gli insediamenti umani e zootecnici presenti. Di fronte al vuoto legislativo e normativo statale, ben venga l'azione delle Autonomie speciali, che andrebbe sostenuta da un consenso politico trasversale, fuori dalle contrapposizioni elettoralistiche, a difesa delle popolazioni di montagna. 

Come dimostra l'esperienza duratura e positiva della caccia selettiva, il contenimento della presenza in eccesso di una specie, rispetto agli equilibri ecologici e all'insediamento umano, attraverso l'abbattimento, costituisce la modalità giusta. Catturare e mettere in gabbia un animale selvatico vuol dire soltanto farlo soffrire, solo per tacitare la coscienza di anime belle che la montagna la conoscono esclusivamente attraverso gli spot di Trentino Marketing e le immagini delle riviste patinate. È meglio l'eliminazione, come ci insegna il resto d'Europa, che farlo morire lentamente dietro le sbarre

Forse è giunto il momento di interrogarsi in profondità su quale è la nostra idea di montagna. È quella di una presunta vagheggiata «wilderness», dove l'uomo si ritira nelle città, nei fondovalle, nella tecnologia, nell'automobile, abbandonando le terre alte alla foresta e al selvatico come nel Medio Evo? O la montagna può essere abitata, vissuta, conservata, tutelata, preservata dallo spopolamento e dal ritorno ovunque del bosco, e dal sopravvento di lupi e sciacalli fino alle propaggini delle città?
È questo il cuore della questione. 

Anni di «disneyzzazione della montagna», di natura umanizzata stile orso Yoghi e Bubu, di stereotipi idealizzati alla Heidi e Peter, hanno devastato l'immaginario reale della natura. La vita in montagna è concepita solo come il sollazzo della Jacuzzi al ritorno dalle piste di sci, con il massaggiatore prima della cena servita poi in costume tipico con lo strudel finale. Non è questa la realtà di chi vive veramente in montagna, la cura e la mantiene dallo sgretolamento, vi alleva gli animali, ne tiene puliti i sentieri e ne falcia i pendii, vi rimane dodici mesi l'anno, quando d'inverno cadono metri di neve e il gelo non dà tregua. Questi hanno diritto di vivere in sicurezza e di poter trarre il sostentamento di vita dal loro lavoro, senza la distruzione continua degli armenti da parte di predaci carnivori, ormai in eccesso sulle nostre montagne. 

Saggezza e buon senso richiedono anche di modificare le norme, se hanno raggiunto il loro scopo. La direttiva Habitat è nata per evitare l'estinzione. L'obiettivo è stato pienamente centrato. Ora si tratta di temperare la rigidità di un provvedimento pensato in altra epoca e in altro contesto. La questione va affrontata con urgenza, perché dopo il lupo c'è l'orso, e poi lo sciacallo dorato anche in Trentino, e i cinghiali che devastano in maniera irreparabile l'ambiente e la biodiversità che contiene. 

La montagna non è un museo. È vita dell'uomo. Sulla civilizzazione delle «terre alte» poggia il concetto stesso di Autonomia, riconosciuto da oltre novecento anni da principi e imperatori perché ha reso vivibili e abitabili le Alpi. Non dobbiamo mai dimenticarlo.

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