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Siamo già fuori dalla Costituzione

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Non sappiamo ancora se nascerà un governo 5Stelle-Lega, o l’ambizione spietata di Luigi Di Maio e la sua fame di potere e di poltrone farà saltare tutto. Quello che si è visto finora, però, come antipasto di un possibile esecutivo giallo-verde, è già lo spettro della bancarotta del Paese e dell’avvento del modello Venezuela, con l’uscita dell’Italia dall’Europa e la fine della democrazia parlamentare, sprofondando in un pauperismo giustizialista che cancella le più basilari garanzie liberali della Repubblica, a tutela di individui e minoranze.

Quanto delineato dal cosiddetto «contratto» è platealmente fuori dalla Costituzione italiana. Viola apertamente gli articoli 1, 67, 68, 81 e 93 della Carta fondamentale. Umilia e scavalca sfacciatamente le prerogative del Presidente della Repubblica e sconfessa i trattati internazionali che i governi e i parlamenti italiani hanno liberamente firmato e ratificato.

Non meraviglia che siano bastate poche indiscrezioni, sparate a casaccio, per far crollare il titolo di borsa del Monte dei Paschi di Siena, far schizzare lo spread a 160, terremotare Piazza Affari a Milano, e scatenare l’entusiasmo di Mosca per l’inizio della distruzione dell’Unione europea, che aprirebbe le porte della Russia al vecchio continente, come già successo in Siria.

Stupisce, di fronte al progetto eversivo della democrazia italiana in atto, il silenzio dei costituzionalisti, così sguaiati e militanti al tempo del referendum; l’arrendevolezza delle élite intellettuali e della classe dirigente del Paese; la fiacchezza dei grandi giornali che si erano mobilitati di fronte ai governi Berlusconi; il vuoto dell’opposizione politica; l’afasia della magistratura e del sindacato, così attivi e schierati nel recente passato.

Resta solo il Presidente della Repubblica Mattarella a porre un argine a tale deriva anticostituzionale, tenendo botta alle pretese dei sedicenti vincitori delle elezioni, ed esigendo con forza il rispetto della Costituzione italiana.

Il «contratto» Di Maio-Salvini, che peraltro ha la stessa validità del contratto firmato da Berlusconi al tavolo di Vespa, cioè giuridicamente e istituzionalmente nessuna, delinea uno scenario sudamericano, fatto di debito pubblico e di violazione unilaterale degli impegni presi, di spesa senza copertura e di declino industriale, con la chiusura del primo polo siderurgico del Paese (l’Ilva di Taranto), la nazionalizzazione delle banche (MPS), la ridiscussione della Lione-Torino (che porterebbe da sola a due miliardi di euro di penali e risarcimenti al governo francese e alle aziende coinvolte), l’avvio di una spirale del deficit che causerebbe nel giro di pochi anni una moltiplicazione insostenibile del debito pubblico, e quindi l’insolvenza dell’Italia.

Carlo Cottarelli, già commissario alla spending review, ha quantificato in 108-125 miliardi il costo immediato delle proposte ventilate dal duo Di Maio-Salvini, senza che sia indicato uno straccio di coperture reali se non la solita tiritera del taglio degli sprechi e dei vitalizi, quantificabili peraltro in poche centinaia di milioni di euro. Del tutto inutili, quindi, a fronteggiare l’esborso. Questo senza nemmeno preoccuparsi di come si farà fronte al tamponamento del buco dei conti pubblici 2018 già in atto (pari a oltre 5 miliardi, lo 0,3% del Pil), e alla raccolta dei 10 miliardi necessari (lo 0,6%) per bloccare l’aumento dell’Iva che scatterà automaticamente in mancanza di coperture.

È evidente la violazione dell’articolo 81 della Costituzione che impone il pareggio di bilancio, a tutela delle generazioni future (già ora caricate di debiti) e della tenuta della nostra economia, che altrimenti finirebbe di nuovo dentro il ciclone della speculazione finanziaria (come già accadde per la Grecia). L’esplosione dei conti pubblici porterebbe ad un tale choc internazionale e dei mercati, che scatenerebbe la fuga degli investitori e dei capitali dall’Italia, specie se si insistesse sulle continue minacce di fuoriuscita dall’euro, che traspaiono evidentemente dal cosiddetto «contratto».

Inquietante per la libertà e la democrazia del nostro Paese sono poi le richieste di inosservanza dell’articolo 67, che prescrive che ogni membro del parlamento rappresenta la nazione (e non il partito di militanza, o il capo di una srl privata come la Casaleggio associati) «esercitando le sue funzioni senza vincolo di mandato». È il baluardo di tutte le democrazie del mondo fin dal 1774 e dal celebre discorso di Burke agli elettori di Bristol, abolito o aggirato solo nelle tirannie e nei regimi autoritari. Spacciandolo come rimedio ai voltagabbana, mette in realtà la mordacchia ai parlamentari eletti dal popolo, violando l’articolo 1 della Costituzione, e riducendo gli eletti a marionette nelle mani del capo di partito o di movimento, e non a servizio dell’interesse generale come prevede la Carta fondamentale. Se viene violato l’articolo 67, viene intaccato anche l’articolo 68 della Costituzione, cioè la garanzia per gli eletti dal popolo di non essere chiamati a rispondere delle proprie idee e delle proprie posizioni. Magari davanti all’associazione Rousseau.

Altrettanto eversivo è il progetto, pericoloso e antidemocratico, di introdurre nel nostro ordinamento giuridico l’«agente provocatore», stimolando la corruzione e creando reati artificiali, come fosse necessario una verifica moralistica sulla capacità di resistere di un soggetto, invece di perseguire i reati. Se calato nel nostro sistema di giustizia, minerebbe alle fondamenta lo Stato di diritto e le garanzie dell’individuo, dando vita ad uno Stato etico-giustizialista.
Già ora di fatto calpestato dal «contratto» Di Maio-Salvini è poi l’articolo 92 della Costituzione che assegna al Capo dello Stato la nomina del presidente del consiglio e, su proposta di questo, i ministri. L’affermazione che il premier sarà solo un «esecutore» degli ordini di Di Maio e di Salvini, e obbedirà a bacchetta ai comandi dei due dioscuri, intacca alle radici l’equilibrio costituzionale ideato dai costituenti, e prefigura uno scontro istituzionale senza precedenti.
La violazione dell’articolo 92 va di pari passo con quella dell’articolo 67, che avviene tutte le volte che si afferma che il deputato non rappresenta la nazione ma è «solo un portavoce», ossia un semplice prestanome del capo dei capi, cioè una società privata non soggetta ad alcun controllo e ad alcuna verifica interna che li manovra. Senza dimenticare l’articolo 93 che prescrive il giuramento del premier e dei ministri «alla fedeltà alla Repubblica e al rispetto della Costituzione nell’interesse esclusivo della nazione». Giuramento già infranto dai propositi espressi dalla nuova diarchia.

Kafkiana, e in piena infrazione dei trattati internazionali e degli accordi sottofirmati, è poi la surreale richiesta alla Banca europea (avanzata e poi ritirata) di cancellare 250 miliardi di debiti fatti dall’Italia. Già che si spara un tanto al chilo, non si capisce perché chiedere solo 250 miliardi e non invece 2.200 miliardi, così da estinguere tutto il debito, scaricandolo sulle spalle non si sa di chi.

I titoli del debito italiano, infatti, come sanno tutti, a parte i due sprovveduti dilettanti allo sbaraglio, sono in gran parte in mano alle banche italiane (che fallirebbero immediatamente, trascinando nel baratro i titolari di conti correnti), e i risparmiatori italiani, che vedrebbero bruciati i loro risparmi di una vita con un solo colpo di penna dei due apprendisti stregoni. Senza pensare che dopo una plateale inadempienza dei patti liberamente assunti, nessuno al mondo sarebbe più disposto a finanziare il debito italiano, con l’inevitabile default (vedi l’Argentina).

Infine, la cancellazione unilaterale dei trattati fatta intravvedere dai due smargiassoni («stiamo facendo la storia»). I trattati, come le alleanze internazionali, sono frutto di precisi accordi firmati dai governi e dai parlamenti italiani della Repubblica. Non si possono prendere «à la carte», ottemperandoli quando si vuole e come si vuole.

Sono comportamenti che minano ogni credibilità dell’Italia e ogni suo peso internazionale, isolandola in Europa e ponendola alla mercè di poteri estranei alla nostra storia repubblicana, in primis l’impero zarista di Vladimir Putin. Che già stappa champagne, anzi spumante.

Allacciamoci le cinture, l’ottovolante è partito. E sembra ormai «La nave dei folli» di Bosch, o quella angosciante del film di Stanley Kramer. Con tutti noi passeggeri in ostaggio.

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