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Ricordare i caduti in divisa austriaca

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La grande festa popolare dell'Adunata degli alpini è alle porte, e le penne nere hanno già cominciato a riempire Trento. Domenica sfileranno per le vie della città alla presenza del Presidente della Repubblica, tra i tricolori sventolanti e migliaia di persone ad assisterli. Sicuramente il Trentino tributerà un caloroso benvenuto agli alpini che giungeranno da tutta Italia. Sarà un'occasione importante di amicizia e d'incontro, ma dovrà essere anche un momento simbolico di pacificazione e di riconciliazione che superi finalmente dopo cento anni le ferite e le divisioni lasciate dalla guerra e dall'annessione forzata all'Italia.

L'Adunata a Trento nell'anniversario del 1918 è stata una sfida rischiosa per la drammaticità che quella data reca impressa nell'anima e nel ricordo di una gran parte di trentini. Più di 11.400 soldati di questa terra morirono nella guerra. La maggior parte di loro caduti indossando la divisa austriaca nelle pianure della Galizia, dimenticati e cancellati dalla nuova patria. Sessantamila trentini combatterono con le insegne di Kaiserjäger e Landesschützen, e quando tornarono dal fronte - chi riuscì a tornare - trovò un nuovo Stato, che li ignorò e li denigrò. Anzi, li relegò in una «damnatio memoriae», che negò la storia, la cultura, i valori di un popolo che per secoli era stato parte di un impero mitteleuropeo, ponte fra Nord e Sud, incontro fra due culture, italiana e tedesca.

Proprio per questo l'Adunata di domenica può essere invece la grande occasione per riunire le «memorie divise», per recuperare la pienezza dell'identità trentina, che è insieme italica e mitteleuropea, irredentista e austriacante. Per trovare finalmente quella «memoria condivisa e pacificata», che in cento anni non si è raggiunto.

Questo gli Alpini lo hanno sicuramente presente. Come lo avrà certo presente il Presidente Sergio Mattarella. Non è l'Adunata del centenario della «Vittoria», perché non ci fu vittoria in Trentino (e forse nemmeno per l'Italia). Né la celebrazione di retoriche nazionaliste e militariste. È una grande festa di popolo, con i tricolori alle finestre perché anche questo è parte della nostra storia, del nostro cammino passato e soprattutto futuro. Ma soprattutto è il tempo propizio per sanare le ferite e le divisioni, che non hanno più ragion d'essere in un'Europa delle regioni e delle minoranze, oltre che degli stati. Tale «diversità» e «specialità» del Trentino è spesso ignorata pure dal resto degli italiani, che non conoscono la nostra storia, e non capiscono quindi la sensibilità e la cultura autonomista che da più di 900 anni ci contraddistingue e ci unisce a tutte le popolazioni alpine, di qua e di là del Brennero.

L'Adunata può essere anche questo: l'avvenimento che fa capire l'anima trentina al resto d'Italia, e fa riconciliare l'Italia al cuore dei trentini. Sarà molto importante ciò che dirà il presidente Mattarella. Ma sarà fondamentale che le autorità politiche e militari facciano memoria dei caduti, di tutti i caduti della guerra, quelli che portavano la divisa sabauda e quelli che invece qui in Trentino sono morti con la divisa austriaca. Purtroppo in questi anni l'esaltazione esasperata di simboli e personaggi in contrapposizione ad altri in un uso politico scellerato della storia, non ha aiutato a far incontrare le «memorie separate». Anzi, nell'ultimo quindicennio si sono accentuate le differenze, con un pericoloso inasprimento di linguaggi ed una strumentalizzazione di figure storiche da Cesare Battisti ad Andreas Hofer, che ha portato al clima attuale.

A chi sventola la bandiera di Andreas Hofer per giustificare una presunta «tirolesità integrale» del Trentino, va ricordato che l'identità di questa terra si è sviluppata dialetticamente in un incontro fra Nord mitteleuropeo e Sud latino ben prima dell'avvento dell'oste della val Passiria, che peraltro dalle nostre parti ebbe un seguito alquanto limitato e circoscritto. E non può essere ridotta al «mito degli Schützen» e all'insurrezione del Tirolo del 1813, dove la presenza dei volontari trentini fu del tutto insignificante. Se Trento è l'ultima città tedesca e la prima italiana, come tutti i viaggiatori da Albrecht Dürer in poi hanno sempre riconosciuto è perché fin dal Medio Evo aveva radici italiane e tedesche. Ai tempi del principe vescovo Johannes Hinderbach nella seconda metà del '400, Trento era bilingue e aveva i suoi quartieri tedeschi (contrada todesca). Le maggiori famiglie nobiliari trentine erano intrecciate con la nobiltà salisburghese, bavarese o boema. Pensiamo solo ai Lodron o ai Thun, per far dei nomi. Che sono stati parte della costruzione della storia europea, avendo il Trentino come culla feconda. Il Clesio portò il Concilio della Chiesa a Trento perché era cerniera fra Impero e Papato, fra mondo germanico e latino. Non certo in nome del Tirolo storico. E Trento e Praga vantano intrecci e radici molto stretti fin dai primi secoli del secondo millennio, come l'Aquila di San Venceslao - simbolo della nostra Autonomia - testimonia.

A chi invece pensa che la Prima guerra mondiale sia stata l'ultima tappa del Risorgimento, segnando la «vittoriosa redenzione» di Trento e Trieste riportate alla madrepatria (come per buona parte del Novecento fu insegnato a scuola), va ricordato che il Trentino non aveva nulla a che fare con il Regno sabaudo, e per la maggior parte dei trentini nel 1918 ci fu l'«annessione» ad un'altra patria, diversa da quella a cui per secoli avevano appartenuto. Va riconosciuto che i nuovi arrivati pretesero di cancellare la storia precedente, di leggerla da vincitori, di occultare le tracce di un'appartenenza profonda che affondava in secoli di comunanza con le altre popolazioni del Tirolo storico. E così esaltarono la guerra e i suoi protagonisti in maniera arbitraria e partigiana.

Apposero lapidi che dividevano i trentini in buoni da menzionare e in cattivi da rimuovere. Celebrarono con abbondanza di retorica le gesta italiche, facendo finta di non sapere che la gran parte dei trentini aveva combattuto dall'altra parte. Riscrissero la storia secondo il mito irredentista, e non sulla base dei fatti. E nel vicino Sudtirolo fu ancor più grave, perché si cercò di sopprimere una cultura, cancellandone la lingua. La storia non va mai letta in maniera unilaterale e piegata a fini di parte. Ecco perché domenica prossima va recuperato il ricordo dei 60.000 Kaiserjäger e Landesschützen inquadrati nel XIV Corpo d'Armata dell'Imperatore. Sapendo anche che la maggior parte delle popolazioni, contadine e valligiane, cento anni fa era austriacante e fedele al cattolico Cecco Beppe, e non alla massonica e liberale Casa Savoia.

Non può essere altresì dimenticato che il Trentino che arrivò alla guerra era anche italiano, irredentista, imbevuto di patriottismo risorgimentale e convinto che solo con l'Italia avrebbe ritrovato le sue radici profonde. Era magari un Trentino minoritario, più rappresentato nella borghesia, nella cultura e nelle arti liberali che fra le file della popolazione. Ma anche quello era Trentino. Domenica sarà una grande giornata per Trento. Oltre ai valori della solidarietà e dell'impegno degli alpini, meritori per l'intero Paese, oltre alla fratellanza che si rimbocca le maniche specie negli eventi tragici, andrà celebrata anche la rappacificazione dei figli di uno stesso popolo che prese parte alla guerra, alcuni su un versante altri sull'altro, in una ricomposizione delle parti che non hanno più ragion d'essere divise. Sarebbe un grande passo avanti per la comunità trentina, ma anche per l'intera comunità italiana ed europea.

p.giovanetti@ladige.it
Twitter: @direttoreladige

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