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Battisti e il suo boia, destini incrociati

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«Relativamente alla curiosità morbosa che eccita questo spettacolo orribile, non furono molte le richieste di biglietti d’invito». Cesare Battisti, direttore del giornale socialista «Il Popolo», così annotava poco prima dell’esecuzione di Florian Grossrubatscher avvenuta la mattina di lunedì 19 novembre 1900 nel cortile del carcere di Rovereto.

«La forca è già pronta - proseguiva - e il boia Ignazio Lang è arrivato sabato sera da Vienna con i suoi aiutanti». In realtà il boia si chiamava Josef Lang, ma ciò non toglie nulla alla cronaca del Battisti. Segnerà invece la sua fine il successivo incontro che lui - deputato austriaco - avrà con lo stesso Lang il 12 luglio 1916, quando il boia, arrivato anche allora da Vienna gli infilerà un cappio al collo come «traditore» dell’Austria nello stesso modo in cui in quel piovigginoso mattino stava per succedere al Grossrubatscher.

Per spiegare l’epilogo di quella triste vicenda è importante tornare al 4 aprile dello stesso anno, quando la signora Lina Bertolasi, coinquilina del professor Giovanni Battista Alton, insigne studioso della lingua ladina e neo-preside del Ginnasio, non avendo visto né lui, né la nipote Maria, si insospettì di quella strana assenza e disponendo della chiave entrò nel loro appartamento al secondo piano di palazzo de Pasquali nel centralissimo Corso Rosmini.

Non appena varcò la porta, alla donna si presentò uno spettacolo terrificante: la ragazza a terra, morta, con uno strofinaccio attorcigliato attorno al collo. In un altro locale il cadavere del professore in una larga chiazza di sangue.

Queste notizie le abbiamo rinvenute all’interno di un corposo dossier che abbiamo scoperto nell’archivio del Tribunale di Rovereto.

Il resoconto contenuto nei verbali è crudo, ma estremamente preciso e denota grande perizia d’indagine da parte degli inquirenti.

Negli atti - ben 172 pagine manoscritte - troviamo tutto ciò che è stato compiuto dal momento dell’omicidio sino a quello dell’esecuzione del reo confesso.

Il giorno successivo - il 5 aprile - arrivò il primo elemento utile alle indagini. Diversi testimoni, infatti, dichiararono di avere incrociato quella la mattina un giovane che chiedeva dove abitasse il professor Alton.

Sulla base della loro descrizione, la Procura di Rovereto mandò immediatamente telegrammi segnaletici a Vienna (dove fino a pochi mesi prima aveva vissuto il professor Alton) e ai porti di Genova, Marsiglia e di Le Havre con l’intento di scongiurare eventuali fughe oltremare dell’assassino. Nel contempo le indagini proseguirono spedite andando a scavare nelle relazioni personali di Giovanni Alton e di sua nipote.

Nelle ore successive, quando sembrava che le indagini si fossero arenate, giunse da Vienna un dispaccio telegrafico in cui si diceva che il professor Alton riceveva frequenti visite da parte di tre soldati Cacciatori di guarnigione nella capitale, suoi compaesani della Val Badia, e che uno dei tre, tale Floriano Grossrubatscher, 26 anni, «ha rubato credibilmente nel maggio 1898 all’assassinato un importo in contanti di fiorini 120 dalla sua abitazione» - aggiungendo che: «il dr. Alton gli perdonò quest’azione, ma ne rese edotti i suoi conoscenti cosicché il Grossrubatscher non trovò più lavoro in patria».

Dopo questa segnalazione, ormai tutte le polizie dell’Impero erano sulle tracce del presunto assassino. Infatti, non passarono molti giorni che il 10 di aprile Florian Grossrubatscher venne arrestato a Bolzano (si veda l’eccezionale foto d’apertura, mai pubblicata finora), dove lavorava come carrettiere presso il Mulino Rössler. Perquisito il suo alloggio, furono rinvenuti fra la sua biancheria due polsini con ricamate le iniziali A. G. (Alton Giovanni) che l’omicida aveva preso da un cassetto in casa Alton per sostituirli con i suoi, inzuppati di sangue.

Dopo il suo arresto, il Grossrubatscher venne tradotto nel carcere di Rovereto. Quando il 10 settembre iniziò il processo, messo alle strette dalle prove schiaccianti a suo carico il giovane confessò di avere premeditato l’omicidio dell’Alton sia per vendetta che per rapina. Dopo tre giorni ininterrotti di udienza, il processo giunse alla conclusione con la condanna a morte del reo confesso. Tuttavia, nonostante le gravissime accuse, il difensore avanzò richiesta di grazia affinché fossero tenute in considerazione alcune attenuanti a favore del condannato riguardanti «la sua negletta educazione, perché a 12 anni venne mandato fuori di casa e a 14 era già ladro».

Due mesi dopo, il 18 novembre, giunse da Vienna la risposta: la domanda di grazia era stata respinta dall’Imperatore e l’esecuzione avrebbe dovuto avere luogo la mattina del giorno successivo.

Su «Il Popolo» di quel pomeriggio (il giornale usciva alle tre pomeridiane), Cesare Battisti fece la cronaca dell’esecuzione. Così si legge fra l’altro: «L’aria è ancor bigia. Piove a dirotto.

Nel cortiletto delle carceri sta disposta a semicerchio una cinquantina di soldati dirimpetto alla forca. Di lì ad un momento, accompagnato dai carcerieri e dal confessore, entra il condannato. All’angolo del cortile dove è la forca v’è il boia coi suoi due aiutanti, vestiti di nero, inguantati, impassibili. Il Grossrubatscher è pallidissimo. Sembra un allucinato».

Infine l’epilogo: «Il Presidente dice in tedesco al boia: signor carnefice compia la sua funzione».

Alla fine di questa triste storia, tornando al fascicolo giudiziale da cui abbiamo tratto gli atti del processo, fra altre notizie, una in particolare ci pare degna di menzione. È la parcella del boia Josef Lang al quale furono liquidate per il suo lavoro 276,42 corone.

Secondo le tabelle di conversione oggi equivarrebbero a circa 1350 euro, una cifra analoga a quanto il Lang, 16 anni dopo, chiese probabilmente per impiccare Cesare Battisti nella Fossa del Castello del Buonconsiglio.

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