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I tormenti dei giovani allievi

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Mi trovo nel bel mezzo di una lettura o di una spiegazione, quando un alunno approfitta di una breve pausa per domandare: «Ma perché gli autori che dobbiamo studiare sono tutti così pessimisti e negativi?».

Nella sua voce vibra una perplessità, se non una protesta e colgo dei cenni di condivisione da parte di alcuni compagni. «Con tutto il rispetto prof - rincara un’altra ancora più sfacciata - sembrano tutti un po’… degli sfigati…».

Nei miei decenni di insegnamento si è verificata più di una volta una scenetta simile, e così su due piedi ho dovuto dare delle risposte, o ci ho provato, perché non è stato semplice e non lo è tuttora, in quanto sono in gioco elementi non solo di natura didattica ma anche filosofica, esistenziale.

È indubbio che il triennio delle Superiori, dove insegno, propone un programma di letteratura in cui sono molto numerose le stazioni dolorose, da farlo sembrava una via crucis.

Da rischiare, per lo meno, di farlo apparire come una via crucis agli adolescenti che devono affrontarlo. Il primo anno va ancora bene, dalla lauda gioiosa di Francesco d’Assisi agli afflati amorosi dei dolcestilnovisti, con Dante e la sua grandiosa rappresentazione in cui bene e male sono avvinti, con il vitalismo del Decameron.

Ma fra la quarta e la quinta, man mano che ci si spinge negli ultimi secoli, predomina sempre più una visione negativa, o quanto meno sofferta e tormentosa della vita, della condizione umana sulla terra.

Non è difficile comprendere che i ragazzi si trovino spiazzati dall’affezione che Foscolo manifesta nei confronti della tomba, o quando dichiara di gradire la sera perché somiglia alla morte.

«A me la sera piace, prof, specialmente il sabato, perché posso uscire e andare a divertirmi» osserva uno studente.
«Ma questo Leopardi, solo fra pessimismo storico o cosmico doveva scegliere? Non poteva pensare a qualcosa di più allegro?» obbietta una sua compagna.

Io cerco di spiegare che il genio di Recanati è un poeta e un uomo di pensiero molto più complesso di come appare nella riduttiva presentazione del libro di testo, al che però un altro studente mi fa notare che lascia pochi dubbi una frase come «in ovile o cuna funesto a chi nasce è il dì natale».

Poi è la volta della catena di lutti toccata a Pascoli, coi tanti versi in cui torna il ricordo dei suoi cari defunti. Quindi arriva la morte in trincea delle poesie di Ungaretti, insieme al male di vivere di Montale. «Il male di vivere nella poesia e nell’erta del Novecento», del resto, è una traccia proposta qualche anno addietro all’Esame di Maturità, con allegati brani appunti di Montale, Ungaretti, Saba, Quasimodo e la riproduzione de «L’urlo» di Munch.

A me l’arduo compito di spiegare ai giovani alunni la frattura fra artista e società apertasi coi «poeti maledetti» e radicalizzata in più filoni novecenteschi. Nietzsche e Freud, la crisi di identità dell’uomo contemporaneo, l’orrore divenuto realtà dei conflitti mondiali.

Un percorso di mesi, attraverso cui cerco di mettere in luce gli aspetti di una generale fine delle certezze, e di mostrare come si tratti di una condizione che in qualche modo ci riguarda tutti, che tocca anche loro, sebbene non sia facile metterla a fuoco, acquistarne consapevolezza.

Forse era o sembrava più semplice qualche decennio fa, quando il conflitto generazionale e poi quello con la società rendeva più comprensibili agli occhi dei giovani certe forme di insoddisfazione e antagonismo, di messa in discussione di princìpi e norme.

I ragazzi di oggi sembrano più disciplinati e mansueti, forse più rassegnati, più inermi di fronte a una generale crisi di valori, di cui subiscono gli effetti, nell’ambito famigliare e sociale, come in rapporto al mondo del lavoro, ma con meno strumenti per comprenderli. Coi miei alunni cerco come sempre di agganciarmi alle loro esperienze di vita, a ciò in cui credo possano identificarsi, e ho buon gioco con certi versi di Montale, come «Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

Per sdrammatizzare cito e commento la celebre battuta di Woody Allen: «Dio è morto, Marx anche e pure io non mi sento troppo bene». Per cercare di andare più a fondo faccio ricorso a un’illuminante frase di Peter Bichsel, quando a proposito della scrittura afferma che «Lo stato d’animo da cui nascono le storie è la tristezza di fronte alla caducità delle cose e della vita».

Cerco di spiegare che l’artista, il poeta, è una persona che ha una sensibilità speciale, un organo che gli permette di cogliere ciò che altri sentono ma non riescono a esprimere. Che una persona sensibile è più delicata e vulnerabile di altre e perciò più esposta al rischio di sofferenza.

Provo a presentare Leopardi come un esploratore nella terra del dolore, che ci può fornire mappe, strumenti, esperienze di cui servirci quando prima o poi ognuno di noi si troverà a doverla attraversare, si spera non troppo a lungo, si auspica per poi riapprodare a momenti di vita felice. Mi resta il dubbio che l’autore di Recanati andrebbe letto e possa essere davvero compreso solo in età adulta, e per questo coi miei alunni mi soffermo di più su «L’Infinito» che su «A Silvia».

Per alleggerire di nuovo il discorso, allo studente che torna a rilevare la negatività ricorrente negli autori che leggiamo ricordo di quando domandarono a Luigi Tenco: «Perché scrivi solo canzoni tristi?», e lui rispose «Perché quando sono allegro esco».

Per fortuna anche i ragazzi riescono a sorprendermi con guizzi di inventiva e di salvifica ironia. Come nel caso di un mio alunno dello scorso anno, che se mi leggesse saluto e ringrazio, che svolgendo il sopraddetto titolo sul male di vivere concluse il tema scrivendo che comunque un aspetto allegro c’è, perché se ripeti tante volte di seguito maledivivere… maledivivere… maledivivere...alla fine ti ritrovi a dire «Maldive», e una vacanza laggiù non sarebbe niente male davvero.

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