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Università gratis, errore clamoroso

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Intervengo a sostegno di quanto rileva il professor Fabio Massacci sull’Adige di domenica scorsa relativamente all’effetto dannoso di una eventuale gratuità delle tasse universitarie.

Egli entra nel merito del danno alla qualità della formazione che deriverebbe da un ulteriore messaggio di parificazione tra studenti più o meno meritevoli e rivendica la necessità che eventuali premi (atti a sostenere economicamente la vita degli studenti durante tutto il percorso universitario e non divisi «democraticamente» in piccoli sostegni inutili) siano devoluti in sostanza solo a chi è capace e realmente dedito alla propria qualificazione.

Porto la mia esperienza di studente, mantenuto al tempo dal presalario che si otteneva solo con merito (e non poco... un 28 era un brutto voto in quanto era necessario circa un punto e mezzo sopra la media che, a medicina, viaggiava sul ventisette).

La quota che ottenevo per il merito era devoluta in massima parte al mio mantenimento presso il collegio universitario e, in parte minore, comunque di rilievo per me, mi veniva consegnata in moneta. Questo permetteva, al di là delle nostre legittime nevrosi da stress, di vivere in un contesto ove l’impegno e la cultura erano comuni tra gli studenti ospiti, i quali provenivano da ogni ceto economico.

L’esperienza indirizzava fortemente alla competizione ed alla formazione e, per quanto ho visto, era sopportata dalla maggioranza degli studenti che continuavano a lottare e crescere fino alla laurea (moto rare le defezioni). Altro punto: la mia professione di psichiatra che si occupa da sempre anche di problematiche evolutive (infantili e soprattutto adolescenziali), mi ha mostrato nei decenni un progressivo aumento della confusione che circola tra genitori ed adulti responsabili sul concetto stesso di educazione: tale confusione compromette fortemente i risultati della crescita personale e relazionali dei minori e degli adulti che derivano da tale crescita.

Riporto quindi una verità scientifica: essa non è mai stata messa un discussione da nessuno che avesse una reale conoscenza dei meccanismi psichici e psico affettivi che regolano la nostra umanità. Premetto che i processi di crescita  dei piccoli umani sono protetti e regolamentati dagli adulti per permettere i rapporti sociali tipici di ogni comunità. Ciò avviene dunque anche (e da una certa età soprattutto) contrastando la naturale volitività-aggressività che caratterizza prepotentemente ogni vivente (non solo umano). Premio e castigo in senso lato, come dimostrazioni di approvazione o disapprovazione da parte del referente adulto verso il minore, sono gli unici mezzi che permettono l’intervento educativo. Con il bambino un po’ meno infante si può (e poi si dovrà sempre) spiegare il perché del premio o del castigo.

Piano piano poi il bambino riuscirà anche a identificarsi, mettersi nei panni dell’altro e questo permetterà un ulteriore passo verso il controllo della propria volitività infantile e verso le responsabilità e le difficili acquisizioni di competenza di cui parla giustamente il professore, docente e dirigente di Ingegneria.

Non si può dunque abdicare al compito educativo relegando i suoi unici strumenti in un limbo confusivo e sotto sotto ammantato di negatività ideologica. Confusione educativa e teorizzazione dell’ideale paritetico, in cui premio e castigo sarebbero solo strumenti ideologicamente definiti come «autoritari» e perciò «negativi a prescindere», sono alla base della progressiva caduta del livello medio delle capacità di autocontrollo e di impegno al sacrificio delle proprie istanze primitive; caduta che sembra in aumento incontrollato nella nostra società e che condiziona fortemente difficoltà di crescita personale, intolleranza e aggressività nelle relazioni, alla fine chiusura in un mondo per sempre infantile di giochi e rapporti solo virtuali.

I genitori devono sapere che dare segni di premio e castigo e spiegarne il perché ai propri figli  è il loro compito principale, dopo quello di garantire la loro prima sopravvivenza fisica. Non serve molto altro per la loro autonomia e la loro realizzazione, nella coscienza per genitori e figli che comunque esistono diversità nelle capacità e che non tutti possono pretendere identica realizzazione, ma nella certezza di avere fatto, tutti, il meglio possibile.

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