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Il mangiar sano e l'agricoltura

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Il professor Andrea Segrè ha avviato una interessante discussione in merito alla salute delle persone che si basa su due pilastri fondamentali: stile di vita ed alimentazione. Ci sono ormai studi ed indagini che hanno dimostrato, in maniera incontrovertibile, che alcune patologie sono dovute ad un ambiente inquinato e ad una alimentazione che è dominata dai messaggi pubblicitari e quindi canalizzata ad un consumo più industriale che casalingo.
Questa riflessione è sempre più accettata da una parte rilevante dell’opinione pubblica, ma poco o nulla si fa davvero per costruire una seria educazione alimentare, se non proporre ogni giorno una dieta diversa.

Possiamo partire da un esempio ben noto per i nostri bambini: la merendina pubblicizzata su tutti i canali televisivi è più apprezzata della classica mela o di un altro frutto. Il mangiar sano comincia in famiglia e a scuola, ma non c’è ancora, salvo lodevoli eccezioni, un percorso per aiutare le famiglie e le scuole a far diventare la corretta alimentazione un atto quotidiano e normale. L’educazione alimentare deve partire anche nelle mense, considerando che stiamo educando al gusto ed al valore del cibo. Mangiare diventa quindi una parte dell’educazione e quindi non può essere valutato solo da un punto di vista economico.

Con questa nuova impostazione, diventa fondamentale il ruolo dell’agricoltura, della cultura contadina, dei saperi e delle tradizioni legate al nostro territorio alpino.
E chi può trasmettere questi valori, il rispetto del cibo, l’importanza della terra e dell’acqua, il lavoro, la fatica se non chi se ne occupa quotidianamente? Se vogliamo fare un’educazione alimentare corretta dobbiamo partire dall’origine dei prodotti e quindi dalle aziende agricole. Questo ruolo di educatore è affidato a una figura che da sempre ha avuto un ruolo fondamentale nell’azienda agricola: la donna.

Un tempo, nel contesto familiare, valorizzava e trasmetteva saperi, mentre ora si presenta in forma moderna come imprenditrice, con le fattorie didattiche, gli agriturismi e i laboratori di trasformazione artigianale, svolgendo lo stesso ruolo e diffondendo queste conoscenze. La sfida per il futuro è quindi quella di contaminare nuove generazioni con la semplicità e la ricchezza dei prodotti e della cucina contadina, latte, uova, ortaggi, frutta, carne e tutti i prodotti trasformati che ne derivano, tipicità culturali delle nostre valli alpine.

Quando pensiamo ai piatti tipici della nostra tradizione ci dobbiamo ricordare la loro origine, essendo allora fondamentale valorizzarne ogni singola parte e evitarne ogni spreco. Adesso si torna a parlare di questo problema in maniera nuova e dinamica.
Un’antica sapienza diventa nuovamente attuale e quindi prima di volgere lo sguardo verso luoghi lontani od esotici si dovrebbe guardare meglio nelle credenza delle nostre case e alla stagionalità delle produzioni nelle nostre campagne.

Sono una miniera che va nuovamente valorizzata per rispondere alla domanda di una corretta alimentazione. Gli agricoltori sono pronti, culturalmente e professionalmente, ad assumere questo ruolo di guardiani della tradizione alimentare alpina e del territorio che ne permette la produzione. Però ad un patto: al mondo agricolo viene chiesto un grande impegno, ma lo può reggere solo se una buona remunerazione del lavoro giustifica la presenza dell’uomo nelle campagne e soprattutto in montagna. Anche di questo si parlerà nel corso dell’assemblea della Cia del Trentino che si terrà domani, sabato 3 febbraio, presso la cantina di Mezzocorona.

La giusta remunerazione aiuta il cambio generazionale che perpetua la coltivazione della montagna, mantiene la tradizione e le eccellenze del nostro territorio. L’agricoltura è ridiventata attrattiva, ma non è sufficiente aiutare un giovane a dar vita ad un’azienda agricola, se poi non ci sono le condizioni economiche per resistere e crescere.
È davvero ora di voltare pagina e riconoscere al comparto agricolo la centralità del suo ruolo nella società odierna.

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