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I giovani ignorati dalla politica

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In questi giorni sono apparsi vari approfondimenti circa i possibili comportamenti dei giovani nelle prossime elezioni. Tali analisi evidenziano una tendenza ad astenersi semplicemente dal votare, una sorta di «fate voi, tanto comunque noi non contiamo».

Si tratta di un atteggiamento che io personalmente capisco e, per certi versi, mi ci potrei anche identificare. Sono già intervenuto in passato sul rapporto generazionale (vedi l’Adige dello scorso 19 maggio), ma forse giova ritornare su alcune considerazioni già espresse.
In Italia, più che in altri paesi europei, si sta assistendo ad una crescente spaccatura generazionale, dovuta a vari motivi. Innanzitutto una conseguenza di decisioni normative prese negli ultimi 20-25 anni, che hanno diviso la società in due.

Ci sono coloro che sono tutelati da una normativa diciamo molto generosa: si pensi ad esempio al fatto che il pensionato che percepisce una pensione retributiva, calcolata sugli ultimi stipendi percepiti e non sui contributi versati, riceve circa il 30% in più di ciò che ha versato nella sua vita lavorativa.

Poi ci sono coloro che, invece, sono soggetti ad una normativa sensibilmente differente. Quando, dai sindacati alla politica, si cavalca la bandiera de «i diritti acquisiti non si toccano», vuol dire che nell’ideale distribuzione dei diritti, la coperta si sposta completamente a favore di coloro che sono già di per sé i più tutelati. La cosa riguarda non solo il trattamento pensionistico, bensì anche molti contratti privati: provate a confrontare il contratto di un bancario prossimo alla pensione con quello di un bancario neo assunto. O il trattamento economico di un professore universitario vicino alla pensione, con il mio e con il trattamento riservato a chi entra ora in accademia. Questo è il primo punto.

Il secondo motivo, in parte causa del primo, è un andamento demografico dell’Italia preoccupante ed i dati apparsi in questi giorni, anche relativi al piccolo Trentino, sono inquietanti: si nasce sempre meno e molti nuovi nati non sono italiani, in quanto figli di immigrati. Se da un lato, proseguendo così, avremo un paese vuoto, vivremo nel frattempo in un paese in forte tensione sociale e finanziaria, con un sistema di welfare che sarà sempre meno sostenibile, in quanto i soggetti produttivi, e quindi in grado di sostenere la spesa pubblica con la fiscalità, saranno sempre meno e con redditi sempre minori. Se consideriamo poi l’assenza di mobilità sociale, il cosiddetto ascensore sociale, i giovani di oggi sono sempre meno portati a creare una famiglia e mettere al mondo figli.

La causa non è l’egoismo, è solo paura del futuro, incertezza e dubbio di mettere al mondo persone prive di futuro, o con un futuro assolutamente incerto. Le ricerche infatti (si veda ad esempio Alessandro Rosina su La Voce dello scorso 12 dicembre) mostrano che nel nostro paese i figli desiderati sono molti di più di quelli che poi effettivamente si mettono al mondo. Forse conta anche che, se si è presi a organizzare e cercare di mettere insieme più contratti per arrivare a un reddito minino, semplicemente non si hanno tempo ed energie emotive per pensare ad un impegno così totalizzante come avere un figlio. Il tutto aggravato da un sistema di servizi, dai più evoluti, come i sistemi di conciliazione lavoro-famiglia, ai più basici, come gli orari di apertura dell’ufficio postale per ritirare l’odiosa raccomandata, non tengono minimamente conto delle esigenze famigliari.

Va bene il bonus di 80 euro deciso negli anni scorsi, ma se manca tutto il resto, non serve assolutamente a nulla. Al di là degli slogan (forse qualcuno ricorda ancora con raccapriccio il «fertility-day»), le istituzioni su questo sono assenti: quando si fa qualcosa è perché c’è un imprenditore o un’imprenditrice di visione, che si attrezza autonomamente, trovandosi anche i bastoni tra le ruote da parte della pubblica amministrazione.

Il terzo motivo, anche questo collegato, è molto semplice: per quanto detto sopra, i giovani sono sempre meno e quindi contano poco, pochissimo. E qui si crea il corto circuito politico. Una politica priva di visione, direi priva di valori, deve seguire il consenso di breve e prendere i voti per salire sulla giostra, e questi voti non vengono dai giovani. Ecco quindi le promesse elettorali volte non a dare prospettiva ai giovani, ma a coccolare gli anziani, che sono quelli che votano. Gli slogan, talvolta beceri, di una certa politica, non derivano da ignoranza, ma da semplici considerazioni di marketing, dato che vanno prevalentemente ad intercettare un elettorato anziano, timoroso di perdere ciò che ha conquistato (anche se in parte gli è stato regalato da chi è venuto dopo) e quindi «dagli al diverso», sempre e comunque.
I giovani vengono chiamati in causa dalla politica spesso solo in collegamento a problemi: la droga, lo sballo, la disoccupazione, il branco. Ma poco si fa per intercettarne i valori, che ci sono e sono importanti, dal volontariato alla voglia di partecipazione, che si esprime con modalità e approcci diversi rispetto alla partecipazione delle generazioni precedenti, e quindi non capita, anzi temuta dai politici.

A questo punto, cosa dovrebbe fare il giovane? Guardiamo anche il dibattito locale sui candidati per le politiche, che nasconde in parte quello relativo alle amministrative, con dinamiche che mi sembrano sostanzialmente simili. I nomi che girano non sono espressione di un disegno, di una prospettiva, ma sono figli della perpetuazione di una classe politica e di potere che è inchiodata da trent’anni sugli stessi nomi, non se ne viene fuori. Non mi permetto di fare alcuna valutazione sulle persone, ma perché i millennials dovrebbero votare un Malossini, eletto presidente della Provincia esattamente trenta anni fa ed entrato in consiglio provinciale nel 1978, quaranta anni fa, quando il presidente Usa era Jimmy Carter e quello dell’Unione Sovietica (sì, si chiamava ancora così), Leonid Breznev? Perché dovrebbero eleggere un Dellai, eletto sindaco di Trento nel 1990 e da allora quotidianamente sui giornali? È vero, i sindaci cosiddetti civici lo considerano l’unica vera novità di questa tornata elettorale, magari lo è effettivamente, ma dubito che il messaggio passi a coloro che per la prima volta possono votare e che le uniche margherite le hanno viste nei prati.

Diciamo che sono candidati che devono tranquillizzare l’elettore mediano, assecondando le pulsioni di coloro in grado di garantire l’elezione e non in grado di presentare un progetto e di dare una prospettiva al futuro, in Italia e in Trentino. Non dico nel mondo, perché i giovani la loro prospettiva nel mondo se la vanno a cercare, con una conseguente perdita di risorse per il nostro paese.
Secondo me la società e la politica, locale e nazionale, stanno letteralmente giocando con il fuoco. Il problema non è tanto quello di fare scelte politiche che spostano l’attenzione su una classe sociale piuttosto che su un’altra (questo sarebbe almeno basato su una decisione, su un pensiero), ma quello di ignorare, o quasi, deliberatamente il futuro del paese per biechi motivi di consenso di breve termine. Questo è a mio avviso gravissimo.

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Michele Andreaus

Professore ordinario di Economia aziendale presso l’Università di Trento