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Autonomie speciali: la terza via

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Il dibattito politico italiano soffre molto di attitudine «domestica». Dovremmo invece alzare lo sguardo dal nostro ombelico verso ciò che succede quanto meno in Europa. E allora noteremmo fenomeni di ben altra portata rispetto a quelli che assorbono l’attenzione quotidiana dei leader politici e dei media italiani. Sta accadendo che una intera impalcatura istituzionale e democratica scricchiola sotto il peso dei cambiamenti epocali del nostro tempo.

La crisi degli Stati Nazionali è evidente. Essi hanno davanti solamente una prospettiva per ritrovare la propria legittimazione.
Da un lato cedere sovranità all’Europa, senza se e senza ma, se vogliono concorrere a governare i processi globali.

Dall’altro, cedere sovranità ai territori, con coraggio e coerenza, se vogliono ricomporre il rapporto «sentimentale» oltre che materiale con i propri cittadini spaesati e impauriti.
È solamente su questo sentiero che si può pensare e praticare la «terza via» tra indipendentismo e nazionalismo statalista, che sono due facce della stessa medaglia: quella della crisi della politica e della sua sapienza istituzionale.

Tra statalismo e separatismo l’unica alternativa democratica praticabile e’ quella di una nuova concezione della sovranità: anzi, potremmo dire, quella del superamento del concetto di sovranità come ci deriva dalla storia dell’otto e novecento in favore di una idea di interdipendenza e di autonomie intrecciate e condivise.

Gli scricchiolii che si avvertono da più parti in Europa dovrebbero farci riflettere in questo senso. Ma i segnali non sono incoraggianti. Personalmente, ad esempio, credo che il Governo di Madrid si sia mosso con pericolosa approssimazione e miopia: per questo, pur vedendo i tratti evidenti della loro indole all’avventura, non posso che essere solidale con i legittimi rappresentanti della Comunità Autonoma Catalana oggi sottoposti addirittura a misure di limitazione della libertà che fanno pensare al peggio.

Ed è sinceramente sconcertante che l’Unione Europea sia silente e guardi da un’altra parte.
C’è una esperienza in Italia che può essere un importante laboratorio per costruire questa «terza via».
Sono le nostre Autonomie a Statuto Speciale. Invece che sottoporle ad una inaudita e pregiudiziale polemica (copiosa ormai da anni da parte di molta classe politica e di quasi tutti i salotti del potere mediatico) esse andrebbero guardate come un esempio di come si possono affrontare fasi delicate come quella che stiamo vivendo. Sappiamo bene che non sempre e non ovunque esse sono state all’altezza delle aspirazioni, dei sogni e dei valori espressi dai Padri Fondatori. E tuttavia marcano un sentiero che dobbiamo rilanciare.

Mi è capitato di leggere in questi giorni un recentissimo saggio dei professori Gianmario Demuro e Robert Louvin, nel quale ripropongono la testimonianza culturale, morale e politica di due grandi Padri dell’Autonomismo: Emile Chanoux ed Emilio Lussu.

Due personaggi molto diversi, che scrissero pagine di straordinario valore e di enorme attualità a proposito di Valle d’Aosta e di Sardegna ma che erano uniti nella comune visione di un autonomismo integrale, inteso come unica via per la costruzione di uno Stato veramente democratico, che vale molto anche per noi.

Lo stesso spirito si coglie leggendo la Dichiarazione dei Rappresentanti delle popolazioni alpine, del 1943, più nota come Carta di Chivasso.
Questa visione, che richiama le concezioni cristiano sociali mitteleuropee sulle quali si era formato Alcide Degasperi, offre una prospettiva della scommessa autonomista non solo freddamente istituzionale, ma anche sociale. Afferma cioè il primato della persona, della comunità, delle formazioni sociali attraverso le quali si esprime una democrazia che non voglia diventare vuota di valori e disconnessa dal suo popolo.

Temi questi di grande e stringente attualità. Che ci offrono l’opportunità di una difesa della nostra Autonomia non solo in chiave locale.
Forse sarebbe bene che il centro sinistra autonomista riscoprisse anche in queste radici uno dei fondamenti della propria rigenerazione.

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