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Legge elettorale: il ruolo di Mattarella

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L’unica cosa su cui fa chiarezza la legge elettorale approvata giovedì sera alla Camera in attesa del voto definitivo al Senato è che il protagonista della prossima legislatura, king maker e lord protettore dei governi, sarà il Presidente della Repubblica, non gli elettori né i partiti.

Il «Rosatellum» infatti, legge voluta da Sergio Mattarella per uniformare i due sistemi elettorali di Camera e Senato e per favorire maggioranze di governo dopo il voto, l’unica possibile in questo Parlamento a pochi mesi dalle elezioni, la sola in grado di riscattare l’assemblea legislativa dall’umiliazione di andare alle urne con un testo dettato e redatto dalla Corte costituzionale, pone al centro istituzionale del prossimo Parlamento il Capo dello Stato.

Non potendo garantire governi e tanto meno governi forti, dovendo muoversi dentro il contesto proporzionale deciso da venti milioni di italiani  a dicembre, la nuova legge elettorale al massimo favorirà un po’ (nemmeno tanto) la nascita di coalizioni.

Che è sicuramente meglio di niente, cioè del niente con cui si sarebbe andati a votare usando il Consultellum, di fatto un proporzionale volto a premiare i singoli partiti più che gli schieramenti.

Sempre che la legge passi anche al Senato, decretando la fine della legislatura, verrà assegnato agli elettori il compito di definire il peso elettorale dei singoli partiti o schieramenti, e di eleggere o ratificare i parlamentari. Poi la composizione dei governi, la loro nascita, guidati da chi e con quali orizzonti di navigazione, lo deciderà il Presidente della Repubblica (come in tutte le fasi di debolezza della politica). Lo si è già visto in azione col Rosatellum, coperto dal punto di vista costituzionale preventivo - e consentito nell’uso della fiducia - dalla regia di Sergio Mattarella.

Già si intravede quella che sarà la linea guida del Quirinale nella prossima legislatura, con la ricerca di maggioranze il più possibile larghe e trasversali, come è stato fatto per la legge Rosatellum. Infatti il nuovo testo approvato alla Camera nasce con una maggioranza che è la più larga che mai si è registrato dal 1948 ad oggi per una legge elettorale. A favore si è espresso il 60% dei parlamentari, che diventa il 63% se si considerano i presenti in aula.

Da De Gasperi in avanti non ci sono mai state leggi elettorali supportate da un così ampio consenso elettorale. Che poi questo voglia dire che la legge funzioni, è tutto da vedere. Che questo significhi che è una buona legge è altrettanto lasciato ai posteri per l’ardua sentenza. Sicuramente era l’unica possibile oggi con queste camere, dopo che a giugno i CinqueStelle hanno bruciato l’occasione della loro vita, che era l’approvazione del Tedeschellum, e paradossalmente si sono incartati proprio impuntandosi sui collegi della nostra regione. Fa ridere ora che, dopo aver fatto cadere il sistema elettorale che poteva dare loro importanti chance di governo, ora i grillini urlino al golpe (sarebbero il settimo da agosto, con un ritmo di colpi di stato ogni dieci giorni che nemmeno il generale Pappalardo o il più attivo dei colonnelli sudamericani sarebbe in grado di reggere).

È semplicemente una legge che ha un terzo dei seggi eletti da collegi, quindi in modo maggioritario, e due terzi in maniera proporzionale con listini plurinominali corti. Di certo non è la migliore legge elettorale al mondo, né quella più funzionale a dare vita ad una democrazia robusta, con alternanza di governi scelti dai cittadini prima del voto e giudicati al termine della legislatura. Non permetterà all’Italia di avere un governo forte per giocare partite importanti in Europa, anche di riforma della Ue. Ma questo non lo può fare nessuna legge elettorale se persiste il proporzionale, con la presenza di due camere diverse per la fiducia, che hanno elettorati diversi, e la frammentazione di partiti deboli e non premiati nello sforzo di tessere alleanze.

Se quindi sarà il Capo dello Stato il dominus della diciottesima legislatura della Repubblica (sperando riesca a districare la matassa del dopo elezioni e confidando che gli italiani non gli complichino il compito disperdendo voti), se sarà lui a decidere i governi come in Francia, e saranno tutti «governi del Presidente» (a meno che un partito da solo superi il 40% dei voti, cosa assai improbabile), allora la domanda da porsi è se non sia arrivato il tempo per trasformare tale ruolo in una scelta degli elettori. Ovverosia, se non sia giunto il momento anche per l’Italia di passare al sistema istituzionale della Quinta Repubblica francese, assegnando agli elettori la scelta del Capo dello Stato e non più ai partiti e ai parlamentari.

Questo lasciando distinte le elezioni del Parlamento da quelle del Presidente della Repubblica, ma consacrando l’inquilino del Quirinale col voto popolare, rendendo così più trasparente la sua designazione. E soprattutto rendendo aperto al dibattito precedente alle elezioni presidenziali il confronto e il giudizio nell’opinione pubblica del Paese non solo sui candidati al Quirinale, ma sul loro pensiero politico, la visione che hanno, i tipi di governo che andranno a formare. Altrimenti i poveri elettori italiani finiscono per non contare proprio nulla.

Chi decide è il presidente, ma viene scelto dai parlamentari. Alle politiche si può solo votare un partito e affidarsi poi alla Provvidenza per la linea politica dell’esecutivo che uscirà dopo, visto che al momento sarà una delega in bianco.

Si tratterebbe, in sostanza, di restituire lo scettro al Principe, che è il popolo sovrano, nella scelta dei governi, dei loro programmi, del premier e quindi dell’agenda politica della legislatura. Visto anche che la prossima campagna elettorale sarà ovviamente sul niente, dato che nessuno parlerà di programmi poiché nessuno saprà insieme a chi potrà governare, e di conseguenza quale linea avrà l’esecutivo.
Per arrivare a questo probabilmente si dovrà passare dalla palude del prossimo Parlamento e dalla inconcludenza di mesi e mesi di trattative, che forse renderanno chiaro agli italiani che una democrazia forte richiede governi forti, che abbiano la possibilità di decidere e di rispondere delle loro azioni agli elettori, che abbiano voce dove si prendono le decisioni che ci riguardano, cioè in Europa.

Chissà che da un male non possa nascere un bene, e che da questo ruolo centrale del Presidente della Repubblica non possa maturare la convinzione negli italiani che forse è bene «democratizzare» tale ruolo, rendendolo eletto direttamente dal popolo.

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