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La Catalogna, il Trentino, Mentana e l'autonomia

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Ci hanno pensato la Spagna e la Catalogna, travolte in queste settimane da un insanguinato scontro indipendentista che rischia di finir male per entrambe, a dare la risposta più concreta al qualunquismo ignorante di Enrico Mentana e dei superficialotti che disquisiscono di autonomia, anche nell’Università di Trento, senza sapere di cosa parlano. Il conflitto che rischia di scardinare la Spagna intera e di fare uscire la Catalogna dall’Europa, minacciando impoverimento e declino per quel popolo, è nato perché - a differenza del Trentino Alto Adige - non hanno l’Autonomia. Quanto sta avvenendo a Barcellona sarebbe la situazione della nostra regione se non ci fosse l’Autonomia, la stessa che altri popoli d’Europa - dai Paesi Baschi all’Irlanda del Nord, all’ex Jugoslavia - hanno sofferto sulla propria pelle pagandone il prezzo col sangue.

Se la popolazione sudtirolese, nella sua stragrande maggioranza attraverso la Volkspartei ha rinunciato all’indipendenza e alla secessione, è perché l’autodeterminazione del gruppo tedesco e ladino trova concretizzazione nell’Autonomia, come ha ripetuto a questo giornale il Landeshauptmann di Bolzano Kompatscher. Se non vi fosse l’Autonomia avremo probabilmente le bombe sotto i tralicci, l’immediato intervento alle Nazioni Unite dell’Austria, e gli sparuti secessionisti che oggi si ritroveranno al Brennero capitanati da Eva Klotz al grido «Ein Tirol», sarebbero fiumane, se non un popolo intero.
La convivenza pacifica di tre gruppi etnici - italiani, tedeschi e ladini - su uno stesso territorio, a differenza di quanto avviene fra israeliani e palestinesi e in mille altri casi nel mondo, è possibile ed è strumento di crescita politica, sociale ed economica grazie all’Autonomia.
Se l’Italia o i trentini si dimenticano di questo, lo fanno a proprio rischio e pericolo.

È questa la prima ragione che rende l’Autonomia oggi indispensabile e irreversibile, finché esisteranno tre gruppi etnici diversi o finché si vorrà dare a tale convivenza una soluzione pacifica e non armata, con l’esercito schierato e la polizia coi manganelli per soffocare ogni pretesa di autodeterminazione. Del resto tale principio consacrato non solo dai trattati internazionali ma dalla Costituzione italiana, facendo propria la visione lungimirante di De Gasperi e Gruber, è stato reso effettivo in maniera compiuta nel secondo Statuto.

Chi in Trentino dimentica che la popolazione trentina fa parte di questo «quadro» di pacificazione, non si rende conto che ciò è frutto di un millennio di condivisione della stessa storia con le popolazioni sudtirolesi, è garanzia per il gruppo italiano dell’Alto Adige di non venir assimilato ed è strumento privilegiato di comprensione e dialogo fra i sudtirolesi di Bolzano e gli italiani di Roma e del resto del Paese. È cioè uno «status» e un compito preciso, che va incarnato quotidianamente, nella politica e nella società, di certo non spellandosi le mani per applaudire i farneticanti luoghi comuni di un guru alla moda che non s’informa prima di aprir bocca. Chissà cosa avranno pensato i nostri cugini sudtirolesi nel vedere tale triste e scoraggiante spettacolo, che non fa altro che confermare il pregiudizio di inaffidabilità che a nord di Salorno si nutre - a questo punto con buone ragioni - anche verso i trentini.

Se in Italia si ritiene che l’Autonomia del Trentino Alto Adige sia inutile o non abbia più senso, si devono mettere nel conto le conseguenze, come avrebbe dovuto fare Madrid nei confronti di Barcellona, prima che i catalani (o la minoranza organizzata che ne ha guidato la rivolta) decidessero di stracciare la Costituzione e imbracciare la bandiera dell’indipendenza, per quanto illegale essa sia.
C’è una seconda ragione che sfugge al populismo un tanto al chilo di Mentana, frutto probabilmente di ignoranza personale, peraltro ingiustificabile se si è pagati dalla Provincia per intervenire sul tema. Quando afferma che «l’Autonomia è un concetto che non esiste, che non si spiega» ignora che da mille anni è riconosciuta da imperatori e re al Land im Gebirge, alle terre alte fra la piana bavarese e quella padana, come strumento di autogoverno dei territori di montagna, come libertà e franchigia in cambio della tenuta del patrimonio comune montano altrimenti destinato all’abbandono e allo spopolamento, come uso civico di beni collettivi, a cominciare da quelli boschivi e agricolo-montani.

È uno «status» consacrato da «patti di comunità», che affondano agli anni successivi al Mille, quando dopo secoli di abbandono dei territori alti alla foresta impenetrabile, gli imperatori concessero prerogative di autonomia in cambio della cura e della tenuta della montagna, gestendo comunitariamente i bisogni collettivi della popolazione.
Tale fondamento è alla base in Trentino delle magnifiche comunità di valle dal 1111, degli statuti di autonomia e delle carte di regola, riaffermato per i territori comuni di Trento Bressanone e Innsbruck dal Landlibell nel 1500, ammesso perfino dal centralismo degli Asburgo all’epoca dell’assolutismo attribuendo l’autonomia ai territori del Tirolo fino al Garda.

Un millennio di storia e di Autonomia riconosciuto dallo Stato italiano e inserito nella Costituzione. Lo stesso principio che ha dato vita ai cantoni svizzeri, secondo le stesse modalità e la medesima genesi (convivenza secolare di gruppi linguistici diversi, e autogestione collettiva della montagna) che hanno caratterizzato dall’anno Mille in poi le nostre vallate.
Oggi si può anche decidere di cancellare ciò che in mille anni di storia ha permesso alla montagna del Trentino Alto Adige e del Tirolo (oltre che della Svizzera), di essere coltivata, vissuta e fatta progredire, a differenza della montagna italiana delle vallate del Piemonte o dell’Appennino, prive di quella storia e abbandonate dallo stato italiano. Non si può dire, però che l’Autonomia non esiste, o è stata una parentesi provvisoria. Provvisorio è stato solo il centralismo nazionalista e autoritario del fascismo. L’Autonomia da un millennio è patrimonio vissuto e difeso dalle popolazioni fra Kufstein e Borghetto. Se poi si dimostra che lo stato centralista da Roma riesce a governare meglio e in maniera meno costosa le vallate trentine, allora ben venga lo Stato nazionale. Ma finora, a parità di costi (vedi il Mezzogiorno d’Italia), non pare.

Infine un terzo argomento «di fatto» di fronte allo slogan «l’autonomia a tutti, perché siamo tutti uguali», con la battuta «che differenza c’è fra un ragazzo di Rovereto e uno di Verona». Che è come dire: che differenza c’è fra un ragazzo di Barcellona e uno di Madrid, uno di Belfast e uno di Londra, uno di Sarajevo o di Belgrado, con buona pace della storia, della cultura, delle lingue, dell’identità e delle radici potenti che stanno pericolosamente aprendo faglie profonde nell’Europa intera di fronte al venir meno delle ragioni degli stati nazionali dentro una più universale Unione europea.

Non siamo tutti uguali anche nel gestire l’autonomia, come dimostra l’esperienza italiana. La Sicilia ha ricevuto e riceve risorse superiori a quelle riconosciute al Trentino Alto Adige, per svolgere infinitamente meno competenze e con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Questo perché l’autonomia non basta averla, bisogna anche saperla gestire.

La sanità in Italia è affidata alle autonomie regionali: quelle che spendono di più sono quelle che vantano i risultati peggiori. Perché la sanità, come ogni altra competenza, bisogna essere capaci di gestirla, altrimenti si fa peggio dello Stato (che arriva a  commissariare).
Prova ulteriore ne è che dal 2001, cioè da sedici anni, la Costituzione italiana prevede che le regioni - tutte, comprese Veneto e Lombardia - si possano assumere competenze autonome, basta volerlo e dimostrare di saperlo fare. Nessuna regione ha avanzato la richiesta, compreso le nostre due confinanti che hanno indetto un referendum per fare ciò che potrebbero già fare da anni e non hanno fatto. Chissà come mai?

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