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Barcellona: giovani che uccidono giovani

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Dopo l’ennesima strage dell’Isis a Barcellona, una cosa fra le tante sgomenta più di tutte: la giovane età degli attentatori. Ragazzi di 17, 18, 22, 24 anni, imbevuti di odio e di vuoto esistenziale, che ricercano la morte per sé e per gli altri come senso del proprio vivere. Giovani che uccidono altri giovani della stessa età, in un impeto disperato di follia e dissoluzione, senza alcun credo alle spalle se non un nichilismo cieco, privo di valori e di prospettive, con l’unica volontà di distruggere la gioia e la spensieratezza degli altri, di seminare dolore e terrore.

Non c’è nessun sentimento religioso a muovere tali stragi, nessun desiderio di costruire un mondo nuovo: solo risentimento, marginalizzazione, frustrazione che trovano nel fondamentalismo islamico una ragione per andare avanti. Per vivere, o meglio per morire.

È una generazione cancellata dall’odio, affascinata dalla violenza, irretita dai cattivi maestri che riempiono il loro sradicamento di radicalismo salafita, in una sorta di islamizzazione della loro deriva antagonista e disfattista.

Per questo fa ancora più male la morte innocente di quanti celebravano la vita in uno spensierato pomeriggio d’estate per le ramblas della Catalogna. Bambini, ragazzi, fidanzati, famigliole in vacanza che esprimevano la libertà e la gioia dello stare insieme, nella speranza del domani.

Non basterà la sconfitta militare del califfato per fermare questi giovani musulmani di seconda o terza generazione, che sono nelle nostre città, hanno frequentato le nostre scuole, fianco a fianco con i nostri ragazzi. Va contrastata l’ideologia che li sorregge e che negli anni delle guerre e delle invasioni in Medio Oriente si è diffusa paurosamente dall’Afghanistan al NordAfrica, dall’Asia centrale al Sahel.

Se da un lato va preso atto che quella in corso non è una guerra fra Occidente e Islam, fra musulmani e cristiani, e il risentimento non è della stragrande maggioranza degli islamici europei che invece puntano a inserirsi e a convivere pacificamente, dall’altro va intensificato ogni sforzo di integrazione, di coinvolgimento culturale, di inserimento della comunità musulmana dentro la vita delle nostre città e dei nostri paesi.

All’assenza di ideali e di principi solidi che spesso loro vedono nel nostro vivere e imputano alla nostra civiltà, vanno contrapposti invece valori profondi di libertà, comunità, democrazia, solidarietà, partecipazione. Non va fatto l’errore tragico di rispondere all’odio con l’odio, all’estremismo con estremismo, al risentimento con altro risentimento in una catena senza fine che può portare soltanto alla distruzione della casa comune europea. Non si deve nemmeno arretrare nel professare con convinzione le ragioni forti che stanno alla base dell’Europa, della nostra cultura dell’accoglienza e della libertà, della sicurezza e del rispetto della vita e dell’altro, della distinzione fra politica e religione, fra reato e peccato.

La lotta al jihadismo, prima ancora che militare e di intelligence, è culturale. E di questo dobbiamo essere noi europei i primi a farcene convinti, vivendo e testimoniando nella quotidianità le radici di «libertè, fraternitè, egualitè» riaffermate dalla stagione dell’illuminismo e della ragione, che affondano nella millenaria cultura giudaico-cristiana, nella filosofia greca, nel diritto romano, e che sono alla base del nostro vivere civile e comunitario.

Un secondo aspetto che i fatti di Barcellona evidenziano è la volontà persistente del terrorismo islamico, dei suoi cattivi maestri ispiratori, di contrastare qualunque forma di integrazione musulmana in Europa, qualunque collaborazione fra paesi europei e Maghreb, fra Spagna e Marocco, Algeria, Mauritania. Occorre impedire ogni contaminazione fra la «purezza» islamica e l’occidente. Il turismo è l’emblema di tale incontro pacifico fra culture, che aiuta a far crescere anche economicamente l’altra sponda del Mediterraneo, che migliora le condizioni di vita di popolazioni che vogliono emanciparsi.

Per questo va distrutto ed estirpato, uccidendo e versando sangue innocente. Proprio la collaborazione fra paesi, fra la Spagna e il Nord Africa, fra le forze di polizia impegnate congiuntamente in operazioni di antiterrorismo, è vista come fumo negli occhi per i miliziani del califfato e le centrali terroristiche. La vera risposta da dare a tali attacchi criminali è pertanto proprio quella di intensificare la collaborazione fra stati, all’interno dell’Unione europea innanzitutto, fra paesi membri, fra intelligence e forze di polizia. Ma anche fra Europa e Maghreb, fra Italia, Spagna, Francia e la Libia, il Marocco, la Tunisia, l’Algeria. Il fronte europeo deve essere unito e sempre più integrato, in un sistema di difesa comune, ma anche di polizia e di investigazioni, mettendo in rete le conoscenze e i data base di cui ciascun stato dispone, abbandonando una volta per tutte gelosie, primogeniture e presunzioni di autosufficienza.

La battaglia contro lo jihadismo, che non si concluderà purtroppo con la fine del califfato (comunque indispensabile), durerà a lungo e richiederà uno sforzo congiunto e continuo di tutti gli stati sul fronte della prevenzione, che poi è l’unica strada per poter scongiurare nuovi attentati, o attenuarne il numero e gli effetti. Non basta piangere i morti il giorno dopo la strage, ma occorre accelerare nell’integrazione dei mezzi di contrasto. E su questo l’Europa è ancora troppo latitante, troppo divisa, troppo autoreferenziale e incapace di fare il salto di qualità.

Infine, un terzo elemento di riflessione dopo la strage della Rambla investe il nostro Paese, finora rimasto immune da attacchi terroristici. Anche da noi, come in tutta Europa, come in tutto l’Occidente, l’allerta è alta, e il rischio di attentati non si può escludere. Va riconosciuto, però, anche se noi italiani siamo abituati a vedere sempre e solo il negativo di noi stessi, che forse il sistema di sicurezza nazionale si sta rivelando migliore di altri. Non perché siamo i più bravi, ma perché siamo abituati ormai da decenni ad essere radicati sul territorio nel combattere il terrorismo, la mafia, la criminalità organizzata. Le capacità dell’intelligence di mettere immediatamente in condivisione le segnalazioni raccolte e le informative su elementi pericolosi, finora si sono dimostrate efficaci.

Così pure le espulsioni per motivi di sicurezza, quasi raddoppiate rispetto allo scorso anno, e dal 2015 ormai arrivate ad un totale di 200. Come ha ricordato il ministro degli Interni Minniti sono triplicati i controlli sui veicoli e sospetti, e sono aumentati i foreign fighters, i combattenti stranieri, finiti sotto osservazione (110 nel 2016) e arrestati. A questo si aggiunge la presenza dell’esercito a presidio di aree sensibili e le più stringenti direttive di ordine pubblico introdotte in caso di eventi di massa.

Una volta tanto possiamo essere orgogliosi del nostro Paese, e sostenere con convinzione tale lavoro fondamentale delle forze dell’ordine.

Il terrorismo si potrà vincere solo insieme, uniti nel combatterlo e convinti delle profonde ragioni di libertà e di pacifica convivenza che stanno alla base della nostra civiltà, e che hanno bisogno di essere continuamente alimentate e vivificate.

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