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La montagna vive se vi vive l'uomo

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La questione della montagna vissuta si ripropone sotto diverse forme ogni volta che si verificano calamità naturali o si generano conflitti fra portatori di interesse legati a visioni contrapposte, sovente inconciliabili.
L’ambiente naturale e il territorio sono gli elementi di confronto/ scontro fra le diverse posizioni, soprattutto in rapporto al ruolo delle attività umane.

Alcuni turisti alla ricerca dell’incontaminato o taluni ambientalisti estremi vorrebbero una montagna governata dalle sole leggi della natura e sottoposta alla regola del «non agire» da parte dell’uomo, percepito in funzione di garante della pura naturalità.
Da un’angolazione diametralmente opposta, invece, si vorrebbero eliminare tutti i vincoli dando libero sfogo alla volontà di potenza della tecnica.
Montagna idealizzata da una parte, montagna sfruttata senza limiti dall’altra.

Con tutta evidenza si tratta di posizioni che si fondano su rappresentazioni disancorate dalla realtà dinamica delle cose e dal principio di responsabilità. Tali posizioni non prendono in esame le conseguenze di scelte dettate da ideologie ascientifiche o da profitti immediati, lontani da un concreto buon senso pratico. La crisi ambientale crescente ha posto la politica di fronte a due alternative apparentemente senza vie d’uscita: i limiti dello sviluppo da un lato e la crescita illimitata dall’altro. Come si può trovare un punto di equilibrio?

Nessuno possiede ricette magiche e risolutive, verità assolute inattaccabili al riparo dal conflitto delle opinioni. Prospettare scenari di futuro dove l’inselvatichimento e la rinaturalizzazione dei territori la facciano da padroni significa rendere la montagna invivibile per l’uomo trasformandola in un deserto verde. L’avanzata del bosco e la crescita esponenziale degli animali selvatici in generale - e dei grandi predatori in particolare - rischia di rendere impraticabile un’economia basata sull’allevamento del bestiame e sull’agricoltura eroica di montagna. Allora diventa pura retorica caldeggiare il ritorno dei giovani alla vita lavorativa in montagna in contrasto agli abbandoni del passato e, contemporaneamente, enunciare il principio del «lasciar fare la natura», spesso dentro l’orizzonte rassicurante di discussioni salottiere a sfondo ideologico. La rappresentazione della montagna da parte del montanaro difficilmente può coincidere con quella di chi frequenta per pochi giorni il territorio montano.

Ciò a causa di retroterra culturali estremamente lontani. Vivere mentalmente una situazione non è la stessa cosa del viverla materialmente. In un libriccino dal provocatorio titolo: «Uccidere Heidi per salvare la montagna» scritto dal compianto Sergio Reolon, già presidente della dolomitica Provincia di Belluno, veniva posta la questione di come è rappresentata la montagna a seconda delle tipologie umane. C’è il «non montanaro» che crede di esserlo, il «montanaro scompaginato» che ha perduto il legame con il territorio, il «montanaro localista» che vorrebbe chiudersi in una dimensione ripiegata su se stessa e, infine, il «montanaro civicus» aperto e consapevole del proprio ruolo. Quest’ultimo tipo di montanaro dovrebbe superare la contrapposizione fra la montagna reale e la montagna ideale. Il «mito di Heidi», come ci ricorda Reolon, non ha aiutato la montagna. Al contrario, l’ha uccisa consegnandola a visioni puriste e dematerializzate. E allora, che cos’è la montagna reale? Non è (e non deve essere) un deserto verde dove il paesaggio culturale viene soffocato dall’avanzata della vegetazione infestante o trasformato in un giardino zoologico.

Ma neppure una «disneyland» consumistica ridotta a solo spazio ludico. La montagna deve essere, invece, uno «spazio di vita» per gli uomini che la abitano e luogo della biodiversità per le piante e gli animali che la popolano, ma sempre entro i limiti della «capacità di carico» del territorio (concetto mutuato dall’ecologia scientifica e non ideologica). La difesa della varietà delle specie deve essere la ricchezza da salvaguardare, come correttamente ha scritto sull’Adige Luigi Spagnolli. Anche per questo la montagna abbandonata dall’uomo è un serio problema. Basta osservare il degrado che regna in quasi tutto l’Appennino ed in molte aree delle Alpi italiane, dove le pratiche dell’autogoverno da parte delle comunità non hanno avuto applicazione.

Le ricerche condotte dal Censis e dal Cer (Centro Europa Ricerche), in collaborazione con Tsm e pubblicate nell’anno 2016, ci informano che, nell’ambito della montagna italiana, soltanto il Sudtirolo/Alto Adige, il Trentino e la Valle d’Aosta sono riusciti a fermare lo spopolamento della montagna ed a garantire una qualità di vita accettabile nelle terre alte, assicurando equilibrio fra attività umane, ambiente e paesaggio. Le condizioni fondamentali per mantenere la vivibilità nelle terre alte sono rappresentate principalmente da tre fattori: sanità, scuola e trasporti.

Proprio in riferimento al tema della sanità, nel giugno scorso, si è tenuto a Cogne (Val d’Aosta) un importante convegno di approfondimento sulla medicina di montagna, organizzato dall’assessorato regionale e rivolto a esperti e operatori della sanità dei territori montani delle Alpi italiane e degli Appennini. L’obiettivo era quello di pervenire alla stesura della «Carta di Cogne» dedicata alla salute, alla sicurezza ed all’accoglienza nelle regioni di montagna. Su tale evento, al quale ho partecipato in veste di coordinatore del gruppo di lavoro «Focus Montagna accogliente» e che ha coinvolto anche operatori sanitari trentini, ritornerò in un mio prossimo articolo.

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