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Imprese: il Trentino ha bisogno di qualità

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Nelle scorse settimane sono stati presentati vari progetti imprenditoriali molto interessanti, che danno atto di una crescente vivacità imprenditoriale del Trentino. Si tratta di progetti che in parte muovono da diverse visioni e strategie, ma che muovono da un territorio che si cerca di valorizzare, seppure con strategie e visioni differenti. Mi preme qui richiamarne tre, per vari motivi.

Affascinante il progetto Lorenzo Delladio e de La Sportiva di acquistare gli impianti di Passo Rolle, per smantellarli e creare una vasta area outdoor volta a catturare una fascia di turisti sempre più ampia che, per varie ragioni, sta abbandonando lo sci tradizionale, per dedicarsi ad altre attività all’aria aperta. Molte volte si è parlato di nuovi modelli di business nel settore turistico, ora un imprenditore finalmente ci prova e quindi l’esperimento va seguito con particolare attenzione.

I timori degli operatori turistici della zona penso vadano superati in quanto, se posso essere brutale, peggio di così a San Martino e al Rolle non penso possa andare, nonostante siano una delle località più belle e affascinanti dell’intero arco alpino.

Forse, più che preoccuparsi, un sano esame di coscienza andrebbe fatto, in quanto se la situazione ora è questa, è evidente che non si tratta di mera sfortuna, ma di una serie di errori imprenditoriali, politici, di beghe di paese. Qui si potrebbe anche vedere l’effetto positivo della crisi, dove arrivati al punto di non ritorno si individuano modelli nuovi, questa volta grazie ad un intervento esterno di un imprenditore.

Interessante poi il fatto che il progetto parte dal basso, da un imprenditore che, con coraggio e visione, parte con un suo progetto, volto a creare valore non solo per la propria azienda, ma per una comunità il cui appeal turistico, nel senso tradizionale del termine, è infinitamente inferiore alle potenzialità delle Pale di San Martino.

Non è detto che questa sia l’unica prospettiva futura del turismo trentino. Le dinamiche del Superski Dolomiti e di alcune stazioni «ski-total» sono altre e possono reggere, intercettando quella fascia di mercato. In Trentino però non può esserci solo questo modello e non è possibile pensare di sostenere stazioni vivacchianti o clinicamente morte, solo perché non si ha il coraggio di giocare un’altra partita, che sia il Rolle, il Bondone, da anni animato dal dibattito vuoto funivia sì-funivia no, confondendo strategia con l’eventuale strumento per realizzarla, o la Panarotta e altre stazioni minori, ma non per questo meno ricche di fascino.

A pochi chilometri di distanza da Ziano, headquartier de La Sportiva, c’è il pastificio Felicetti. L’amministratore delegato Riccardo da anni gira l’Italia e il mondo per promuovere la qualità, della pasta e del cibo italiano in generale e del pastificio Felicetti in particolare. Felicetti è ormai uno dei brand di quella qualità italiana che spesso il sistema paese non è in grado di valorizzare adeguatamente, e lo si trova in tutto il mondo.

Il colpo di genio di questa azienda è stato quello di riuscire a legare un prodotto che, a prima vista, nulla c’entra con il Trentino (qui non si produce tanto frumento), con l’immagine di purezza e qualità che comunque promana dalle Dolomiti e dal Trentino. Ecco quindi che l’ingrediente vincente della pasta Felicetti non è solo il frumento, ma è soprattutto l’acqua e l’aria delle Dolomiti.

Ora Felicetti ha in corso investimenti importanti, che rafforzano le radici territoriali dell’azienda, perché la qualità e la capacità di proporla al meglio sul mercato paga, crea valore e crea occupazione.

Infine la stampa ha dato ampio risalto al calcio d’inizio della costruzione della cittadella dei piccoli frutti a Pergine. Qui il modello è invece quello della quantità, dato che la cooperativa Sant’Orsola punta a diventare il principale player nazionale nella commercializzazione dei piccoli frutti, con un raddoppio del liquidato ed un consistente aumento dei territori coltivati, anche fuori regione.

In parte si dichiara quindi un parziale abbandono del radicamento territoriale, dato che il terreno coltivato in zona più di così, difficilmente può dare e quindi si rende necessario importare piccoli frutti dal sud Italia, una volta risolte le criticità in essere, e probabilmente anche da altri paesi europei. Tra l’altro ritengo che un serio esame sull’effettiva sostenibilità dei piccoli frutti vada fatta, sia da un punto di vista paesaggistico (ettari di teli di nylon, con una perdita di quel valore ambientale che genera attrattività turistica) e sia per le tecniche di coltivazione, soprattutto per quanto riguarda le fragole.

Forse i conti staranno in piedi (peraltro non ho mai visto un business plan evidenziare criticità di sorta), ma in ogni caso l’operazione presenta a mio avviso non pochi margini di rischio. Innanzitutto il gestire grandi quantità obbliga a mettersi su un mercato dove il prezzo lo fa il mercato stesso.

Inoltre sarà sempre più necessario riuscire a far fronte ad una produzione che non sempre è pianificabile nelle quantità ed è esposta ai tipici rischi della produzione agricola, ai quali aggiungerei anche la terribile drosophila suzukii, che sta mettendo in ginocchio parecchi coltivatori non solo nella zona d’origine di Sant’Orsola.

Poi, a differenza di altre cittadelle nate dalla medesima mente, qui l’attività principale non è di trasformazione, creando quindi una catena del valore più lunga ed in grado di generare maggiore valore sull’intera catena e quindi anche una maggiore capacità di gestire criticità, ma prevalentemente di commercializzazione, dove si comprano e si vendono piccoli frutti, con una marginalità chiaramente minore.

In altri termini è come se la cantina di Mezzocorona comprasse uva e vendesse uva anziché vino. Senza aggiungere l’interrogativo di cosa fare degli attuali capannoni della cooperativa (quello principale e quello di Susà) che occupano spazio e che domani risulteranno probabilmente vuoti ed inutilizzati, nonché difficilmente vendibili.

Non lo so, forse sbaglio, ma sono sempre più convinto che nei prossimi anni il Trentino dovrà sempre più abbandonare schemi di pensiero, di visione imprenditoriale, sociali e politici che già ora sono stantii. Bisogna osare, lavorare con la fantasia, lasciare spazio ai progetti che nascono dal basso e che hanno una loro sostenibilità economica e sociale intrinseca. La «comfort zone» che da anni ci viene continuamente proposta temo sia finita. Nella migliore delle ipotesi potrebbe comunque non essere l’unica e comunque, prima ce ne rendiamo conto, prima saremo in grado di giocare la vera partita che può riguardare un ambito piccolo e prezioso come il Trentino.

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Michele Andreaus

Professore ordinario di Economia aziendale presso l’Università di Trento