Salta al contenuto principale

Tedesco, «difesa» dell'autonomia

Tempo di lettura: 
3 minuti 57 secondi

Prendo spunto dall’articolo di Federica Ricci Garotti per esplicitare alcune mie riflessioni sulla relazione ambivalente che unisce Trentini e Sudtirolesi. Anch’io mi considero un trentino d’adozione e, proprio grazie alla distanza percettiva che aiuta a focalizzare i problemi con maggiore nitidezza, avverto il rischio che si nasconde dietro un’omologazione delle giovani generazioni trentine al modello culturale dominante nel resto delle regioni italiane. Come afferma l’autrice dell’articolo, troppi giovani trentini non percepiscono più la diversità consistente nell’appartenere ad una provincia autonoma nel cuore delle Alpi. Naturalmente, la diversità va vista come un valore inclusivo e non escludente e, quindi, come una modalità che arricchisce l’essere cittadini del mondo inseriti in una società aperta.

Sono profondamente convinto che, per meglio conoscere altri orizzonti, occorra conoscere bene il proprio orizzonte, ossia il proprio territorio con la sua geografia e la sua storia. Senza questa forma di consapevolezza si è destinati a subire quelle «sindromi da spaesamento» che sono all’origine di un malessere diffuso nella nostra società «a-topica», senza luoghi di riferimento che parlino alla ragione ed al cuore.

Il disagio psichico e sociale che alberga nelle periferie urbano/metropolitane - vedansi le «banlieu» delle grandi città francesi - è spesso all’origine di un «cupio dissolvi» e di un «cupio dissolvere» (auto ed etero-distruzione). Non bisogna confondere il localismo con il senso del luogo ed il mondialismo con il senso del mondo. Oggi, con l’uso esasperato delle nuove tecnologie digitali, si è «dovunque e da nessuna parte». Difficile sarà elaborare il lutto della perdita dei propri mancati riferimenti familiari e domestici se la scuola non riuscirà ad iniettare elementi di conoscenza dei territori. Che i giovani trentini sentano maggiori assonanze nei confronti dei coetanei di altre regioni italiane rispetto ai loro compagni sudtirolesi non aiuta alla corretta presa di coscienza di far parte di una regione contraddistinta da una storia differente rispetto alle altre regioni.

Ciò che i nazionalismi otto-novecenteschi hanno imposto con la propaganda e la forza fisica ha, paradossalmente, inciso di meno rispetto alle modalità subdole e sub-liminari dell’attuale livellamento culturale. Il percepire la lingua tedesca come retaggio vecchio rispetto all’inglese simbolo del nuovo è indice di provincialismo strapaesano. Anche nelle regioni del nord-ovest italiano la stessa cosa è accaduta con la lingua francese. In Piemonte e nel Ponente ligure tutti sapevano il francese.

A scuola, per quelli della mia generazione, non ci si poneva neppure lontanamente il problema della scelta. Tali considerazioni non escludono, ovviamente, l’apprendimento dell’attuale lingua dominante inglese, seppur de-territorializzata. Anche in Valle d’Aosta, dove il francese è lingua ufficiale della Regione accanto all’italiano, da qualche anno qualcuno si chiede se abbia senso insistere sulla lingua storica o non sia meglio potenziare l’insegnamento dell’inglese. Richiamando un altro passaggio dell’articolo di Federica Ricci Garotti, la rappresentazione in chiave folcloristica delle comunità storiche alloglotte (come preferisco chiamarle invece che «minoranze») non giova certamente ad esaltarne il valore culturale, etnografico e sociale. E allora ritorno anch’io a pormi la domanda: come faranno gli amministratori trentini di domani (i giovanissimi di oggi) a difendere questa autonomia la quale, se non viene messa in relazione con quella sudtirolese, farà molta fatica ad essere compresa dagli altri «Italiani»?

La linguista germanista firmataria dell’articolo accenna anche alla scarsa sensibilità della sinistra trentina nei confronti della lezione federalista di Carlo Cattaneo. Non bisogna dimenticare, in proposito, che gli orientamenti ideologici alle origini della Rivoluzione francese erano due. Quello federalista dei Girondini e quello centralistico nazionalista dei Giacobini, l’ultimo dei quali ha avuto la meglio condizionando i movimenti socialisti europei otto-novecenteschi. Carlo Cattaneo sceglierà il Cantone Ticino quale dimora più consona alle sue idee: una Repubblica di cultura e lingua italiana federata all’interno della Confederazione Elvetica. Le sinistre francesi ed italiane enfatizzeranno, invece, il modello giacobino incentrato sulla nozione di «Repubblica una e indivisibile». Il «caso Battisti» - in Trentino - ne costituisce un’indiscutibile conferma ponendo le premesse, anche se non volute, per il nascente nazionalismo antidemocratico ed antisocialista.

Non è casuale che i rigurgiti di ultranazionalismo lepenista in Francia non abbiano interessato, come si evince dalla disaggregazione dei dati elettorali recenti, i Dipartimenti/Regioni affacciati alla costa atlantica. Proprio laddove, quasi tre secoli fa, l’orientamento girondino anticentralista aveva la sua culla intorno all’estuario della Gironda e della Loira. Che lezione trarre da tutto ciò? Molto semplice: senza diversità non vi può essere identità, anche per una terra come quella trentina che rappresenta un’identità-ponte fra mondo italiano e mondo tedesco.
Assimilarla alle altre regioni d’Italia sarebbe la fine dell’autonomia speciale, con buona pace di coloro che ancora si ostinano a parlare di «Triveneto». Una definizione, quest’ultima, del tutto inadeguata e destinata a fiaccare la specificità trentino-sudtirolese.

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?