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Il sindacato torni a fare il suo mestiere

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La difesa della propria parrocchia o del proprio orticello in Italia è quasi un dovere civico. Fortunatamente quella di Paolo Cagol, componente della segreteria della Fim-Cisl, lascia trasparire che a sostegno delle proprie tesi ci sono anche impegno e convincimento personale.

Il riferimento alla posizione del M5s, forse non ben conosciuta, merita però  qualche precisazione. Non è chiaro se quando si scrive che i «neo ideologi» non hanno la benché minima idea di come si eserciti la democrazia rappresentativa nei luoghi di lavoro il riferimento sia al MoVimento. Su questo tema Paolo Cagol può stare tranquillo dato che la discussione sta avvenendo con la collaborazione, tra gli altri, di un ex dirigente Fiom con 44 anni di militanza.

Anche sulle proposte c’è bisogno di qualche rassicurazione. Nessuno vuole tornare alla Prima Rivoluzione industriale anche se forse qualche scelta del recente passato fatta dai e con i «governi concertanti» (la totale deregulation sulle apertura degli esercizi commerciali, i contratti «a fregature crescenti», l’impiego incontrollato dei voucher e molto altro) anziché verso la Quarta ci ha riportato verso la Seconda, senza bisogno dell’intervento del M5s e senza che sindacati e sindacalisti se ne rendessero conto.

Il M5s chiede innanzitutto che i sindacati tornino a fare il loro lavoro. È un dato innegabile che oggi i loro bilanci e le loro strutture si reggono sulla serie infinita di prestazioni e servizi (dichiarazioni varie, assistenza, formazione) che l’ente pubblico ha improvvidamente delegato loro e che hanno reso meno importante acquisire e mantenere il consenso dei lavoratori.

Addirittura nelle crisi aziendali sono anche le organizzazioni dei sindacati che partecipano, assieme a quelle datoriali, al banchetto con cui si spartiscono le risorse per la riqualificazione dei lavoratori. Tutto ciò deve finire. Il sindacato deve vivere «con i soldi che gli danno i lavoratori che vuole rappresentare». In questo modo sarà condizionabile e dovrà rispondere del proprio operato solo al lavoratore che dimostrerà la propria fiducia attraverso il pagamento e il rinnovo dell’iscrizione annuale.

Anche le modalità di rappresentanza vanno messe in discussione. Devono essere i lavoratori direttamente interessati a scegliere liberi e senza vincoli (come quelli imposti dall’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori) da chi vogliono essere rappresentati. Deve finire il giochetto dei «sindacati maggiormente rappresentativi» (magari tra i pensionati) e quello dei «comparti» che raggruppano categorie diverse. Attraverso quest’ultimo meccanismo quando si discute dei lavoratori di una categoria specifica non conta la rappresentatività effettiva ma quella annacquata nell’intero comparto.

Sindacati di fatto sconfessati dai lavoratori possono sedere al tavolo e condizionare le trattative solo perché rappresentano qualcun altro appartentente formalmente allo stesso «comparto» ma il cui contratto non è quello in discussione.
Da ultimo, il M5s non vuole abolire i sindacati. Ma vuole abolire il consociativismo. I sindacati rappresentano i lavoratori e lo scopo della loro esistenza non è quella di accordarsi con i datori di lavoro per poi far digerire la cicuta a chi dovevano difendere. I sindacati devono portare avanti con tutti i mezzi a disposizione le istanze dei lavoratori, anche se sgradite alla controparte o magari, ai loro politici di riferimento.

Questi i temi principali attorno ai quali si sta sviluppando la discussione, con l’obiettivo di far tornare i sindacati a svolgere la funzione per la quale sono nati e di cui qualcuno, dai tempi di Dickens a oggi, si è scordato.

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