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I 5 stelle contro i lavoratori

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«La presenza e l’incidenza del lavoratore nella governance della propria impresa va disintermediata». Così si legge nella traccia di programma sul lavoro del Movimento 5 Stelle pubblicata il 10 aprile sul sito beppegrillo.it.

E continua: «Difendere il lavoratore significa anche promuovere forme nuove di democrazia e partecipazione sui luoghi di produzione, tagliando al tempo stesso i vecchi privilegi e le incrostazioni di potere del sindacato tradizionale». Sono rimasto davvero molto impressionato nel leggere il commento del consigliere provinciale del M5S Filippo Degasperi alla bozza di programma, pubblicata sull’Adige.

Secondo l’esponente politico «il Movimento 5 Stelle non vuole abolire i sindacati. Ma vuole abolire il consociativismo. I sindacati rappresentano i lavoratori e lo scopo della loro esistenza non è quella di accordarsi con i datori di lavoro per poi far digerire la cicuta a chi dovevano difendere. I sindacati devono portare avanti con tutti i mezzi a disposizione le istanze dei lavoratori, anche se sgradite alla controparte o magari, ai loro politici di riferimento».

Con tutto il rispetto per un programma ancora in evoluzione e per il dibattito interno al M5S, mi sembra proprio che si stia facendo il gioco delle tre carte.

Provo a spiegarmi. All’imprenditore ostile al sindacato si lascia intendere che obiettivo del gruppo politico è quello di togliere ruolo e potere alle confederazioni nei luoghi di lavoro. Al lavoratore che ha perduto il posto di lavoro si spiega invece che per il M5S la colpa è comunque del sindacato, che avrebbe «svenduto» gli interessi dei rappresentati.

Si possono avere diverse opinioni su entrambe le affermazioni - ed io personalmente le trovo ambedue per nulla convincenti -, ma trovo inspiegabile il tentativo di inserirle in un quadro di coerenza. O meglio, è inspiegabile da un punto di vista logico. È fin troppo spiegabile invece se l’obiettivo è quello di dar voce a tutti i rancori che animano la nostra società, cambiando inclinazione dello specchio a seconda dei contesti e delle opportunità.

Un modo di operare che permette di sommare varie porzioni di consenso nell’immediato, ma che dubito sia sostenibile alla prova dei fatti. Ciò detto, penso sia comunque opportuno provare a prendere sul serio la proposta contenuta nella bozza di programma ufficiale del M5S, relativa alla partecipazione dei lavoratori nelle imprese. Si tratta di una pratica conosciuta in molti paesi europei (Austria e Germania tra tutti), ma in Italia attuata solo parzialmente, nonostante quanto affermato all’articolo 46 della nostra Costituzione, secondo cui «ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende».

Ricordo che l’obiettivo della partecipazione è contenuto nel Documento unitario nazionale di Cgil, Cisl e Uil «Un moderno sistema di relazioni industriali» del gennaio 2016, così come nel disegno di legge d’iniziativa popolare della Cgil, la «Carta dei diritti universali del lavoro», c’è un capitolo specificamente dedicato alla partecipazione dei lavoratori alle decisioni e ai risultati delle imprese.

Di che cosa si tratta? Di strutturare forme di coinvolgimento dei lavoratori nella vita delle aziende: nell’organizzazione del lavoro, nella compartecipazione ai risultati economici, nelle scelte strategiche dell’impresa. Con la convinzione che proprio nell’attuale contesto di cambiamento tecnologico e dei mercati, il coinvolgimento di chi lavora nell’impresa possa rispondere non solo ad una istanza di democrazia, ma sia un fattore decisivo per la stessa competitività delle imprese. Stiamo provando da qualche tempo anche in Trentino a realizzare accordi sperimentali che vadano verso questa direzione. È stato raggiunta una intesa pilota alla segheria della Magnifica di Fiemme, in quadro però di diffusa ostilità da parte delle associazioni imprenditoriali locali.

Ma c’è un punto da chiarire, anche alla luce delle esperienze europee. La partecipazione dei lavoratori, anche quando avviene in forma diretta, deve comunque poter poggiarsi sul riconoscimento del ruolo del sindacato dentro e fuori dall’azienda. In caso contrario vien da pensare che chi oggi invece la sta proponendo con frasi ambigue e in contrapposizione al sindacato, si possa rivelare l’autentico distributore della cicuta.

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