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Patt imploso, politica impantanata

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Manca un anno e mezzo alle elezioni provinciali del 2018, ma in Trentino il quadro politico sembra già fermo, impantanato in attesa di capire i nuovi rapporti di forza. A meno di quattro anni dalle primarie del centrosinistra autonomista che hanno consacrato la vittoria di Ugo Rossi e hanno lanciato il Patt come partito baricentro della coalizione provinciale, lo scenario è profondamente cambiato. Le ambizioni del partito autonomista, trascinato anche nei voti dal candidato presidente, hanno dovuto ben presto fare i conti con i limiti strutturali del partito, e la debolezza dello stesso Ugo Rossi nello svolgere il ruolo di perno della coalizione, facendo da traino amalgama e sintesi delle diverse e composite anime che la compongono.

Già scarso in origine di classe dirigente, fiacco di elaborazione strategica e visione complessiva, portato più ai posti di sottogoverno che a leadership politiche forti, il Patt ha mostrato via via delle fragilità di fondo, che alla prova delle responsabilità istituzionali ad alto livello lo hanno fatto implodere. La limitata cultura governativa e di coalizione di una parte importante della base è risultata evidente non solo al congresso dello scorso anno, dove un quarto degli iscritti ha votato in sostanza contro Ugo Rossi e le scelte della maggioranza, ma soprattutto nelle scissioni che si sono realizzate cammin facendo, tutte puntate a contestare la linea del governo provinciale, guidato da un esponente delle Stelle Alpine. C'è stata l'uscita movimentata dell'onorevole Mauro Ottobre, il quale sta organizzando un contro-partito autonomista che ha in odio l'attuale classe dirigente del Patt in particolare il segretario Panizza, seguita da quella di Walter Kaswalder.

Formalmente quella di Kaswalder è stata un'espulsione, ma frutto di un atteggiamento di opposizione netta e frontale al partito. Poi le ribellioni di intere sezioni come quella di Mori che hanno fatto comunella con gli anarchici e i CinqueStelle nella vicenda vallo-tomo. Questi sono solo alcuni degli indicatori di una base irrequieta e ostile alle scelte di governo provinciali, ratificate da tanto di congressi. Basti pensare alla piattaforma congressuale di Giuseppe Corona, lo sfidante di Panizza, sostenitore del referendum sull'autodeterminazione dei trentini con il possibile distacco dall'Italia, il quale contestava al presidente Rossi di portare avanti un programma di coalizione e non invece un progetto integrale autonomista. O le posizioni filo-centrodestra di personaggi di spicco del passato come Carlo Andreotti, Franco Tretter, Giacomo Bezzi, tutti già ai vertici del partito e delle istituzioni, contrarissimi al progetto di centrosinistra autonomista. O all'opposizione di personaggi folkloristici come Caterina Dominici, e via dicendo.

Ad una fetta della base che nutre nostalgie passatiste, si aggiungono pezzi di classe dirigente dalle ambizioni sfrenate, ma dall'inconsistenza etico-culturale prima che politica, come ad esempio l'ex capogruppo Lorenzo Baratter. La vergognosa vicenda del voto di scambio, diventata uno scandalo di dimensioni nazionali, è indice dell'inadeguatezza istituzionale anche delle nuove leve del Patt, e rende improponibile e non credibile lo stesso partito come asse di governo provinciale. Il danno arrecato all'immagine del Patt (oltre che a quella del Trentino) è immenso, e rende incandidabile Baratter alle prossime elezioni.

Se poi si assommano tutta una serie di pasticci raffazzonati messi insieme dal segretario Panizza, facendo campagne acquisti un tanto al chilo come nel comune di Trento, che costituiscono un'amalgama a rischio implosione dell'intera maggioranza (come sta avvenendo ad Arco con Mauro Ottobre), allora il quadro del partito è presto fatto. E si capisce come lo stesso Ugo Rossi pensi a una via di fuga verso Roma, alle elezioni politiche della primavera 2018, o mediti di abbandonare la partita dopo una sola legislatura. Senza più un partito dietro che lo sostenga, Rossi non può andar lontano. E se a Roma puntano entrambi, l'uscente senatore Panizza e il governatore Rossi, il Patt a Trento è definitivamente morto, e diverrà preda delle mire delle varie liste simil-autonomiste, da quella di Kaswalder in Valsugana a quella di Ottobre nell'Alto Garda, o dei pifferi di destra alla Giacomo Bezzi.

La stanchezza di Ugo Rossi degli ultimi mesi è probabilmente spiegabile anche da questo. Ciò detto, una buona parte di responsabilità se la coalizione non è decollata in questi anni, ma si è sfilacciata in quotidiane risse sul niente (o poco più) ce l'ha lo stesso Rossi. Forse per carattere, forse per limitata esperienza amministrativa precedente, forse per la stessa debolezza e frammentazione anche degli altri partiti, il governatore ha faticato a tenere insieme i pezzi, ma soprattutto non è stato in grado di dare l'idea di un lavoro di squadra, di un progetto di coalizione, di una visione complessiva anche per il futuro da sottoporre agli elettori nel 2018. Alcune cose importanti sono state fatte, talune scelte sono state prese (dal trilinguisimo alle unificazioni dei comuni, all'urbanistica, alla riorganizzazione della sanità e del welfare, al riordino delle politiche economiche): ma sono apparse come atti singoli, non come progetto unitario e qualificante della coalizione.

A volte l'impressione è che l'energia propulsiva del centrosinistra autonomista, quindici anni dopo, è andata esaurendosi. Non tanto per ragioni di fondo, ma per consunzione quotidiana dei protagonisti, impelagati nei loro solipsismi autoreferenziali, incapaci di pensarsi come un «noi» invece che tanti «io» affiancati, senza più un senso di rotta comune, avvertito ormai anche dagli stessi elettori. Ora, che Ugo Rossi ceda la mano al prossimo turno, o che si ritiri a Roma, il problema serio resta a Trento, per il dopo. Primo perché il Patt, senza il candidato presidente, senza dei mister acchiappa-voti come il povero Moltrer, sottoposto alle scorribande degli ex o alle sirene di destra e paraleghiste a cui una parte dei suoi elettori sono sensibili, si sgonfia mettendo in forse la riuscita della coalizione stessa. Secondo, perché - nel caso Rossi non facesse il bis - va tenuto presente che una coalizione si regge se c'è un partito-baricentro che la tiene in piedi, e un leader sostenuto e condiviso pienamente, a cominciare dal suo partito. E qui vengono i problemi.

Il partito che per consensi potrebbe aspirare alla leadership della coalizione e a svolgere tale compito di guida e motore, e soprattutto di coesione delle varie anime, dovrebbe essere il Pd. Ma come si è visto alle precedenti primarie, è incapace di fare squadra. Appena dovesse affacciarsi un potenziale leader, verrebbe fatto fuori subito al suo interno, come con Olivi l'ultima volta. Già ora che manca un anno e mezzo al voto, il Pd è un brulicare di aspiranti presidenti (o presidentesse) della Provincia, uno contrapposto all'altro, uno più dell'altro convinto di essere il predestinato. E se non bastassero quelli in consiglio provinciale, anche da Palazzo Thun c'è chi è persuaso di essere già presidente in pectore.

Tutto questo spiega purtroppo l'incertezza del quadro politico trentino, aggravato dalle elezioni nazionali pochi mesi prima di quelle provinciali, che da molti sono viste come l'uscita di sicurezza di fronte a destini nebbiosi e malfermi. Chissà se basteranno le civiche, una manciata di sindaci o gli innesti di assessori di spicco. Il rischio vero per la prossima legislatura è quello di governi deboli, sotto schiaffo dei populismi chiassosi che ingrosseranno l'aula e la renderanno ingestibile. Proprio quello di cui non abbiamo bisogno per il Trentino e l'Autonomia.

p.giovanetti@ladige.it
Twitter: @direttoreladige

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