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70 avvocati in più per le vie di Trento

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Da ieri a Trento vi sono settanta avvocati in più. Sono coloro che hanno superato l'esame, portando la categoria a crescere del 10% in un botto solo, oltrepassando gli 800 iscritti all'Ordine del capoluogo. A cui vanno aggiunte poi tutte le toghe del basso Trentino che fanno capo all'Ordine di Rovereto. La notizia, pubblicata ieri dall'Adige, è emblematica del perché in Italia i giovani restano disoccupati per anni senza alcuna prospettiva di lavoro futuro.
Nel nostro Paese, infatti, come si sa, gli avvocati sono 246.786 (dati 2015), con una media di quattro legali ogni mille abitanti. In tutta la Francia gli avvocati sono 60.223, ossia meno di uno (0,75) ogni mille abitanti.
Al riguardo in Europa il nostro è un autentico primato: siamo superati solo dal Liechtenstein, che è un concentrato di società finanziarie con fior di avvocati al seguito, e dalla Spagna, famosa fin dai tempi del Manzoni per le inestricabili «grida» che erano la gioia degli Azzeccagarbugli. La Germania, tanto per fare un esempio, ne ha 80.000 in meno di noi, in Austria non si arriva nemmeno a 6.000 in tutto.
Se poi guardiamo alle singole regioni italiane, la Calabria può contare su 6,8 legali ogni mille abitanti (superati forse dai forestali), seguiti da Campania e Puglia con 5,7. Ciascun paesino della Sila ha in media almeno sei avvocati a disposizione. Le grame prospettive che attendono ora tale nuovo stuolo di giureconsulti sono state mestamente esposte dallo stesso presidente dell'Ordine degli avvocati di Trento, Andrea de Bertolini, che ha evidenziato, distillando con cura gli eufemismi, che al momento «non ci sono grandi prospettive» tanto che «tutti questi neo avvocati potrebbero non ricevere risposte positive». Tradotto: avremo settanta disoccupati in più nell'Ordine.

Tutto ciò comporta delle conseguenze pratiche, che riguardano anche la vita collettiva della società. Il numero spropositato di avvocati in circolazione (in Italia si registrano 27 legali ogni magistrato) porta giocoforza ad aumentare in maniera astronomica le cause, i contenziosi, le carte bollate, la ricerca spietata di clienti o possibili tali, se non altro per provare a sopravvivere in un contesto di concorrenza estrema.
Si sta diffondendo un'elevatissima offerta di «servizi legali» a prezzi da saldo, senza un'adeguata garanzia di preparazione ed esperienza da parte di chi si propone come patrocinatore. Il «bisogno di lavorare» spinge molti ad accettare compensi da fame anche lavorando in studi blasonati, o a «suggerire» al prossimo cause platealmente infondate e prive di qualsiasi possibilità di successo ma che, in un contesto di rabbia e astio sociale diffuso come quello che stiamo vivendo, finiscono per trovare qualche sventurato sensibile agli argomenti.

I settanta nuovi freschi avvocati di Trento aprono però a un ragionamento più ampio del semplice intasamento dei tribunali con quisquilie di piccolo cabotaggio, nobilitando le liti condominiali a questioni di vita o di morte pur di sbarcare il lunario a fine mese. Solleva una questione più profonda sull'ingresso incontrollato agli ordini professionali, sul numero chiuso alle università, sul sistema di orientamento dei giovani alla fine del liceo, sulla cultura o «sottocultura» delle famiglie nei confronti del titolo di «dottore», con la ricerca spasmodica dell'agognata proclamazione da parte del magnifico rettore, senza alcuna considerazione al dopo, se vi sarà un lavoro o meno. Se la scelta degli studi tiene presente che per certe professioni il mercato è saturo, vi è la matematica certezza di lunghi anni di disoccupazione, non vi sono prospettive di sorta, e di conseguenza - forse - sarebbe meglio pensarci per tempo, e indirizzare le proprie energie di studio e di formazione a miglior causa, a meno di non voler considerare lo stipendio di papà una rendita a vita che non implica il dover lavorare dopo l'università.
Interessante, a tal proposito, è uno studio curato da Luca Ricolfi, noto sociologo dell'ateneo di Torino. Analizzando i flussi del lavoro in Italia, ha scoperto che gli occupati italiani dagli anni della crisi del 2008 ad oggi si sono ridotti di 1 milione e 200.000 unità (erano 1 milione e 800mila in meno nel 2014, nel momento più aspro della crisi, mentre negli ultimi due anni sono stati recuperati 600.000 posti di lavoro grazie agli incentivi fiscali e al Jobs Act). Nello stesso tempo, però, gli occupati immigrati in Italia sono passati da 1 milione e 600mila a 2 milioni e 400mila, con una crescita del 50%.
Ciò è avvenuto non perché gli immigrati hanno «portato via» posti agli italiani come talune forze politiche in malafede cercano di insufflare, ma perché hanno occupato posti di lavoro che gli italiani non hanno voluto accettare. Si sono cioè inseriti in una fetta di mercato del lavoro, lasciata scoperta dai giovani italiani, in quanto ritenuta non adeguata al loro titolo di studio, al loro desiderio di lavoro o al loro immaginario di collocazione professionale per la propria vita, o quella dei propri figli.
Negli anni della crisi è crollata soprattutto l'offerta di posizioni lavorative ad alta qualificazione (tipicamente richiesta dagli italiani), mentre è aumentata di molto l'offerta di posti di bassa o bassissima qualificazione (accettata dagli stranieri). Molti giovani hanno preferito rinunciare al lavoro piuttosto che svolgerne uno diverso da quello che si aspettavano. In questo, magari, supportati dalle famiglie, disposte a mantenerli, piuttosto che vedere i propri figli svolgere mestieri «inadeguati» al loro status o al loro cursus honorum.
È vero anche che negli anni della crisi si è sviluppata pure un'offerta di stipendi da fame, che gli stranieri costretti per necessità accettano comunque (ma certi apprendisti o praticanti negli studi legali non sono tanto distanti da quelle condizioni).

Ma è vero anche che persiste inveterato il mito di taluni mestieri e di certi corsi di studi, portando a drammatiche conseguenze inseguendo sogni di prestigio sociale, o di stipendio, o le leggende che aleggiano su alcune professioni (quella del giornalista è una di queste). Oggi in Italia c'è un enorme bisogno di competenze tecniche o professionali intermedie, che la scuola non riesce a soddisfare, nella forsennata rincorsa a liceizzare tutto. Ci sono facoltà universitarie che servono solo a dar lavoro ai professori che vi insegnano, i quali ben si guardano dall'avvertire i malcapitati studenti del flop professionale a cui li stanno avviando.
Ci sono corsi universitari meno affollati perché magari non hanno un appeal di prestigio come altri, ma garantiscono un'occupazione immediata, o quasi, alla loro conclusione. E ci sono professioni - una su tutte il ritorno alla terra - che segnano incrementi occupazionali a due cifre, dando grande soddisfazione a chi intraprende tale strada, e alle loro famiglie.
Scuole e università devono farsi un esame di coscienza serio su quanto fatto in questi anni, domandandosi se non sia opportuno stabilire dei numeri chiusi in più oggi per garantire a quei giovani un futuro più sereno domani.
E domandandosi pure se l'orientamento scolastico portato avanti finora è stato adeguato alle effettive esigenze della società in cui viviamo.
Infine i genitori e le famiglie: forse è arrivato il momento di considerare la realtà per ciò che è, non solo le ambizioni che si nutrono per i propri figli o le posizioni professionali a cui si crede di aver diritto per i propri pargoli. Imprecare che non c'è lavoro, è consolatorio ma in molti casi non corrisponde del tutto alla realtà. A volte si sono scelti percorsi professionali che erano vicoli ciechi.
In bocca al lupo, sincero e dal profondo del cuore, ai settanta neoavvocati di Trento.
p.giovanetti@ladige.it
Twitter: @direttoreladige

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