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Solidarietà sì, ma serve prevenzione 

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Di fronte al dolore e alla disperazione per i morti (oltre 120 nel primo bilancio provvisiorio), le centinaia di feriti, migliaia di sfollati, case distrutte e paesi rasi al suolo nel disastroso terremoto dell'altra notte in Centro Italia, tra il Lazio e le Marche, una cosa colpisce e mitiga la sofferenza devastante delle popolazioni martoriate: la solidarietà da tutta Italia, che si è subito attivata. Purtroppo il nostro Paese è terra a forte rischio sismico. Almeno 24 milioni sono gli italiani residenti in aree a elevata probabilità di terremoti, ma tutta l'Italia è soggetta a scosse telluriche. Da noi ogni 15 anni in media si verifica un sisma di magnitudo superiore a 6.3, tra i più distruttivi. Insieme alla prevenzione e alla preparazione della popolazione che si deve attrezzare nella quotidianità all'evento «terremoto», conta molto la capacità di reazione immediata, la catena di aiuti, la mobilitazione della protezione civile e dei volontari.

E ieri, alle prime luci dell'alba, poche ore dopo la terribile scossa delle 3.36 di mattina, le colonne mobili dei soccorsi, i vigili del fuoco, le forze di polizia e le forze armate, la Croce Rossa e Bianca erano già in movimento da tutta Italia, anche dal Trentino, per aiutare a estrarre le vittime dalle macerie, e cercare di ritrovare in vita i sopravvissuti. Subito sono scattate le sottoscrizioni di fondi, gli appelli alla donazione del sangue immediatamente raccolti dai cittadini, le collette nelle chiese, l'organizzazione delle cucine da campo, la devoluzione di risorse per la post emergenza. È la grandezza di un Paese che, nonostante gli infiniti problemi, ha ancora un cuore forte che batte nel profondo e si mobilita nel bisogno, in una solidarietà nazionale che unisce, al di là delle diversità. Il Trentino in queste tristi situazioni ha sempre saputo dare il meglio di sé. La nostra Protezione civile è nota in tutta Italia e all'estero per la sua organizzazione, esperienza e capacità d'intervento. Ma i trentini, nelle situazioni di emergenza, si fanno apprezzare ancora di più per la loro umanità.

Si fanno apprezzare per il rispetto che portano nei confronti delle persone che aiutano, intesi come compagni di cordata rimasti in difficoltà, che al pari nostro un domani potrebbero essere loro a dover soccorrere noi. Lo abbiamo dimostrato all’Aquila e in Abruzzo, lo abbiamo manifestato in Emilia, lo dobbiamo fare ovunque e in ogni momento ci sia bisogno di pronto intervento e di collaudata esperienza di soccorso e di riorganizzazione della vita quotidiana delle popolazioni devastate dal terremoto. La solidarietà di oggi, conforto di fronte a tanta tristezza e desolazione, deve tradursi poi in attenzione e costanza di aiuto anche quando i riflettori dell’emozione collettiva si saranno spenti e alla commozione generale per il disastro seguirà la quotidianità.
 
Il governo e le istituzioni si sono impegnati nella ricostruzione: alle parole dovranno seguire i fatti, accompagnando quella gente, quelle comunità nell’autunno che a breve arriverà e poi coi freddi dell’inverno, fino alla rimozione delle macerie e alla ricostruzione delle case e dei paesi.
Anche in questo l’Italia tutta sarà chiamata a dimostrare la sua partecipazione, insieme alla solidarietà internazionale che già si è mossa, unita al cordoglio dei popoli e delle nazioni. Come all’Aquila e come in Emilia, non si dovrà lasciar passare tempo. È sulla distanza, dopo i giorni della conta dei morti e dei funerali dei bambini (sono tantissime le vittime in tenera età), che si misura la profondità dell’aiuto. Quando l’emozione sarà superata e il ricordo si sarà affievolito, è lì che andrà dimostrato che c’è una comunità nazionale unita, che non si dimentica dei propri fratelli colpiti.
 
Proprio perché l’Italia è un Paese a forte rischio sismico e le faglie sotto l’Appennino stanno divaricandosi scivolando verso il mare preannunciando nuovi terremoti per il futuro, non basta la mobilitazione al momento della disgrazia, e nemmeno gli interventi e gli aiuti per la ricostruzione successiva, dopo il triste elenco dei morti e dei senzatetto. Occorre che come Paese ci dotiamo di una adeguata cultura di prevenzione. Innanzitutto una classificazione sismica degli edifici. In alcune parti d’Italia, come il Trentino Alto Adige, tale mappatura è già a buon punto e stilata in maniera accurata. In molte altre regioni è invece lacunosa o addirittura inesistente. È questo il primo passo da compiere.
 
Poi serve una normativa adeguata alla situazione del territorio italiano, che evidenzi come il rischio sismico sia la normalità e occorra prepararsi in modo adeguato per potervi convivere nella maniera più sicura possibile. Infine un piano del governo per mettere in sicurezza tutti gli edifici pubblici. Anche in questo caso passi avanti importanti sono stati fatti, ma ancora non bastano. Specie nei centri storici che tanto belli rendono i nostri borghi italiani, ma che affondano le radici nei secoli, e sono costruiti senza le accortezze e il cemento armato che preserverebbe dalla distruzione. Proprio le scosse dell’altra notte hanno dimostrato come i fabbricati realizzati secondo le prescrizioni antisismiche degli ultimi anni, hanno retto bene al terremoto, e non presentano danneggiamenti. Ci vogliono ovviamente risorse che di questi tempi mancano, ma soprattutto convinzione, per non piangere sempre i morti dopo che la sciagura è avvenuta, senza fare nulla per prevenire o attutire nelle conseguenze quella successiva.
 
Da ultimo, ma non meno importante, vi è la preparazione della popolazione all’evento terremoto. Ci sono stati come il Giappone o la California dove il sisma fa parte della quotidianità del vivere, e la popolazione si è attrezzata con una educazione continua, a cominciare dalle scuole. Va resa edotta la popolazione dei rischi che pervadono il territorio in cui abitano. Fa impressione in Italia che vi siano luoghi come l’area vesuviana, urbanizzati e cementificati in ogni angolo, tanto da rendere impossibile l’evacuazione in caso di eruzione senza strage di abitanti. E nonostante questo, continua la costruzione abusiva, l’edificazione fuori norma, l’ignoranza del pericolo incombente. Non c’è consapevolezza dei rischi che si corrono, e soprattutto in maniera fatalista o per una superficialità ignorante e colpevole si evita di pensarci, e di adottare stili di vita conseguenti. Infine, i comportamenti durante il terremoto. I geologi ricordano che, in base a studi recenti, tra il 20 e il 50% dei decessi sono causati da atteggiamenti sbagliati dei cittadini durante il sisma. Basterebbe una preparazione adeguata e continua, soprattutto nelle aree più a rischio, per ridurre o forse azzerare il numero dei morti da piangere dopo ogni scossa. Bene quindi la solidarietà di fronte a tanto dolore, sapendo però che non basta. È solo il primo passo, se vogliamo essere un Paese civile e responsabile.

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