Buona scuola è scegliere i docenti

Buona scuola è scegliere i docenti

di Pierangelo Giovanetti

La settimana prossima andrà in discussione in consiglio provinciale la nuova legge sulla scuola che recepisce la riforma nazionale della «Buona scuola», approvata dal governo Renzi. Le opposizioni hanno già presentato oltre 3.000 emendamenti, non per migliorare la legge ma per fare ostruzionismo e bloccare i lavori, a vendetta della mozione approvata dalla maggioranza sull'omofobia. In sostanza non ci sarà in aula un confronto teso a far uscire una legge ancora più innovativa di quella nazionale, ma semplicemente - come dichiarato più volte - un blocco dei lavori «per farla pagare» alla maggioranza. Della scuola e del futuro dei ragazzi, evidentemente, importa ben poco. Ciò che conta è la rappresaglia politica.

Già in sé lo strumento dell'ostruzionismo è politicamente discutibile perché non entra nel merito dei problemi avanzando proposte migliori, ma ha il solo scopo di rallentare o stoppare l'approvazione delle leggi. In più, quando lo scontro non è nemmeno attinente alla legge, ma la ritorsione riguarda un altro provvedimento approvato, allora è immorale. Come in questo caso. Entrando nel merito della legge, va detto subito che poteva e doveva osare di più, rafforzando i due principi cardine che sono il fondamento dei sistemi scolastici più avanzati: il merito e l'autonomia. 

Il disegno di legge, come arriva in consiglio, è andato invece al ribasso, riducendo molte delle potenzialità innovative della «Buona scuola». Una delle novità positive che introduce è la possibilità per ogni istituto scolastico di maggiore scelta dei docenti, in coerenza con il proprio progetto educativo, dando adeguata continuità didattica dentro un incarico triennale.

I docenti verranno assegnati ad ambiti territoriali all'interno dei quali ogni singola scuola sceglierà i migliori e quelli più adatti a portare avanti il progetto formativo che si è data. Questo non in maniera totalmente discrezionale da parte del dirigente scolastico, ma in base a criteri precisi e al piano formativo stabilito. Il tutto sottoposto a periodici controlli. La scelta dei docenti, che devono essere preparati, motivati e adeguati al ruolo, è fondamentale nel funzionamento di una scuola e nell'insegnamento ai ragazzi. Una delle cause della «cattiva scuola» è la continua girandola di insegnanti a inizio d'anno, con ripetuti cambiamenti in base a richieste dei singoli e a meccanismi astratti di graduatorie, alla faccia della continuità didattica e dell'interesse degli studenti.

Questo, unito all'inamovibilità dell'insegnante anche quando platealmente «non funziona», manifesta problemi d'insegnamento nella classe, non garantisce risultati minimali o non manifesta alcuna motivazione o propensione all'insegnamento, costituisce un problema serio nella scuola e nell'apprendimento dei ragazzi. Ben venga, quindi, una rivalutazione del ruolo dei presidi e un rafforzamento del loro compito di scelta di insegnanti adeguati al tipo di scuola e di progetto educativo che ci si è dati.

Dire che ciò viola la «libertà d'insegnamento» del docente o addirittura mette a rischio la libertà delle persone, come alcuni sindacati e una parte minoritaria di insegnanti hanno sostenuto, è un'autentica stupidaggine. Sostenere che scegliere un insegnante bravo e motivato vuole dire «asservirlo» al preside, preferendo la lotteria anonima e senza merito delle graduatorie, la dice lunga sull'arretratezza culturale e la zavorra ideologica di parte del sindacato e di qualche insegnante. Sarebbe come affermare che un direttore di quotidiano che cerca i giornalisti migliori in circolazione per fare un bel giornale, li priva della libertà e li rende «servi del potere». O come dire che un'azienda che seleziona i migliori collaboratori a disposizione, attingendo ai più preparati e motivati, danneggia gli altri, perché dovrebbe assumere i dipendenti a caso, in base ad una graduatoria astratta.

Un altro aspetto positivo della nuova legge, che andava rafforzato di più, è quello dell'autonomia delle singole scuole, in modo da poter approntare al meglio progetti scolastici e offerte educative specifiche, differenziate, qualificanti e identificative per ciascun istituto, consentendo così alle famiglie e agli studenti di poter scegliere la scuola più adatta a ciascuno, quella secondo loro migliore, quella che sa offrire più qualità, stimoli formativi e possibilità di apprendimento. Già oggi, grazie alla legge Salvaterra del 2006, si è creata una sana competizione fra gli istituti nel differenziare l'offerta educativa e nell'adeguarla alle diverse esigenze degli studenti. Tale autonomia di ogni scuola va accresciuta, responsabilizzando il dirigente scolastico a migliorare l'organizzazione interna, a coinvolgere gli insegnanti nel potenziamento dell'offerta, a sviluppare progetti didattici validi per gli studenti, rendendo quindi la scuola più appetibile a chi dovrà iscriversi.

Ciò richiede una continua formazione dei dirigenti scolastici, e soprattutto un'attenta valutazione nella loro selezione, oltre a un controllo adeguato affinché i maggiori poteri assegnati non sconfinino in arbitrio. Fondamentale in tutto ciò sarà l'adozione di massima trasparenza nei processi decisionali, così da rendere motivata ogni scelta, anche quella dei docenti. Infine, la valutazione degli insegnanti e l'incentivo al merito. Anche su questo il disegno di legge 126 che andrà in discussione in consiglio provinciale, fa degli importanti passi avanti, purtroppo ancora timidi. Un principio che finora è stato ostacolato in tutte le maniere nella scuola, e che invece è fondamentale per la qualità dell'insegnamento, è la valutazione degli insegnanti. In tutti gli ambiti di lavoro, in tutti i settori e a tutti i livelli, la valutazione di quanto vien fatto è basilare per capire cosa funziona e cosa va migliorato.

Nella scuola si è ritenuto troppo a lungo che l'insegnante non potesse essere sottoposto a valutazione, quasi fosse una violazione della libertà personale verificare se in aula si lavora o no, s'insegna o meno. Per fortuna, e per il bene degli studenti, tale tabù è in via di superamento, legando l'impegno dell'insegnante anche ad un miglioramento retributivo, come avviene in tutti gli ambiti lavorativi. Del resto, in ogni settore ormai, i contratti integrativi e gli aumenti retributivi sono legati a una valutazione del lavoro svolto, della capacità di migliorarlo, della possibilità di ampliarne i risultati in termine di crescita di produttività, che per la scuola vuol dire crescita «di sapere» da parte degli studenti.

La discussione in aula della legge nei prossimi giorni è un'occasione importante per arricchire il testo legislativo e renderlo ancora più innovativo di quanto lo sia ora. L'auspicio è che non si riduca ad un vuoto teatrino di chiacchiere e di contrapposizioni inutili «per ostruzionismo», squalificando ulteriormente la politica e il consiglio provinciale. Non ce n'è proprio bisogno.

p.giovanetti@ladige.it
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