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Tra le regole

e la nuova libertà

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Libertà e regole è il tema di Educa, il festival che inizia oggi a Rovereto e durerà fino a domenica. Un tema su cui si interrogano genitori, insegnanti e educatori professionisti: quali regole servono a crescere e come praticarle? Quale libertà riesce a costruire il nostro modo di educare? Libertà e regole pongono questioni cruciali non solo nelle relazioni con i bambini e i giovani ma anche tra adulti.

Per affrontare queste domande occorre sgombrare il campo da alcuni luoghi comuni profondamente radicati nella mentalità corrente e che influenzano anche l’agire educativo: innanzitutto l’idea che libertà e regole siano elementi contrapposti. Pensiamo, infatti, sovente alla libertà come all’assenza - o, perlomeno, alla ridotta presenza - di regole.

Nella realtà, però, libertà e regole non solo sono conciliabili, ma saldamente connesse. Entrambe appartengono alla dimensione della possibilità.Riconoscere questa peculiarità riscatta libertà e regole dalla sfera del «dovere» per situarle, più propriamente, in quella del «potere».

L’altro luogo comune è l’idea che le regole servano ad imparare la libertà e che l’educazione sia il modo principale per insegnarle: le regole sarebbero quindi prove, superando le quali la persona - in particolare il bambino e il giovane - riesce a conquistare il diritto all’autonomia e all’esercizio della libertà.

Quest’ultima viene associata alla maturità e allo sviluppo delle proprie potenzialità. In sostanza, le regole - meglio, il loro rispetto - sarebbero di per sé educative.

Mano a mano che si ritiene (gli adulti o gli esperti ritengono) che la maturità cresca nei giovani, la libertà loro concessa aumenta. Si pretende - dal punto di vista educativo - di insegnare ad essere autonomi e creativi dispensando autonomia e libertà col contagocce. Salvo poi lamentarsi dell’eccessiva dipendenza dei giovani dagli adulti e della loro scarsa autonomia.

In questa prospettiva l’educazione non ha valore in sé, ma per i risultati che riesce a produrre: si educa, quindi, al senso critico (o al conformismo), alla legalità (o all’illegalità), alla cooperazione (o alla competizione), al comportamento consapevole di consumo (o allo spreco consumistico). In questa modo però i significati profondi della convivenza umana stanno fuori e l’educazione è debole ancella di principesse (l’economia, il lavoro, la politica, i valori e le ideologie) che la utilizzano per raggiungere i propri scopi.

E invece si impara ad essere liberi educandosi nella relazione con gli altri. L’educazione, infatti, è essenzialmente attività pratica e non speculativa e si esprime attraverso concrete azioni quotidiane che implicano relazioni e generano apprendimenti. Cucinare e pulire casa, fare i compiti, imparare i fondamenti di una professione e cercare lavoro, curare una persona anziana, giocare con i bambini, dialogare con adolescenti e genitori sono atti concreti.

Queste azioni sono educative non perché servono a scopi altri (un piatto ben cucinato, una casa pulita, un esame superato?) ma perché nell’agire si impara a conoscere se stessi, gli altri, il mondo e perché - imparando - si cambia sé e il mondo.

L’educazione lungi dall’essere riproduzione passiva di conoscenze e comportamenti è costruzione di esperienza ogni volta nuova e generativa. In questo senso affine all’arte. Un agire educativo liberante produce visioni di sé e del mondo inedite, significati nuovi, modi di fare, pensare e sentire diversi da quelli dettati dalla consuetudine.

Come ogni autentica creazione artistica rompe con la maniére precedente, trasgredisce regole e convenzioni sino a quel momento vigenti per stabilire nuovi canoni. Analogamente accade in educazione, dove la tradizione può vivere se continuamente reinventata.

Un esempio contemporaneo di trasgressione della tradizione e di innovazione artistica, con evidenti significati pedagogici e sociali, è costituito dalle espressioni più originali della cultura hip hop che sottende un approccio alla costruzione della conoscenza proprio della contemporaneità.

Preso atto dell’impossibilità di elaborare architetture conoscitive ordinate in modo sequenziale, per il crollo dei grandi scenari ideologici e culturali, la conoscenza viene elaborata a partire dai frammenti (e dalle macerie) di quei paesaggi culturali in dissesto. Si conosce e si crea per accostamenti, connessioni, analogie.

Le tecnologie aiutano tale processo, che è però innanzitutto un’opzione culturale e una visione della conoscenza e del mondo. Anche l’educazione oggi ha a che fare con le macerie - culturali e sociali - di un’epoca che ha visto crollare i grandi edifici ideologici e pedagogici.

Eppure molti «resti» di quell’epoca, sono preziosi, ancora oggi utilizzabili. Vanno però ricercati, dissepolti dallo strato di conformismo, abitudine e retorica pedagogica che li occulta, per essere riutilizzati nella creazione di nuove forme dell’azione educativa. Senza nulla concedere alla dispersione incontrollata delle energie, l’esperienza educativa può essere composta adottando regole di una nuova libertà.

Piergiorgio Reggio

Università Cattolica Milano e Fondazione Franco Demarchi

[Reggio interverrà oggi a Rovereto: questo suo intervento anticipa i temi trattati e la pubblicazione «Libertà e regole», disponibile nella libreria del festival]

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