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Bocciare o non bocciare? Questo dilemma mi sembra faccia riferimento a paradigmi vecchi, superati, che esprimono il disagio ad affrontare la complessità dei processi di apprendimento e di insegnamento. In questo tempo di nuovi scenari sociali - culturali - economici - valoriali, le tradizionali categorie di approccio all'educazione e all'istruzione risultano inadeguate perché i bambini, i ragazzi, i giovani sono cambiati. Sono diversi antropologicamente nei pensieri, nelle emozioni, nei comportamenti, nelle modalità dell'imparare. Vanno, quindi, attributi nuovi significati alle parole di chi lavora con e per loro. Alcune di queste vanno eliminate e sostituite con altre, perché non descrivono più con efficacia la realtà che intendono rappresentare.

 

Qualche volta inconsapevolmente, qualche altra coscientemente, la parte di chi è favorevole alla bocciatura pensa che la scuola debba sorvegliare e punire - in continuità con quella che si potrebbe definire provocatoriamente pedagogia nera - sulla base del merito, sorta di feticcio applicato ad ogni ambito dell'esperienza umana. Mentre l'altra parte assume una posizione ideologica in cui si fanno dichiarazioni alla «don Lorenzo Milani», spesso tradendone i valori di fondo nell'incoerenza delle azioni e delle strategie didattiche. La vera questione non sono le bocciature, che effettivamente sono tante soprattutto nel biennio della scuola secondaria e della formazione professionale. È la promozione il tema che dovrebbe essere affrontato.

 

Nelle settimane scorse sono stato presidente di commissione all'esame di qualifica di operatore dell'abbigliamento al Centro di formazione professionale Centromoda Canossa di Trento. Lì ho davvero visto che cosa significa promuovere. Quest'anno, da quella scuola, sono usciti 42 ragazze e ragazzi preparati ad entrare nel mondo della moda, della sartoria, della tessitura, capaci di ideare e disegnare modelli, figurini e realizzarli, utilizzando con abilità gli strumenti tecnologici ed informatici, oltre agli attrezzi tradizionali del settore.

Certo non professionisti esperti, ma operatori con conoscenze e competenze di tutto rilievo. Non si pensi sia una scuola facile, priva di contenuti culturali. Si insegnano - tra le altre discipline specifiche - letteratura, matematica e chimica, inglese, storia dell'arte e della moda.
In quella scuola, però, non si promuovono solo le competenze tecniche. Si promuovono, allo stesso modo, le persone e le relazioni tra loro.

 

Non si sta attenti solo ai risultati ma anche ai processi di apprendimento di quegli adolescenti che stanno cercando di capire, prima di tutto, che donna e che uomo vogliono essere in relazione - ma non esclusivamente - al lavoro in cui desiderano affermarsi. Si personalizzano - per quanto possibile - i loro percorsi e si cerca di valorizzare i talenti, i desideri, le aspettative, i sogni, attraverso l'accoglienza e l'accettazione dei loro vuoti rilanciando i loro pieni, come direbbe lo psicoanalista Winnicott.

Ciò significa che nella relazione educativa le criticità e i limiti delle capacità e delle attitudini vengono fatte presenti, non ignorate o rimosse. Anzi si aiutano gli studenti ad autorappresentarsele. A partire da ciò che si riconoscono di sapere e di saper fare, non dal contrario. Il lavoro dell'insegnante che educa è straordinario. Magico, a volte, se si prova a dare fiducia ai ragazzi e sospendere l'incredulità che non ce la possano fare, rispettando le incertezze e i tempi di apprendimento e di crescita.

 

Perché il bisogno profondo degli adolescenti è il desiderio di desiderare la vita. Temono di non sapere chi sono e hanno paura di non riuscire ad essere ciò che desiderano diventare.
A chiusura del suo esame Umberto, rapper e graffitaro a tempo perso, nel salutare la sua scuola ci ha regalato questo piccolo scritto straordinario: un ringraziamento al mondo moda, che se approfondito e conosciuto può generare solo emozioni, ed aiutare estranei individui a cambiare la propria vita, anche se per poco. Si sa, anche un viaggio di mille miglia inizia un passo alla volta. Io forsennato come sono, grazie alla moda oggi sono più consapevole di me stesso, ma questo è solo il giudizio di un povero adolescente, sclerato, a cui piace giocare con l'anima degli oggetti, regalando un senso a tutto. Quindi solo questo: grazie. Grazie per l'opportunità datami per dimostrare chi sono. Danilo Dolci diceva «ciascuno cresce solo se sognato». Noi, che ci occupiamo dei sogni dei giovani, dovremmo forse sognarli di più. E vale dall'asilo nido all'esame di maturità.

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